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Tutto il rosa delle bambine

È stato salutato un po’ come una rivoluzione. Perché per la prima volta Pantone, massima autorità nelle tendenze colore, ha sentenziato che la nuance della primavera estate 2016 era, non una, ma una coppia, una combinazione data dal quarzo rosa (per precisione il Pantone 13-1520) e dal blue Serenity (Pantone 14-39199). Un caso? Neanche a pensarci. Ci si guardi attorno, la moda e il mondo delle celebrity stanno mandando messaggi chiari: con Bruce Weber che per la campagna di Louis Vuitton fotografa Jaden Smith, figlio della star del cinema Will Smith, in abiti femminili; con Andreja Pejic, ex profugo bosniaco che è diventato il modello transgender tra i più ricercati; e con Miley Cyrus che si è autodefinita pansexual. Così, i portavoce dell’azienda americana che cataloga tutto l’arcobaleno, non hanno avuto remore ad ammettere che il loro era un inno al superamento delle norme culturali e di genere. Siamo quindi giunti alla fine del rosa come “colore delle femmine”? Il Barbie Pink, anch’esso nome rubato a un altro Pantone, sarà solo un lontano, e imbarazzante, ricordo?

La storia, si sa, ha i suoi corsi e ricorsi, e quella del colore rosa, non è da meno. E per la verità non è la prima volta che rosa e blu si scambiano i codici. Che il blu, colore associato alla Vergine Maria identifichi le bambine, e il rosa, i maschietti. Una lezione sul come e quando abbiamo iniziato ad attribuire al rosa significati prevalentemente femminili, ce l’ha data un paio di anni fa la docente di American Studies dell’Università del Maryland, Jo B. Paoletti nel suo saggio ‪Pink and Blue: Telling the Boys from the Girls in America, un vero o proprio viaggio attraverso la storia dell’abbigliamento da bambini e non, per capire quanto c’è di concreto e datato in questa colorita convenzione. Così scopriamo che, almeno fino agli anni Cinquanta, il rosa era alquanto interscambiabile tanto che, fino al 1970, negli Stati Uniti del Sud erano i maschi giovani a indossare la tonalità pastello. E non si perde mai occasione di ricordare la scena immortalata da Baz Luhrmann ne Il Grande Gatsby, con un Leonardo Di Caprio che indossa un abito estivo tre pezzi rosa pastello, meno acceso di quello, in vero, di Robert Redford nella versione di Jack Clayton del 1974. “You always look so cool”, commentava Daisy. Perché il rosa di quei tempi era sinonimo di lavoro, eleganza virile, status.

Solo nei nostri vicini anni Ottanta abbiamo cominciato ad appiccicarlo come scelta inevitabile alle bambine, anche perché, con l’arrivo del test prenatale, era in fondo più facile dedicarsi all’acquisto del corredo del futuro nato, o nata appunto, con una certa sicurezza. Paoletti scrive anche che il binomio colore-sesso è stata una sorta di reazione all’imperativo unisex a base di tuta e dolcevita degli anni della contestazione dei decennio precedente, accompagnato dal desiderio di dire che sì, si poteva essere insieme rosa e femministe. Che non era più, l’infiocchettamento delle Piccole Donne (cresciute) di Louisa May Alcott ai nuovi nati, che per altro mutuavano dalla moda francese, o il bouquet da futuro matrimonio del François le Champi di George Sand. Certo, poi c’è stata la colata di rosa su accessori, mobili, prodotti per l’infanzia e giochi. C’è stata una forte femminilizzazione delle bambine, e il rosa non sarebbe più stato un colore, ma uno stereotipo, un ruolo predefinito, un modello culturale. Stiamo parlando della pinkification che, secondo molti studi, avrebbe un certo peso nell’allontanamento delle bambine da giochi che favoriscono le abilità spaziali e il ragionamento, e di conseguenza nell’avvicinamento ad attività che allenano le competenze verbali, definendo a priori persino i futuri interessi e aspirazioni.

La questione, che sembrerebbe di poco conto, preoccupa invece anche la Casa Bianca, fresca ospite del convegno Helping our Children Explore, Learn and Dream without Limits: Breaking Down Gender Stereotypes in Media and Toys: le aziende sono invitate a ripensare i loro modi di proporsi sul mercato, a togliere dalla distribuzione di massa i settori rosa e blu che differenzierebbero i generi (cosa che per la verità è stata fatta nel 46 per cento dei casi negli ultimi due anni), e a tener sempre presente che un gioco non è mai così innocente. E d’altra parte succede anche che alcuni giochi solitamente snobbati dalle ragazze, rivestiti di tonalità pastello, convincano queste ultime a lasciare in un cantuccio la bambola. Lego Friends, secondo quanto riportato dall’inchiesta del New York Magazine, ha portato così il suo pubblico femminile dal 10 al 27 per cento, e il Nerf Rebelle, estensione femminile del popolare blaster per maschi coperto di viola e glitter, è uno dei protagonisti della crescita esponenziale del gruppo Hasbro che, anche nel primo trimestre 2016, ha visto l’utile aumentare dell’83 per cento. Senza pensare che poi, il merchandising di Elsa, la principessa di Frozen, è letteralmente spalmato di azzurro… Hanno ragione quindi gli strateghi di Pantone: insieme, tutte le sfumature che vanno dal rosa al blu sono simbolo di un equilibrio, rimandano al benessere, all’ordine, alla pace. Se vi sembra poco.

L’articolo è di gennaio 2016 . Nell’immagine, l’opera di Kasper Donne, Borderline (new territory) No. 17, 2013

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