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sante subito… anche no

Sono colpita dalla schizofrenia della comunicazione, anche o soprattutto giornalistica. Un articolo di Paola Pica dedicato alla Fondazione Bellisario-Beyond, pubblicato sul Corriere della Sera di oggi, sembrerebbe tirar la carica, e il traguardo si spera felice,  alla legge sulla parità di quote di genere che domani sarà presentata in Senato. Se non altro perché si legge, come sostiene la banca d’affari americana Goldman Sachs, l’aumento della presenza delle donne potrà portare alla crescita del 22 per cento del Pil. Poi continuo a sfogliare, arrivo alla sezione lavoro, e trovo un doppio paginone sulle mamme che, per trovare eguale soddisfazione tra maternità e carriera, si sono raccomandate a Sant’Iva (la Partita ovviamente). Volti felici e sorridenti, circondati da bambini bellissimi o da sereni pancioni. Immagini che cancellano in un attimo, con una sorta di mistificazione consolatoria, la sofferenza e la fatica delle scelte che queste stesse donne hanno dovuto compiere. Segue una (giustissima) esaltazione del loro coraggio e della loro capacità impreditoriale. E tale è la gioia di questa fuga felice dal mondo del lavoro, che persino placare l’ansia con un carico di ulteriore lavoro, magari in vacanza con i bambini, sembra la soluzione dell’anno. Mi chiedo dove sia la realtà. Dove siano i diritti, i servizi,  e persino i sogni di quando eravamo ragazze. Certo che sappiamo sempre trovare una via d’uscita. Certo che davanti a sgambetti, prevaricazioni, derisioni, sappiamo rialzarci. Certo che siamo capaci di fare le mamme, le mogli, le imprenditrici e le amanti. Certo che ce la facciamo. Che le donne abbiano dentro di loro risorse inesauribili è provato. E persino naturale: siamo la garanzia della continuazione della specie. Ma questa confusione tra ruolo privato e riconoscimento pubblico e sociale non si può più sostenere. Come ho già avuto occasione di scrivere: il benessere individuale non è garanzia di benessere sociale. E poi come si può chiedere a noi donne di pagare un prezzo così alto. Immaginate una violinista di talento. Una capace di fermare il tempo con la Sonata Kreutzer di Beethoven . Una che avrebbe potuto competere con Gidon Kremer o Maddalena Lombardini E adesso immaginate che le vengano messi degli ostacoli per  esibirsi in pubblico, che venga privata della possibilità di godere degli applausi e del meritato successo. Certo, con una buona dose di fede e di filosofia zen. Con una massiccia siringata di saggezza e lungimiranza esistenziale, potrebbe superare tutte gli agguati della sfiducia in se stessa per elevarsi a uno stato molto vicino all’Illuminazione. Potrebbe imparare che si può essere felici anche suonando per se stessa, magari chiusa in una stanza. Si può, si deve, se lo merita la nostra amica violinista, e noi tutte. A patto che questa non sia solo una consolazione. O, in un linguaggio meno aulico ma più consono ai tempi, una velata presa per il culo. Perché, oltre a fare le mamme, le mogli, le imprenditrici e le amanti, anche fare le Sante, è francamente troppo.

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