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A mano libera

Che J.K. Rowling, madre letteraria di Harry Potter, scriva i suoi libri a mano, è cosa nota. Del resto lo stesso facevano Ernest Hemingway, che sosteneva che scrivere a matita forniva almeno tre occasioni per dare al lettore il meglio (rilettura, riscrittura e controllo finale), Truman Capote, Simone de Beauvoir e molti grandi scrittori. Una gran fatica, verrebbe da dire. Solo una formalità manieristica, ha più volte dichiarato da par suo, Jonathan Franzen. Sta di fatto che la scrittura a mano è di grande attualità. Con chi accetta l’inevitabile e progressivo abbandono di questa abilità e chi, armato di ricerche (le Università di Portland, Princeton e della California, ci lavorano da una decina di anni), lancia l’allarme promuovendo il ritorno anche della bella scrittura, la calligrafia. E c’è persino chi, considerandola l’espressione che più ha segnato la storia dell’Uomo, la vorrebbe tra i Patrimoni dell’Umanità Unesco. «Scrivere a mano è un’attività complessa ricca di implicazioni linguistiche, psicologiche, cognitive, nonché fonte di emozioni e benessere» dice Claudio Garibaldi, grafologo e promotore della Campagna per il diritto di scrivere a mano. «Tutto è iniziato quando ci siamo accorti che con l’avvento delle tecnologie digitali il corsivo era in pericolo. Poi siamo entrati in contatto con la Campaign for Cursive statunitense e ora stiamo cercando di istituire una Giornata nazionale della scrittura a mano». A sostenerli ci sono l’Università di Bologna e di Urbino, e il Laboratorio di Pedagogia Sperimentale dell’Università Roma Tre, perché, in fondo, dietro questo gesto manuale c’è molto di più di quello che sembra.

Io scrivo quindi penso

Chi si occupa di neuroscienze, psicologia, educazione, ha ormai un’opinione unanime: scrivere a mano migliora la motricità fine, la quale è legata alla capacità di ragionamento, apprendimento, memoria (il segno creato con attenzione resta impresso nel cervello più a lungo). E proprio a fine ottobre esce il libro I Bambini e la scrittura, Ed. Franco Angeli, che racconta la sperimentazione Nulla Dies Sine Linea guidata da Benedetto Vertecchi, docente di Pedagogia Sperimentale all’Università Roma Tre. 380 bambini che hanno scritto, ogni giorno, quattro, cinque o sei righe, a seconda si trovassero in terza, quarta o quinta elementare, e che hanno evidenziato come, chi si esercitava con la penna, migliorasse in linguaggio, punteggiatura e ortografia. «La scrittura è un’attività strettamente legata alla nostra esperienza, mentale e percettiva», spiega Vertecchi. «Scrivere dà sicurezza, autonomia e ci consente di interagire con gli altri, ma quando si interrompe il coordinamento tra attività mentale e motoria, cosa che succede scrivendo al computer, c’è un progressivo impoverimento della qualità del pensiero, della padronanza della lingua e della produzione dei testi». Sono affermazioni che fanno riflettere, come fa riflettere che Francia e Stati Uniti, che avevano abbandonato l’insegnamento obbligatorio del corsivo, stiano facendo marcia indietro. Che, come scrive sempre Vertecchi nel suo libro, i dirigenti delle massime aziende della Silicon Valley iscrivano i loro figli a una scuola Waldorf (steineriana) dove, fino all’adolescenza, si predilige il rapporto con la natura, le interazioni verbali, la manualità. Sarà un caso?

In punta di penna

Di usare penna e matita, insomma, si sente il bisogno. Tanto che il 1 ottobre, in un’ex filanda settecentesca a ridosso dell’Abbazia di Stura nella periferia torinese, ha aperto l’Officina della Scrittura, che oltre a celebrare la penna (al piano terra c’è la Manifattura Aurora dove si producono dall’inchiostro ai pennini), ha un’area per corsi di grafologia, calligrafia, scrittura creativa, e uno spazio, lo Scripta Volant, dedicato alle mostre, con la prima, fino al 15 gennaio 2017, che raccoglie trenta artisti che hanno lavorato su scrittura e segno. «La bella scrittura oggi è un valore aggiunto riconosciuto» dice Francesca Biasetton, calligrafa e direttrice dell’Associazione Calligrafica Italiana. «L’invito scritto a mano, il font personalizzato, sono sinonimi di ricercatezza. A livello personale poi, rispecchia l’esigenza di rallentare i tempi, di creare una pausa di concentrazione, e mentre una volta avevamo i corsi pieni di donne di età medio alta, oggi sono i giovani, anche uomini, a frequentare i seminari». Ma, visto la crescita della disgrafia, a imparare a scrivere bene, arrivano anche tanti bambini. «Molti ormai scrivono le lettere in senso orario, dinamismo tipico dello scarabocchio, a causa di una mancata educazione del gesto motorio» dice frate Fermino Giacometti dell’Istituto Grafologico Internazionale Girolamo Moretti. Viene allora da chiedersi quale sarà il futuro della scrittura a mano, che poi è il titolo del primo convegno internazionale che l’Associazione Calligrafica Italiana terrà a Milano dal 25 al 26 novembre: calligrafi, graphic designer, artisti, storici, professori, ricercatori che per la prima volta faranno il punto sull’utilità del segno. Che è culturale ed economica, certo, ma anche psicologica.

Se scrivere rende felici

La verità è che quel segno lasciato sul foglio dice qualcosa di noi. «La grafia è una proiezione di sé», spiega Garibaldi. «Non a caso, noi grafologi siamo chiamati in ambito giudiziario, aziendale, ed in crescita è anche il counselling grafologico, per capire le proprie inclinazioni, le potenzialità, persino la compatibilità di coppia». A Genova, l’Officina Letteraria, dal prossimo anno attiverà un corso di scrittura di sé e per sé, tenuto, oltre che dalla scrittrice Chicca Gagliardo e dall’attore di teatro Pino Petruzzelli, da Francesca Biasetton, che guiderà gli alunni a usare la grafia personale per mettere per iscritto la propria identità, così da avere un foglio in cui rispecchiarsi. E del resto, questa esigenza di manualità sconfina persino nei supporti digitali. Lo Smart Writing Set di Moleskine consente, tramite taccuini speciali dai fogli mappati, penna intelligente e un’app, di trasformare in testi e immagini digitali ciò che abbiamo scritto su carta. Lo stesso vale per la NeoSmartpen, nata per ridurre il gap tra carta e digitale, e l’app Hand Handwriting Input con cui si può scrivere direttamente sul display del telefono. E chissà se tutto questo non risponda alla paura, inconscia, di riservare alla scrittura lo stesso destino delle fotografie, ormai sparite dalle case, e di non lasciare così, più alcun segno di noi. (Nella foto di apertura un’opera calligrafica di Giovanni de Faccio)

Articolo pubblicato su Gioia! n. 40 ottobre 2016.schermata-2016-10-17-alle-10-47-37

3 Comments

  1. Mi piace molto questo articolo,io scrivo sempre a mano e con penna stilografica!

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