Adolescentia, educazione
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Scuola: il momento della scelta

Sono solo il dodici per cento. Uno su otto i ragazzi e ragazze annoverati tra “i più bravi”, ma socialmente svantaggiati, che frequentano quei club ristretti che oramai sono i nostri licei. Di questi poi, solo il sei per cento si iscrive negli istituti prestigiosi. È la fotografia, scoraggiante, del nostro sistema scolastico che emerge dall’ultimo, ma non il solo, rapporto Equity in Educationdi Ocse: a determinare la scelta della scuola sarebbe in pratica l’origine sociale. Eppure, negli anni, il noto consiglio orientativo che si riceve alla fine della terza media è diventato, almeno nelle indicazioni ministeriali, sempre meno indicazione per la scelta del momento e sempre più percorso formativo costante. Non strumento di selezione, ma strategia per acquisire inclusione e consapevolezza. Eppure, pur scoraggiati dalla realtà, dovremmo sapere che i ragazzi per primi hanno le risorse per farcela. Nonostante tutto e tutti. Rachele, che oggi ha 23 anni, aveva per esempio ricevuto un categorico e plateale “no” alla sua intenzione di iscriversi a un liceo classico. «Davanti a tutta la classe mi era stato detto che sarebbe stato troppo difficile per me», racconta. Un giudizio che quella zelante insegnante di italiano di La Spezia, aveva messo nero su bianco sull’apposito modulo, consigliando, al massimo, un percorso di scienze umane. La fortuna ha voluto che desiderio e genitori accoglienti la spuntassero, e dopo aver finito il classico senza se e senza ma, oggi si ritrova al terzo anno dell’università di Pisa con borsa di studio e al pari con gli esami. Perché la prima informazione che ci dobbiamo portare a casa è che il consiglio orientativo non è un giudizio, una legge, e che nessuno può frenare le aspirazioni di ciascuno.

Desideri e non attitudini

Parlare di attitudini, affidarsi al “è portato per”, sono d’altra parte considerazioni superate. «Sono ormai più di vent’anni che nella letteratura non si parla più di orientamento verso lo sviluppo di singole abilità, ma di percorsi che aiutino i ragazzi e i loro adulti di riferimento a orientarsi nella complessità sviluppando strategie di scelta per fronteggiare le difficoltà che probabilmente si presenteranno», dice Anna Arcari, psicologa e psicoterapeuta, specializzata in difficoltà di apprendimento e orientamento scolastico e presidente della Cooperativa Minotauro. «I binari fissi di un tempo non esistono più, ed è importante che i ragazzi acquisiscano strumenti per un apprendimento continuo e trasversale, competenze sociali e comunicative, metodo di studio: è questo che li renderà capaci di capire la loro strada». In sostanza, come dice anche Cristina Castelli, docente di psicologia presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Milano: «Se l’insegnamento è fatto bene, secondo una didattica orientativa, saranno i ragazzi per primi a capire cosa implicano determinati studi e indirizzi. L’obiettivo della scuola non è indicare il percorso, ma rendere lo studente autonomo nella scelta dello stesso». In ogni caso, e a patto che questo miracolo di consapevolezza avvenga, al fatidico momento della girandola degli open day ci si arriva, e quel tavolo di trattativa tra genitori e figli ha inizio. «Con Rebecca, ne avremmo fatti almeno una ventina, da Vimercate a Milano» racconta Laura. «Lei voleva a tutti i costi andare in un istituto tecnico informatico, ma il consiglio di classe si è opposto affermando che una “così brava” avrebbe sprecato il suo talento. Alla fine, la scelta è stata determinata più dal fatto che alle presentazioni spesso era l’unica femmina, una situazione di disagio risolta con l’iscrizione a un liceo scientifico di scienze applicate paritario». Con buona pace delle teorie del buon orientamento, di chi la consapevolezza ce l’ha, di una società che ancora divide gentilianamente i licei e poi, molto dopo, tutto il resto, e in cui il genere ci mette lo zampino finale.

Non solo liceo

«È evidente che non siamo ancora riusciti a spiegare che gli istituti tecnici o professionali non sono scuole di serie B. Che sul piano della formazione di base alcuni non hanno nulla da invidiare a uno scientifico classico» dice Mariapia Veladiano, scrittrice, preside dell’Istituto Boscardin di Vicenza. «Una mancanza di informazione, ma anche una proliferazione delle proposte che non fa che accrescere l’insicurezza. Questa è la prima generazione di genitori che pensa che il futuro dei loro figli sarà peggiore del loro, ma scegliere sotto il flusso della paura è pericoloso» conclude Veladiano. La paura che la scuola non prepari abbastanza, che le competenze acquisiste non siano sufficienti per trovare lavoro, che l’ambiente non sia sufficientemente sicuro. Un disorientamento, potremmo dire, che permane anche dopo, se il valzer di nulla osta e i cambi scuola in corso d’anno si moltiplicano; e se, secondo un recente studio di AlmaDiploma, a fine ciclo il 42 per cento dei diplomati, soprattutto se a 14 anni hanno optato per un istituto professionale, dichiara che non sceglierebbe più la stessa scuola.

Non si sbaglia, si cresce

Scoraggiarsi per gli sbagli possibili e futuri è inutile. «È stato proprio il consiglio di classe, convocandoci privatamente, a dire a Giulia che il liceo linguistico desiderato non era per lei, e che era meglio un indirizzo professionale. Così abbiamo ripiegato su un istituto tecnico turistico e poi, il secondo anno, su un scienze umane a indirizzo economico, sempre paritario e con tre lingue, ma ora stiamo pensando di cambiare di nuovo… mi chiedo se avessi dovuto solo seguire i desideri di mia figlia», dice Francesca, mamma di una ragazza DSA. Il corto circuito più dannoso è infatti quello generato dal timore di non riuscire, quando la fatica, e persino l’errore, non dovrebbero spaventarci, anzi. «Aiutare i ragazzi a prendere consapevolezza delle difficoltà che li attendono è nostro compito» dice Arcari. «Ma bisogna anche far capire che incontrare delle difficoltà non significa che si è sbagliato scuola o non si è capaci, ma che, esattamente come in un videogioco, ci stiamo confrontando con un livello superiore di conoscenze. Che stiamo imparando, crescendo. Alla fine, il miglior modo per scegliere una scuola è farlo allontanandosi dall’ansia di prepararsi a un percorso di sicuro successo». Che in definitiva, come mi ricorda Veladiano, la scuola non è altro che il luogo delle opportunità per tutti. Qualsiasi scuola.

Pubblicato su Elle del 12 dicembre 2018 

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