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La scuola insegna

Ci sono parecchie cose che mi fanno orrore nella storia del dolce a pagamento istituita dal sindaco a Cinque Stelle del comune di Pomezia, ma la prima è senz’altro la constatazione di cosa stanno facendo diventare la scuola. La scuola è sempre stata – e penso ai tempi migliori della nostra Repubblica – quella in cui le differenza di classe non importavano. La scuola ha insegnato a leggere a scrivere a bambini che venivano dalla campagna, che non avevano le scarpe, che malapena mangiavano a casa. Bambini appena usciti dalla guerra che vagavano per le periferie della città quasi semi abbandonati o che lavoravano già a sette o otto anni. E non era tanto tempo fa, se facciamo bene i conti. La scuola è stata, e dovrebbe essere, il luogo dove si pratica l’uguaglianza e la possibilità di riscatto sociale. E ho scritto pratica, perché è dall’esempio che viene il più grande insegnamento, non dalle belle parole imparate sui libri di scuola. Non dalle poesie mandate a memoria di Madre Teresa di Calcutta accompagnate da ritornelli di commenti razzisti. La scuola è di tutti, è pubblica (anche quella che noi amiamo definire solo privata), e non a caso. Il che significa che sono i principi sanciti dalla Costituzione, nostra, e ancora più universalmente, dai Diritti dell’Umanità, a dovere presiedere la scuola e non un manipoli di solerti genitori. Francamente poi, questa storia della democrazia partecipativa (per altro non partecipata come una Spa) è una scusa bella e buona. Pure un po’ ignorante: inviterei il signore sindaco ad andarsi a leggere e studiare che cosa sia veramente la democrazia partecipativa. “L’hanno chiesto loro” non rientra esattamente nei canoni di nessun processo democratico che è tale “solo se garantisce i diritti di tutti”. Se non lo fa, forse, bisognerebbe chiedersi il perché. In realtà, questa è solo l’ennesima semplificazione al ribasso. Del tipo “libertà” uguale “faccio un po’ quel cazzo che mi pare” frutto di quella cultura berlusconiana che proprio i Cinque Stelle vorrebbero sradicare dall’Italia. Ma anche in questo caso, forse la carenza di una certa grammatica e sintassi del fare democratico è imputabile ancora alla scuola. Ormai troppo spesso terreno di propagande, di narcisismi genitoriali e beate ignoranze. 

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