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Scuola, istruzioni per l’uso

Articolo pubblicato su LeiWeb l’8 settembre 2012.

Basta andare al cinema per accorgersi che la scuola è uno dei temi all’ordine del giorno. Film pluripremiati comeDetachmentMonsieur Lazhar, o l’italiano Il rosso e il blu con Margherita Buy, nelle sale dal prossimo 21 settembre, ci dicono chedi banchi e insegnanti non parlano solo le mamme. Così, a pochi giorni dell’inizio di un nuovo anno scolastico, con Il Corriere della Sera che dalla prima pagina punta il dito su fenomeni quali l’abbandono scolastico e super classi da 30 studenti per aula, abbiamo chiesto a Mila Spicola, autrice del libro La scuola si è rotta (Einaudi) e ricercatrice in Innovazione e valutazione dei sistemi di istruzione presso l’Università di Roma 3, di fare il punto sul mondo della scuola.

Qual è il senso della scuola oggi? Cosa è rimasto dell’autorevolezza degli insegnanti?  «La scuola non ha perso il suo ruolo, siamo noi che abbiamo perso, e frantumato, un intero sistema di valori. Penso alla Finlandia che, nella sua Costituzione, ha messo nero su bianco l’importanza della scuola, la sua capacità di costruire coesione sociale. Ma come diceva già a fine dell’Ottocento il pedagogista statunitense John Dewey, la scuola è solo uno dei “pilastri educanti” di un edificio composto da famiglia, società, contesto territoriale-economico. Quando tutti questi elementi agiscono in armonia, allora anche la scuola ha successo nel suo compito. In caso contrario, si hanno invece quelli che Dewey chiamava “sperperi in educazione”, ovvero bocciature o abbandoni scolastici. Come insegnante ho incontrato spesso madri che mi chiedevano di dire, io, al loro figlio che cosa doveva o non doveva fare, o che criticavano i miei metodi e giudizi, non accorgendosi che ciò che fa un insegnante non dovrebbe mai entrare in conflitto con la famiglia. Oggi questo si riscontra a tutti i livelli: la scuola è in conflitto con la politica, la politica lo è con la società, la società lo è con la scuola…»

A proposito di dispersione scolastica, l’Italia ha un triste primato: ben il 24%. Come arginare il fenomeno? 
«Il contenimento della dispersione scolastica, da portare a un massimo del 10%, e l’aumento del numero di diplomati e laureati, sono tra gli obiettivi di Europa 2020. Nel nostro Paese il problema è un po’ più complicato però, perché la scuola funziona a macchia di leopardo: al Nord la dispersione è scarsa, mentre al Sud si arriva, come nel caso di alcune scuole di Palermo, anche al 30%. Tutti gli studi ci dicono che c’è unarelazione diretta tra condizioni socioeconomiche e riuscita scolastica. Bisogna quindi investire in risorse finanziarie e umane proprio dove, oltre a una maggiore povertà, le strutture scolastiche sono carenti. Come si può pretendere che un bambino che non ha fatto né asilo né scuola materna, e che non sa cosa sia il tempo pieno, possa competere, arrivato alle scuole medie, con un coetaneo che ha frequentato quasi due anni di scuola in più?»

Eppure l’Italia riserva alla scuola il 4,8% del Pil: meno della media Ocse del 6,1% certo, ma uguale a paesi come la Germania ritenuti efficienti… 
«In realtà, a fine 2013, quando l’effetto dei tagli previsti della riforma Gelmini sarà completo, si arriverà al 3,6% del Pil, una cifra assolutamente inadeguata… Il problema non è solo di investimenti però. Bisognerebbe riflettere sull’intero sistema scolastico e non mi sembra ci sia la volontà di farlo. E bisognerebbe tener conto anche dei risultati della ricerca educativa, italiana e internazionale: tutti dati che potrebbero migliorare le performance dei nostri ragazzi. Qualche esempio? Unire il biennio delle scuole superiori alla scuola media potrebbe essere una soluzione per diminuire la dispersione e il divario tra scuole di serie A (licei) e scuole di serie B (tecnico-professionali). Inoltre, non dimentichiamo che è da più di 20 anni che non si fanno aggiornamenti, pedagogici o didattici, su scala nazionale, ma solo a discrezione delle singole scuole o del singolo docente, il che non aiuta a diffondere le buone pratiche. Immaginate l’insegnante come un medico. È abbandonato a se stesso. Nel bene e nel male».

Cosa pensa dell’accorpamento delle scuole – elementari, medie e superiori – voluto da Tremonti per risparmiare 63 milioni di euro e accolto dal governo Monti? 
«C’è anche una nota positiva in questo provvedimento: in molte scuole a rischio per esempio, se il collegio dei docenti e il preside sono gli stessi dalle elementari alle medie, si può progettare una didattica ad hoc per quei ragazzi che ne avessero bisogno: si chiama “percorso individualizzato verticale”. E se le scuole lavorano bene insieme nei gradi diversi, anche l’insuccesso scolastico viene arginato».

In Italia non è prevista nessuna valutazione della qualità di scuole e insegnanti: non pensa che un controllo gioverebbe anche alla scuola stessa? 
«È uno snodo che si deve affrontare, anche vincendo certe resistenze sindacali, ma va fatto con lo scopo diottenere indicazioni per migliorarsi, non per premiare o punire. L’Italia ha, da una parte, grandi eccellenze (licei, scuola primaria), dall’altra, performance scarse (media, tecnici professionali, private): è evidente che non dipende tutto dalla scuola in sé. Quest’anno, per la prima volta, i dirigenti scolastici che lo desideravano, potevano anche provare il Sistema Valutazione e Sviluppo Scuola, mentre Invalsi ha inserito anche un questionario per il docente. Per il nostro Paese forse la soluzione migliore è quella del così detto Valore Aggiunto che rivela, con un test a inizio anno e un altro alla fine, i progressi fatti dai ragazzi e quindi, indirettamente, l’efficacia dell’insegnamento. Ma, ripeto, non si tratta semplicemente di capire se un insegnante è bravo o se una scuola è buona, come chiede l’opinione pubblica. Mi fa venire in mente un episodio di due anni fa, quando venne a insegnare a Palermo una collega di Milano molto brava e preparata: il primo mese l’ha passato svenendo in classe… Poi ha rinunciato. Era diventata meno “brava”?»

I dati Ocse-Pisa però sono chiari: uno studente italiano è meno preparato di un suo collega tedesco tanto in letteratura quanto in matematica. E nelle scienze il gap arriva al 7%… 
«Posso dirle che non è vero? Se si analizzano bene i dati ci si accorge che i licei scientifici e classici italiani sono tra i migliori d’Europa, anzi, sono un’eccellenza. Il tracollo avviene quando si esaminano le scuole tecnico e professionali e quelle private: insomma, i nostri bravi sono i più bravi di tutti, ma i nostri “meno bravi” sono i peggiori… La media nasconde, al solito, la complessità e l’ingiustizia del nostro sistema. Nasconde le scuole delle zone degradate, la scuola media e gli istituti tecnico-professionali, in ogni ordine e grado. Poi ci sono le scuole private che ci fanno precipitare nella media Ocse di 10 punti. Parlo dei “diplomifici”, delle parificate, delle scuole che consentono la maturità in sei mesi, ma anche di molti istituti confessionali…»

C’è anche chi sostiene che la mancanza di fondi della scuola statale sia dovuta all’eccessivo finanziamento delle private. Eppure le paritarie sono solo il 24,1% e di queste, ben il 41% sono scuole dell’infanzia, proprio quelle che in molte zone del nostro Paese mancano… 
«Nessuno vuol togliere finanziamenti a nidi o scuole dell’infanzia, ma penso che l’unica scuola in grado di assicurare quella pluralità, indipendenza, flessibilità utili a una formazione completa, sia quella statale. Nella privata, già solo la selezione all’ingresso, crea una delimitazione. E ogni delimitazione è sempre un orizzonte più piccolo. Per il resto, chi riceve i finanziamenti statali deve per forza sottostare a controlli di qualità, cosa che oggi non accade. E sarebbe utile anche avere dati più precisi: sapere chi prende cosa e quanto, ma, come al solito, sono dettagli che sembra impossibile ottenere».

Una parola di speranza e un augurio visto che siamo all’inizio di un nuovo anno scolastico?
«Direi che, nonostante tutto, nonostante i governi, poco generosi e attenti, nonostante un’opinione pubblica un po’ superficiale sui temi dell’educazione, la scuola italiana va. E nel suo complesso migliora: abbiamo recuperato posizioni sia nei livelli medi delle performance, sia nella dispersione. Questo vuole dire che si è fatto un lavoro immenso nelle scuole. Nonostante tutte le difficoltà. E, a parte i doverosi casi statistici, la media dei docenti italiani è fatta di grandi professionisti. Il 40% dei premi scientifici internazionali va a studiosi italiani. Qualcosa vorrà pur dire no?»

 

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