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se la vita è ridotta a centimetro

Era un pensiero che se ne andava per la mia testa da giorni. Poi, questa mattina mi è parsa davanti una frase di Anna Maria Ortese che in una lettera a Dario Bellezza scriveva: «Questa mia vita ridotta a centimetro». Certo, nel grido di una donna dimenticata dai più, scivolata in gravi condizioni economiche tanto da beneficiare, alla fine, della Legge Bacchelli, c’è molto di più di una metafora quantitativa della vita di una donna. C’è un rabbioso senso di esclusione, di fine vitae, di occasioni, suo malgrado, mancate. Ma io che sono ben lontana da tali splendori poetici, mi sono accontentata di soffermarmi su questa «riduzione a centimentro». Su questo consumo di vita, sempre per usare le parole di Anna Maria Ortese, puro e semplice, e da cui, appunto, bisognerebbe sempre tenersi al riparo. Soprattutto noi donne, che di vita consumata e giudicata tanto-al-chilo, che di corpi misurati a taglie di reggiseno, e che di talenti e intelligenze soppesati sulla bilancia dell’età ne abbiamo, ancora, quotidiana esperienza. E quel 13 febbraio, eravamo scese in piazza anche per questo. Offese da una sottocultura che mortificava il merito sul banco della gradevolezza estetica e che trasformava l’emozione della Bellezza in volumi di carni e meri dati anagrafici (leggi episodi Rosy Bindi, Ruby e Minetti). Una riduzione a centimetro, appunto. Ma prese d’assalto da questo linguaggio maschilista, di una cosa forse non ci siamo accorte, dimenticantoci del tutto di quella frattura generazionale che si è creata in questi anni all’interno dell’universo femminile. Ho già scritto di questo nel mio post La Giovine Italia, e mai avrei pensato di trovarmi tanto e mio malgrado, scaraventata dall’altra parte (quella fuori misura richiesta insomma). Giudicata vecchia (almeno anagraficamente poiché post 40) e quindi inefficace. Eppure, è solo da questo indotto punto di vista che mi sono parsi chiari e nitidi il dolore e l’inganno di tale manipolazione. Il fatto è che l’inesorabile ticchettio dell’orologio biologico è per noi donne un assillo da cui difficilmente riusciamo a difenderci (e non solo fisicamente): ci appare inevitabile nella sua crudele realtà, inconfutabile nella sua biologica verità, soprattutto, e sottolineo soprattutto, se a sbattercelo in faccia non è il solito macho-in-gita-al-mercato-delle-vacche, ma una donna. Ebbene, di questa frattura tutta femminile, di questo sotterraneo Eva contro Eva, non ne vogliamo parlare. Tantomeno si vuole vedere il nesso, la complicità, con quella sottocultura machista che tanto detestiamo e che proprio infilandosi in questa frattura ha avuto la possibilità di un’autolegittimazione. E così preferiamo la strada della comprensione saggia e materna, dell’educazione paziente di quella che è solo, si dice, giovanile sfrontatezza (non giovane). E nemmeno ci chiediamo il perché se la rottamazione nuda e cruda post 40 è fatta da un uomo la consideriamo becero maschilismo, se fatta una donna, conflitto generazionale. Eppure, care amiche mie, le misure, i centimetri, hanno una cosa di bello: sono uguali per tutti, uomini e donne. Come uguale, impermeabile all’inganno, è «la riduzione a centimetro», sia che sia esercitata da un uomo o una donna. E veniamo al dolore: perché, sempre Anna Maria Ortese, a Dario Bellezza scriveva di essere riuscita a entrare nei salotti buoni oramai vecchia e malvestita. Oramai. Oramai è il tempo delle donne che non abbiamo ascoltato, delle donne messe da parte perché più vecchie, oramai è il tempo delle occasioni mancate. Credo che molte giovani donne oggi si facciano fuggire delle occasioni. Non io, e forse per questo vengo catalogata immediatamente nella sezione Old Style. Io che cerco con il lanternino una rampante trentenne che abbia l’intelligenza di una, tanto per dire a caso, Alessandra Bocchetti o che speravo di trovarle, a fiumi, nelle piazze dei precari de Il Nostro Tempo è Adesso. Siccome erano poco più di un centinaio, a Milano, posso ben dire che non ce n’erano. Anche questa è crudele realtà. Ma noi donne, nonostante il pugilato sia una nobile arte, non amiamo fare a pugni. Preferiamo mettere sotto il tappeto gli scontri (e insieme ad essi le ragioni che l’hanno provocati), salvo poi camminarci sopra con pungenti tacchi a spillo. Ma così non se ne esce. Come nella famosa scena del film  Pomodori verdi fritti alla fermata del treno in cui un’attempata Towanda distruggeva la macchina di due giovani e arroganti sgallettate che le urlvano contro la loro gioventù considerandola qualità e forza, a prescindere: «Sono più vecchia e meglio assicurata!», rispondeva. E poi, ognuna per la sua strada.

Post modificato l’8 giugno 2011.

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