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Segregazione scolastica: perché se ne parla così poco?

Costanzo Ranci e Carolina Pacchi, docenti del Politecnico di Milano, hanno scritto un libro White Flight a Milano. La segregazione sociale ed etnica nelle scuole dell’obbligo (FrancoAngeli) di cui ho già parlato in un mio post tempo fa. Il tema della segregazione scolastica, da genitore fruitrice della scuola statale e da cittadina, mi coinvolge molto. Leggo questa “fuga degli italiani” verso le scuole private o verso quelle che, chissà perché, concentrano classi sociali elevate, un brutto segnale per il futuro. Dovremmo capire, e dovrebbero capirlo chi è tanto appassionato di performance scolastiche, che la segregazione non piò generare mai una buona scuola. In questo post trovate l’intervista integrale a Carolina Pacchi che si è occupata dello studio.

Perché avete deciso di occuparvi del fenomeno della segregazione scolastica a Milano?

Siamo in contatto con degli studiosi che si occupano dello stesso tema in Europa, dove il fenomeno è presente nelle grandi capitali, e a Milano, anche a livello di aneddotica, c’erano dei segnali che potesse esserci lo stesso fenomeno. Così abbiamo preso in esame i dati degli uffici dell’anagrafe scolastica del Comune di Milano.

Che differenza c’è tra Milano e le altre grandi città Europee?

Milano è più piccola e di fatto non esiste una segregazione urbanistica o territoriale. Non esistono veri quartieri ghetto. Oltre alla differenza della struttura urbana poi, c’è anche  la lunghezza del periodo di migrazione: è ovvio che  a Londra o a Parigi si parla di più generazioni, mentre da noi questo è un fenomeno piuttosto recente. Infine bisogna considerare anche la diversità dei sistemi scolastici.

Questo fenomeno coinvolge anche l’efficace modello scolastico del Nord Europa?

Sì, in città come Copenaghen la preferenza vedo scuole con un’utenza selezionata sta aumentando e in generale si registra un aumento delle scuole private.

Possiamo definire il fenomeno milanese con dei numeri?

Nelle scuole elementari, il 56% dei bambini italiani si sposta in una scuola elementare diversa da quella del bacino scolastico di residenza. Nelle scuole medie, la stessa quota è pari al 57%. È dunque la mobilità inter-bacino degli italiani il principale fattore di segregazione. Inoltre a Milano sono attive ben 75 scuole elementari private e 51 scuole medie private. Oltre un quarto dei bambini italiani in età di scuola elementare (esattamente il 26%) frequenta una scuola privata. Le scuole secondarie private accolgono ben il 22% della popolazione scolastica complessiva. Si tratta di un fenomeno esclusivamente italiano: tra gli stranieri le quote di iscrizione a scuole private sono il 4% per le pri­marie e 3% per le scuole medie. Nelle scuole medie collocate in quartieri a forte presenza di bambini stranieri, la “fuga” degli italiani arriva a riguardare ben il 66% dei bambini residenti, ovvero due terzi!

Cosa sta cambiando?

Stiamo assistendo a una riorganizzazione del sistema scolastico e parallelamente a un maggior investimento dei genitori nel percorso di studio dei figli.

Questo è anche lecito. Ma quali sono le ragioni di queste scelte?

Non abbiamo fatto uno studio specifico sulle dinamiche di scelta, ce ne occuperemo in un passo successivo, ma abbiamo fatto delle considerazioni basandoci sulla letteratura esistente. In qualche zona (Gallaratese e Corvetto) abbiamo poi fatto qualche assaggio empirico e abbiamo rilevato che queste strategie di evitamento vengono attuate non solo per etnia, ma anche per dimensione socio economica. Questo comporta una concentrazione nelle stesse scuole di stranieri e di persone socialmente svantaggiate… Quanto all’elemento qualità della scuola, in realtà si evince che raramente i genitori scelgono in base ai risultati Invalsi o ai dati de La Scuola in Chiaro: si decide più per “sentito dire”.

In questo modo si finisce con avere delle scuole dei ricchi (quasi sempre buone scuole) e quelle dei poveri in periferia…

Anche a  livello locale e all’interno di una zona ci può essere una scuola più segregata e un’altra meno. Dipende dal modo in cui le singole scuole riescono ad attrezzarsi, se c’è un’attenzione, se c’è una progettualità, e molto dipende anche dalla capacità di lavorare in modo integrato con il quartiere, le altre scuole di zona, e con le associazione.

Ma questo problema non si potrebbe risolvere con l’obbligatorietà del bacino d’utenza?

L’obbligatorietà è una questione molto spinosa. In città come Portland è stato persino immaginato un sistema di riequilibrio per cui si spostavano i ragazzini bianchi in zone ad alto tasso di persone di colore e viceversa: un rimescolamento obbligato. E non ha funzionato. In realtà c’è un rapporto di Ocse che ci dice che non si risolve molto. Una soluzione più efficace è quella di non impedire la scelta di bacino ma di dare comunque una dotazione economica alla scuola che deve impiegare più risorse per gestire la scuola.

Ma la segregazione è solo in un senso?

No, si può parlare in effetti di  segregazione al contrario, di auto segregazione perché alla fine l’omogeneità assoluta non è mai una buona cosa. Si tratta di una scuola respingente gli altri, di chi non fa parte di quel contesto sociale, per censo o per cittadinanza, che in qualche modo viene limitato quando non respinto. È un fenomeno crescita su cui sollecitiamo un dibattito perché a scuola bisogna soprattutto crearsi delle competenze di natura sociale.

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