Controbalzo
Leave a comment

Sessismo: game, set, match.

Ho preso la mia prima racchetta in mano all’età di 10 anni. Una Slazenger formato mini che ho poi sostituito con una Wilson dei primi modelli post legno. In televisione, ancora quella pubblica, guardavo McEnroe e Borg. Poi Lendl e Becker. C’erano anche Navratilova, Graf, e poi Seles, che evidentemente doveva avere convinto qualcuno a farmi provare il dritto a due mani, ma, nonostante queste talentuose giovani donne, era attorno al mito dei tennisti che costruivo la passione per il tennis. Non so se il motivo va ricercato nel fatto che, in quella cittadina di provincia, mi ritrovavo a essere l’unica femmina del corso, quella che raramente trovava una compagna per farsi un’ora extra visto che, nonostante ci provassi, le altre ragazzine si presentavano con il collettino inamidato, ma certo è che, volendo scambiare due parole oltre che le palline, era difficile parlare di qualcosa che non fosse condiviso anche dai miei compagni, maschi. Eppure erano i tempi in cui gli US Open avevano già ripartirono in parti uguali il prize money. Billie Jean King, aveva già fatto la sua Battle of the Sexes e fondato la WTA. Io, allora una ragazzina, ovviamente non ne sapevo nulla, e gli argomenti a bordo campo, o mentre si rimettevano le palline nel cesto, continuavano a essere se mai le intemperanze di Mac o il genio di Bjorn…

Ho imparato a seguire il tennis femminile quando il tennis ormai non lo giocavo più, ormai “grande”, consapevole, e soprattutto grazie alle imprese delle tenniste italiane come Francesca Schiavone, Sara Errani, Roberta Vinci, Flavia Pennetta. Atlete formidabili che hanno portato il tennis italiano attuale (tutto) a livelli altissimi e che si meritano, a conti di titoli e spettatori, per usare il metro di giudizio di Novak Djokovic, di guadagnare quanto e più dei loro colleghi maschi. Dopo le dichiarazioni del Ceo di Indian Wells Raymond Moore poi costretto alle dimissioni, il tennis è stato investito da una forte polemica di stampo sessista, con il serbo, evidentemente con il microfono dei suoi suggeritori immagine scollegato, che ha tirato persino in ballo gli ormoni… Nemmeno Gilles Simon si era spinto a tanto nell’intervista al quotidiano svizzero Tager Anzeiger : perché nonostante il clamore degli ultimi giorni, la questione dei guadagni tra maschi e femmine è cosa di lunga durata, ma quando finisce sulla bocca del numero 1 dell’ATP e del Ceo del così detto quinto Slam, la cosa si fa seria, ponendo un problema di cultura sportiva, e del tipo di messaggio che uno sport deve trasmettere. Dati alla mano, credo sia comunque utile ricordare che l’ultima finale femminile degli UsOpen è andata sold out prima di quella maschile (forse che il possibile Grande Slam di Serena era più attrattivo della prevedibile Djokovic vs Federer?), e che, come ha dichiarato Navratilova al New York Times, la conta degli spettatori è in definitiva uguale. Mi limito poi a rilevare che se non ci fossero state Serena Williams e Victoria Azarenka, la giornata delle finali dell’ultima edizione di Indian Wells sarebbe stata buttata al vento. E che il miglior match degli Australian Open è stato un’epica battaglia tra Azarenka e Kerber che metteremo negli annali.

Comunque a quelli del partito di Nole, io voglio dare una possibilità di ragione. Voglio applicare cioè il principio “guadagni di più se vinci di più e porti più spettatori”, lo voglio applicare a tutti, maschi e femmine, e provare a immaginare che tennis sarebbe. E chissà se allora, anche chi è troppo in vetta per ricordarsene, si accorgerebbe che l’ingiusta ripartizione dei prize money non è tanto tra maschi e femmine, ma tra chi sta sopra e sotto il numero 150 del ranking. E ancora, ammettendo che si debbano ringraziare solo i Fab Four, che poi in realtà sono Fab Three, e presto Fab One, augurandoci sempre che cresca bene Alexander Zverev e che Roger e Serena giochino fino a 40 anni, mi chiedo con chi pensa di poter giocare Nole nei prossimi anni. Mi chiedo come non si faccia a capire che uno sport che paga di più “solo chi vince e chi porta spettatori” firma la sua naturale estinzione impedendo ai giovani di crescere. La manifesta esclusione e penalizzazione della “parte debole” di un sistema, che sia uno sport o una società, è sempre sinistra, è così difficile capirlo? Che lo faccia un Ceo di un torneo così ricco (ma che in passato si è macchiato di un accusa di razzimo) è disdicevole (e infatti si è dimesso), che lo appoggi il numero uno dell’ATP, il cui rischio maggiore per altro non è quello di perdere ma di ritrovarsi in match ad alto rischio di noia, è preoccupante.

Ma torniamo da queste parti. Quando mesi fa sentii Francesca Schiavone per un mio articolo su Gioia sul sessismo nello sport , mi disse di ritenersi soddisfatta della pari dignità ottenuta nei grandi tornei dove vige lo stesso prizemoney. Una vittoria ottenuta prima sul campo, poi prendendo piena coscienza che erano le atlete più rappresentative a doversi impegnare per il circuito. Chissà cosa pensa ora. In Italia, certo, è tutto più complicato. Il tennis è una di quelle federazioni sportive che non ha scelto, come stabilito dal Coni attraverso i Principi Fondamentali degli Statuti Federali, di istituire un settore professionistico, purché ammesso dalla rispettiva Federazione internazionale. Tennisti e tenniste insomma, in Italia non sono “professionisti”, ma questa “mancanza” viene attribuita dai media italiani alle sole donne. Il che, almeno a livello di comunicazione, ci dice qualcosa sul modo di percepire, nonostante i successi, lo sport e il tennis femminile. Anche in casa nostra quindi, dietro la giustificazione di un guadagno inferiore per le tenniste, c’è forse altro rispetto a un minore indotto economico, a partite al meglio di tre set invece che dei cinque, alla possibilità di avere il coach in campo, agli spettatori. Basta fare una ricerca su Google alla voce “tenniste famose” per trovarsi davanti a un elenco di top 10 e top 20 tra “le più belle” e “le più sexy”. Di sport e di trofei, non si parla.

Prima quindi di parlare di chi, quanto e come, il tennis femminile attira soldi e spettatori, parliamo di questo. Parliamo delle parole, delle storie, dei racconti che accompagnano la crescita dei ragazzi e delle ragazze in uno sport (e di cui ho scritto all’inizio). Poi parliamo delle emozioni che ci fanno stare inchiodati su una sedia, sotto il sole, o davanti uno schermo. È davvero questione di prestazioni? Di metterla su una gara (tutta di linguaggio maschile), di chi lo fa più veloce, più forte, più a lungo? Io, non credo (anche se gli spettatori di Indian Wells facevano “ohhh” ogni volta che Raonic colpiva a 230 km/ora, sai che bello…). Forse dovremmo cominciare a raccontare le cose in modo diverso. A pensare cosa serve davvero perché uno sport cresca facendo partecipare, sugli spalti come nella pratica, più ragazzi e ragazze, e senza condannare a priori una parte alla subalternità. Non credo che a nessuno convenga rimanere solo. Nemmeno a chi i soldi dei montepremi li mette, aumentandoli, ogni anno. E non certo per beneficenza.

Nella foto, Charlotte Cooper Sterry che vinse Wimbledon nel 1895, 1896, 1898, 1901, e nel 1908.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.