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Sexting, il sesso su chat

[Pubblicato su Gioia! del 6 giugno 2015] «Basta guardarsi intorno. È in atto una crescente sessualizzazione della nostra società. La chiamano pornification, un continuo bombardamento on line e off line di immagini e messaggi ammiccanti e provocatori, che non può non influire sull’identità e sui comportamenti degli adolescenti. Ecco perché il sexting è soprattutto un fenomeno culturale». Le parole sono di Giovanna Mascheroni, referente italiana di EU Kids Online che il 5 maggio scorso ha presentato all’Università Cattolica di Milano i risultati dell’ultima ricerca del progetto europeo Net Children Go Mobile. «In Italia il fenomeno è raddoppiato soprattutto tra i 13 e 14 anni, ma rimane di minor entità rispetto all’Europa. Certo, se nel concetto di sexting includiamo anche la visione di immagini pornografiche e non solo lo scambio di messaggi a sfondo sessuale, allora bisogna considerare anche quel passaggio dal 12 al 23 per cento registrato dal 2010». Dati che così si allineano a quelli presenti nell’indagine conoscitiva sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza di Eurispes, con il 22,5 per cento di ragazzi e ragazze tra i 12 e 15 anni che lo hanno già sperimentato, e che confermano ciò che ha rivelato l’Accademia dei pediatri americani: il sexting precede la relazione romantica tra adolescenti ed è il prodromo del rapporto sessuale vero e proprio.

Hanno pure calcolato i tempi, gli americani. Circa un anno, per esempio, dall’invio di una foto in costume adamitico all’incontro biblico. «Le relazioni digitali, non prevedendo il contatto fisico, favoriscono comportamenti disinibiti e aumentano aggressività e sessualità» dice Federico Tonioni, psichiatra responsabile, al Policlinico Gemelli di Roma, del primo ambulatorio italiano sulle dipendenze da Internet. «On line non si diventa rossi, non ci si vergogna, non si avverte il limite del proprio corpo. Il problema si palesa quando bisogna rispondere nella realtà dell’immagine provocatoria o ipersessualizzata che ci si è costruiti sui social network. La tendenza spesso, è quella di agire la rappresentazione che ci si è data, credendo magari che dal profilo pubblicato non si possa tornare indietro». Forse che i ragazzi di oggi, pur usando sempre più spesso i devices personali per accedere a Internet (l’81 per cento sempre secondo i dati Net Children Go Mobile), non siano in realtà consapevoli dei rischi che comportano alcuni comportamenti digitali? «La conoscenza delle conseguenze a lungo termine che un messaggio o una foto postati possono avere sul futuro sta aumentano anche tra gli adolescenti» continua Mascheroni. «Mi è capitato di ascoltare una ragazza che mi diceva che ce l’aveva con i suoi genitori che le avevano permesso di aprire Facebook a 12 anni (in realtà si può a 13, ndr) perché da allora aveva scritto cose di cui ora si vergognava. Ma uno dei dati più preoccupanti, molto inferiore alla media europea, è proprio questo, e cioè quel misero 9 per cento di giovanissimi che ritiene di poter parlare con gli insegnanti di problematiche legate all’online. Se si aggiunge poi la scarsa mediazione dei genitori, non si può pretendere dai ragazzi di sapere cose che non sono state loro insegnate».

Oltretutto, come suggerisce Pier Cesare Rivoltella, professore presso l’Università Cattolica di Milano di Didattica generale e Tecnologie dell’educazione ed esperto di consumi mediali giovanili: «Se informare i ragazzi sugli effetti legali della condotta adottate è doveroso, non è utile fare del terrorismo e slegare l’aspetto giuridico dall’intervento educativo largo». Lo stesso dicasi per il controllo di password e chat, spesso più utile a sedare l’ansia dei genitori che non a un’efficace sorveglianza, visto che, tra pari, gli adolescenti sono sempre in grado di recuperare strumenti o informazioni che cercano. Che fare allora? «Non resta» dice Rivoltella, «che tornare all’educazione; a ragionare insieme di intimità e affetti. Non siamo stati capaci di insegnare alle nuove giovani generazioni cosa deve stare “dentro” e cosa “fuori”, mentre da social network come Istagram, piena di selfie di veline e velone, passano modelli che non aiutano a sviluppare responsabilità e senso critico. Ai social però, non possiamo opporci e allora, per quanto si rivelari frustrante, non resta che educare e dare l’esempio. Perché se siamo noi stessi a postare foto dei figli, se non facciamo passare il messaggio che i nostri affetti, la mia persona e il mio tempo sono privati, è evidente che quando mi troverò in mano un telefono farò la stessa cosa, e metterò on line pezzi del mio corpo e della mia vita» (qui l’intervista integrale). Le cronache sono piene di queste esempi. Famoso il caso ripreso dal libro di Riccardo Iacona (Utilizzatori Finali, Chiarelettere ed.): «Sono tante le ragazzine che trovano normale scambiare foto di sé per avere un telefonino o diventare popolari: è il segnale che il corpo è ormai poco più di una merce di scambio, cosa che, in un Paese foderato da corpi di donna, non fa più scandalo per nessuno. Ed è un’emergenza di cui nessuno si cura» dice Iacona. Un’emergenza che travolge, volente o nolente, più le femmine che i maschi. «Lo squilibrio di genere nella pratica e nelle conseguenze del sexting è fortissimo» conclude Mascheroni. «Non solo le ragazze sono le più turbate, ma per loro può diventare un’arma di cyberbullismo, il sexting revenge, quando il fidanzatino per vendetta mette on line le foto osé che avevano scambiato. Così, mentre per il ragazzo la foto è una moneta di scambio, un simbolo della propria virilità, per le ragazze è, prima l’espressione di una forte pressione di conformarsi a un modello di femminilità adulta, di “voler piacere”, poi, il movente per la sanzione del gruppo che spesso la condanna come “una poco di buono”. E bisogna oggi stare attenti anche a Whatsapp, in voga tra i giovanissimi. Pochi sanno che il numero di telefono, importato in un gruppo, è visibile a chiunque senza averne nessun controllo».

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