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Siamo tutti dilettanti

Perché parlare di “dilettantismo” come problema solo femminile fa male alle donne, allo sport, all’informazione e non aiuta nemmeno a risolvere il problema vero.

Il prossimo 26 settembre ci sarà a Roma il Meeting Nazionale dello Sport Femminile e le recenti vittorie di Roberta Vinci e Flavia Pennetta hanno riportato alla ribalta il fatto che le donne sportive sono tutte “dilettanti”…. Strano per una che si è intascata in diretta un assegno di 3,3 milioni di dollari. Ma poi, è davvero così? Sono solo le donne a essere le vittime della fantomatica legge 91 del 1981? Perché, a informarsi meglio, anche Fognini non se la passa poi così bene…

Avvocato Lina Musumarra*, inquadriamo donne e sport dal punto di vista normativo, il vero problema è davvero la legge 91 del 1981?

Sì, la legge del 1981 è molto datata, direi obsoleta e non conforme ai principi di diritto dell’Unione europea. Ma ciò che determina l’anomalia italiana è anche il fatto che il Coni, attraverso i Principi Fondamentali degli Statuti Federali, ha rimesso alle singole Federazioni Sportive la decisione di istituire un settore professionistico, purché ammesso dalla rispettiva Federazione internazionale e in presenza di una notevole rilevanza economica dell’attività in questione. In pratica, il Coni non prende posizione in merito, e ciò ha determinato che, su oltre quaranta federazioni presenti, solo sei hanno deciso di aprire al professionismo. E di farlo, evidentemente, solo per gli uomini.

Se non sbaglio sono calcio, basket, golf, ciclismo, sport equestri e pugilato, quelle che hanno deciso di aprire al professionismo. Quindi, questo vuol dire che, nel nuoto, nel tennis o nel rugby, sono tutti “dilettanti”, sia uomini che donne?

Sì, infatti i pallavolisti per esempio, anche quando giocano ad alto livello e hanno dei contratti da 300 o 400 mila euro, con un rapporto di lavoro reale a tutti gli effetti, sono qualificati come dilettanti, così nel rugby.. etc etc.

E allora perché viene presentato come un problema che riguarda solo le donne? Perché, per esempio, la lettera a Giovanni Malagò è stata inviata dalle rugbiste romane della All Reds? Sono formalmente “dilettanti” anche i rugbysti…

Il problema riguarda le donne in senso assoluto, perché se io sono una donna e gioco a pallavolo sono una dilettante, ma se voglio provare a diventare una professionista non ho possibilità di farlo comunque, nemmeno nel calcio, dove invece gli uomini sono per statuto professionisti… Ma il problema non è una questione di genere e forse spesso si è sbagliato a porlo come tale. È un problema che riguarda donne e uomini in quelle federazioni, che poi sono la maggioranza, che non hanno un settore professionistico.

Quindi oltre la Pennetta, che ora è definita “dilettante” su tutte le testate, il problema riguarda anche Fognini….

Sa qual è la contraddizione più evidente? È che l’unica clausola stabilita dal Coni, come già ricordato, per definire un criterio che possa inquadrare l’attività sportiva come professionistica, è che l’attività praticata abbia una notevole rilevanza economica. Ecco, direi che vista la consistenza dell’assegno della nostra tennista, è difficile definirla “dilettante”

Le assicuro che le tenniste dilettanti non entrano a Flushing Meadows! Ma, tornando a noi, anche perché lo stesso Coni non parla più di “dilettantismo” ma di “non professionismo”, lei saprà che la Federcalcio ha da poco introdotto l’obbligo per le società professionistiche di aprire al settore femminile. Come valuta questo cambio di rotta?

Sono stata vicepresidente della Divisione calcio femminile quindi conosco questi problemi da dentro e anche all’epoca ci siamo battuti per sensibilizzare l’allora presidente della LND Tavecchio, ora presidente della FIGC. È vero, si è arrivati ad obbligare le società di Serie A e B ad avere una formazione di Giovanissime (Under 12) e di Allieve (Under 16) nonché di poter acquisire il titolo sportivo del club femminile, come ha già fatto la Fiorentina. Non tutte le società sono però d’accordo, questo è il problema. Queste iniziative vengono purtroppo percepite come delle imposizioni, e con le imposizioni non si fanno dei passi avanti concreti.

Cosa bisognerebbe fare allora? Ci sono vari disegni di legge presentati.

L’ultima è la proposta di legge  presentata da Laura Coccia, ma anche nelle passate legislature sono state presentate altre proposte, non solo dal Pd, rimaste tutte nel cassetto. Io stessa ho partecipato a delle audizioni per approfondire queste tematiche, ma evidentemente manca la volontà di affrontare il problema per tutti, non solo per le donne. La soluzione migliore sarebbe l’abrogazione totale della legge 91 e scrivere una nuova legge che disciplini il lavoro sportivo in modo tale che si superi il tema della qualificazione operata dalle Federazioni sportive, come più volte evidenziato anche dalla Corte di Giustizia europea. Una nuova legge che disciplini la situazione reale che è evidentemente diversa da quella pensata dalla legge 91. Questo è un atto dovuto, non più procrastinabile da parte del legislatore e del Coni.

I dati sulla pratica dello sport della donna sono chiari. Soprattutto se li paragoniamo a quelli europei: le donne in Italia praticano poco sport agonistico. Una volta Schiavone mi ha detto che la pari dignità nel tennis, e nel prize money, l’hanno conquistata prima sul campo… è provocatorio dire che forse lo sport dovremmo innanzitutto farlo davvero?

Il calcio femminile è poco praticato rispetto agli altri Paesi, se dobbiamo parlare di sport di massa. C’è stato un maggior avvicinamento delle donne alla pratica sportiva per motivi di salute, ma la pratica agonistica manca. Le donne abbandonano presto lo sport, anche per mancanza di tutele, certo. Ma diventare professioniste richiede impegno, sacrificio…

Che è poi quello che hanno messo Flavia Pennetta o Roberta Vinci per arrivare a quei risultati. Altro che “dilettanti”…  

Sono dilettanti per la Federazione che in questo modo non deve sostenere i costi del lavoro. Perché è chiaro che una federazione sportiva che ha un settore professionistico è tenuta a degli oneri previdenziali e ad altri costi che in generale le federazioni non vogliono o non possono  sostenere. Questo è il problema. Ci sono troppe contraddizioni  e lo abbiamo denunciato in tutti i modi.

E noi lo facciamo ancora.

*Lina Musumarra, avvocato e docente di Diritto dello Sport Università Luiss

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