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siamo tutti precari

Nonostante la cervicale che mi stringe i pensieri in una morsa crudele questa mattina è iniziata bene. Ho visto il video dei giovani precari che il 9 aprile scenderanno in piazza con lo slogan Il nostro tempo è adesso e ho ascoltato la musica di sottofondo: era quella di Zaz. Avevo parlato della voce di questa giovane cantante francese che tanto ricorda Edith Piaf, di questa musica che gridava liberazione in un mio post di novembre scorso e allora mi sono detta, Ipazia è con voi! (Ma lo sarebbe stata anche senza musica). Ieri sera ho ricevuto un altro messaggio su Twitter per il mio post La Giovine Italia. La parola rassegnazione ritorna come un mantra. Così come quel sentimento di impotenza che paralizza alcuni giovanissimi ormai incapaci di immaginarsi un futuro. Alcuni, perché i precari che stanno organizzando la manifestazione del 9 aprile hanno capito che una strada per uscire da questa impasse generazionale c’è. E la strada, è sempre la stessa. Ovvero contarsi, dare spazio a una forza unita, dire chiaramente che cosa si vuole, e poi pretenderlo. Quando si smette di stare soli, si diventa pericolosi, ricordiamocelo. Vale anche per le donne, che in questa situazione, sono colpite due volte. Come precarie, e come esponenti di un genere penalizzato nel mondo del lavoro. Le statistiche parlano da sole: in Italia il 60 per cento dei laureati è donna e solo il 40 uomo, eppure ben il 22 per cento delle laureate non lavora, contro il 9 degli uomini. Non solo. Le donne sono pagate meno (fino al 26 per cento) dei loro colleghi maschi. Il tasso nazionale di occupazione è del 35,4 per cento contro il 48,6 di quello maschile, ma quando si parla di lavoro a tempo determinato ecco che le donne sono il 34,8 per cento contro il 27,4 dei maschi. Senza parlare della percentuale di donne costrette a lasciare il lavoro dopo il primo figlio o ad accettare un contratto part time indesiderato (31,2 per cento contro il 10,4 dei maschi). La conseguenza che le ragazze fra i 18 e i 29 anni sono economicamente dipendenti e convivono con i genitori nella misura del 71,4 per cento (dati Istat 2011). Ma i dati rivelano una cosa ancora più subdola: perché, per quanto vogliano farvi credere, soprattutto per le donne, la condizione di precarietà non è solo confinata a chi ha un contratto in scadenza. Una donna che lavora, anche graziata da un contratto a tempo indeterminato, se desidera un figlio o semplicemente non vuole sottostare a quei modelli maschili che prevalgono nella maggiorparte delle aziende, è sottoposta a tante e tali pressioni che la più parte delle volte, lascia il lavoro, o ancor peggio, accetta un demansionamento. Perché, e questo è il punto, il precariato prima di essere una soluzione alla crisi economica o un nuovo modello di mondo del lavoro o di flessibilità, è un’idea di società che si sta facendo strada insieme ad altri sentimenti diffusi come l’indifferenza o la contrapposizione tra generazioni, tra chi sta dentro e chi sta fuori. Ebbene, non è così. Qui, siamo tutti precari, e non solo per condizione umana. Come diceva Alphonse Karr (uno che scriveva La donna, nel paradiso terrestre, ha morso il frutto dell’albero della conoscenza dieci minuti prima dell’uomo: da allora ha sempre conservato quei dieci minuti di vantaggio), L’incertezzaè il peggiore dei mali, fino al momento in cui la realtà ce la fa rimpiangere. Ci vediamo il 9.

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  1. Credo sia proprio questo finale il punto, di tutti coloro che si sentono precari anche se hanno il posto fisso (e succede, sempre più)

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