Donne, Storie
Leave a comment

Singleton, una casa tutta per me

[Pubblicato su Gioia! n. 1 2016] Davanti a una colazione abbondante, sedute al tavolo con le amiche, la sentenza della solita Miranda Hobbes è più valida che mai: «Tra cinquant’anni gli uomini saranno comunque obsoleti. Già adesso non ci si può più parlare». Quindi, si sottintende, perché viverci insieme? Se non fosse che le donne che abitano da sole stanno diventando anche in Italia un fenomeno demografico, la condizione delle singleton, così come sono state battezzate le famiglie unipersonali dal docente di sociologia all’Università di New York Eric Klinenberg nel suo Going Solo (Penguin Book), si potrebbe sintetizzare in questo modo. Ma, come osserva Graziella Civenti dell’Università Bicocca di Milano, autrice dell’indagine sulle donne che vivono sole raccolta nel libro Una casa tutta per sé (Franco Angeli), la cosa non è così semplice. «Innanzi tutto c’è un problema di accettazione culturale e di linguaggio. La lingua italiana non ha una definizione per questo status e lo omologa alla condizione di single, il che, non è sempre vero. Quello che sembra essere confermato invece è come le donne siano state capaci di riempire la loro vita di capitale umano e professionale, di interessi e relazioni amicali forti, dimostrando che chi vive sola, lungi da essere individualista, impiega più tempo di altri a costruire reti sociali non virtuali e ad adoperarsi per il prossimo».

Insomma, chi pensava a un esercito di donne ansiose, annoiate e depresse, è fuori strada. Simona P., 43 anni, per esempio, ex art director di una famosa casa di moda e ora consulente, da sola ci vive da 12 anni. «Ho trovato persino il coraggio di lasciare un lavoro a tempo indeterminato e dedicarmi di più al volontariato. Poi mi sono iscritta a un master in coaching e ora studio per diventare counselor. Vivere da sola è soprattutto una questione di libertà, e non si tratta solo di non dover rendere conto del proprio tempo a nessuno, ma di avere la possibilità di costruirsi uno spazio vitale ricco di stimoli. La sera, non sto quasi mai a casa: organizzo laboratori di coaching, autostima, sentimento del corpo, vado al cinema e al dj set. Mi piace semplicemente incontrare gente…». Perché, lo dicono i dati, sembra che a questi solitari, dobbiamo persino la vitalità delle nostre città. Essendo loro che, per primi, affollano bar e ristoranti, frequentano lezioni di lingua e di ballo, vanno a teatro, spettacoli, mostre… Certo, poi può succedere che, come racconta Luisella B., classe 1977, con una casa tutta per sé da 18 anni, dipendente della pubblica amministrazione, attrice e regista teatrale per passione, la signora della cassa del cinema alzi il sopracciglio e ti chieda «Un biglietto solo?», come se nell’anno 2015 una femmina non accompagnata sia ancora un’eccezione.

E invece, dicono i dati del Censis, i singleton sono sempre di più, soprattutto per l’aumento dei single non vedovi, confermando una tendenza cha va dagli Stati Uniti (dove sono quasi 33 milioni) all’Europa (con la Svezia che ha più del 50 per cento di famiglie unipersonali). E anche a Milano – conferma Civenti – le persone che vivono da sole sono più della metà, la maggioranza donne. Del resto, i recenti dati di Eurostat sulla permanenza dei giovani nel nido dei genitori parlano chiaro: i mammoni, quelli che hanno bisogno della famiglia tradizionale, sono per lo più maschi. «Una delle cose che emerge dai colloqui è la qualità dell’amicizia tra donne. Una relazione capace di tenere insieme alto e basso, il confronto serio e il divertimento» continua Civenti. Il che, sfaterebbe un certo mito sulla difficoltà, e le invidie, dei rapporti femminili. «Una delle mie amiche la conosco da quando avevo tre anni» dice Roberta. 46 anni, animatrice per bambini, appassionata di fotografia, storie e giochi (nonché una delle donne più impegnate del pianeta visto che ha un agenda più fitta di quella di Obama!), con la sua famiglia allargata ci passa pure il Natale. Perché stare da sole, non significa essere isolate, anzi. Se mai, in una società rumorosa e perennemente iper connessa come la nostra, significa staccare la spina, crearsi un’oasi di pace, un rifugio creativo dove ritrovare se stesse.

«Per lavoro sono spesso in giro per l’Italia e quando torno, trovo consolatorio stare a casa tra il mio disordine di scarpe e borse senza che nessuno mi dica nulla» dichiara Sonia P., 44 anni e “da sola” da dieci. «Non cerco neppure una “seconda famiglia” negli amici: sono uno spirito libero fin da piccola, forse per mia madre che, nonostante sia figlia unica, non mi ha cresciuto secondo i classici stereotipi». «La verità è che ci si sente più forti» suggerisce ancora Luisella, «anche se qualche svantaggio, bisogna dirlo c’è: per esempio, una certa tendenza a non avere orari neppure con il lavoro e un sacco di spese che, ovviamente, non si possono dividere». Sì, perché se l’esistenza di donne che vivono da sole è il segno distintivo di una società evoluta che può permettersi di pensare alle monoporzioni e a strategie di markenting dedicato, almeno nel caso italiano, pone anche seri interrogativi. «La vera sfida che ci indica questo cambiamento demografico è ripensare alla nostra concezione di famiglia e di welfare. Chi penserà a tutte queste persone? Il loro network personale resisterà nel tempo?» si chiede Civenti. Una risposta, o forse solo un desiderio, arriva dalle dirette interessate. Così, al solo menzionare di un’idea sul loro futuro, si alza un coro unanime: «Un bel cohousing a Bali!».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.