Donne

Smart working. Davvero?

Si scrive smart working e si legge, sempre più spesso, telelavoro. Lavoro “intelligente” da svolgere a casa secondo orari flessibili, dove vuoi e quando vuoi. Sono stata personalmente una sostenitrice di questo concetto, portato avanti da parlamentari come Alessia Mosca (qui la sua proposta di legge) e donne intelligenti che “istruiscono” le aziende sui nuovi modi di lavorare come Arianna Visentini di Variazioni. Sono stata, appunto, al passato, perché oggi, dopo un anno di telelavoro, di #ufficioincasa, mi trovo molto più vicino al pensiero di Marissa Mayer che, un anno fa, bocciava il telelavoro e invitava tutti i dipendenti Yahoo! telelavoranti a tornare all’ovile. O forse dovrei dire tutte, visto che, in definitiva, sono le donne che chiedono il telelavoro sentendo loro la necessità di conciliare ed essere flessibili. Ora, io lo so e l’ho scritto fino allo sfinimento che la conciliazione non è un problema femminile, e so anche che lo smart working riguarda entrambi i sessi, ma se guardo in faccia la realtà delle donne normali (non Ceo o manager) e i dati (che non cambiano mai) non posso che constatare questo: il telelavoro lo vogliono le donne che devono necessariamente conciliare famiglia e figli con il lavoro.

Cosa c’è di sbagliato? Nulla, o forse alcune cose sì. Perché, per fare una cosa bene, qualsiasi cosa, ci vuole continuità e concentrazione ed è difficile trovarla se ti ricavi un’ora qua e là tra la lezione di pianoforte e la riunione scolastica. Certo, se hai una tata e una colf, ti chiudi in una stanza e fai quello che vuoi, ma quante impiegate si possono permettere tata e colf?Quando Marissa Mayer lamentava un’eccessiva disparità tra la qualità del lavoro svolto in ufficio e a casa, forse quindi, non aveva tutti i torti. E qui, arriviamo al punto dolente numero due. Lo smart working sarà anche intelligente, ma lo è abbastanza per fare carriera? Perché se tutta la questione dei tempi del lavoro al maschile che impediscono alle donne di arrivare nei posti di vertice è “risolta” da uno strumento che poi, invece di integrarle, le isola, beh, allora permettetemi di cominciare ad avere qualche dubbio.

Un dubbio dialettico, sia inteso, ma davvero, in tempi di partecipazione e condivisione, e soprattutto in tempi in cui nulla pare cambiare ed essere cambiato, il “presenzialismo” vince ancora sulla qualità. Forse è il nostro Paese a essere troppo in arretrato, ma è pur vero che è con il nostro Paese che dobbiamo fare i conti. E in questo Paese, le donne se ne andrebbero volentieri in ufficio tutti i giorni, parteciperebbero a riunioni con colleghe e colleghi, farebbero progetti, salterebbero di gioia per un avanzo di carriera e un aumento dello stipendio. E a casa? La tata e la colf. Credetemi, altro che smart working.

Poi c’è quella che, manager arrivata, in prima fila nelle conferenze smart, si vanta che con il telelavoro può ricavarsi una pausa dalle 16 alle 18 per stare con il figlio e poi ricominciare a lavorare dalle 1830 alle 20 (chissà come sono contente le sue assistenti)… Mi spiace, ma io mi sono arresa. Mi sono arresa anche davanti a una curiosa disputa sui social sul fatto se “fare” la madre e occuparsi della casa a tempo pieno, possa o meno considerarsi un lavoro o solo un ruolo genitoriale. No, fare la mamma, la moglie, l’amante, non è un lavoro. Sono d’accordo. Vorrei però altresì che, al lavoro, per strada, si cominciasse a concepire la famiglia come soggetto produttivo e non solo come luogo degli affetti e dei lavori di cura. Vorrei che le donne imparassero per prime a pretendere che questo ruolo sia condiviso. In casa, con i loro compagni e compagne.

Infine, poiché si parlava di intelligenza e realtà, forse il punto sta proprio qui: non sempre la realtà è prodotto di intelligenza. Proprio di oggi la notizia che Facebook e Apple pagheranno alle dipendenti il congelamento degli ovuli per permettere loro di rimandare la maternità e fare carriera. Ancora una volta è questione di tempo. Il nostro tempo. Traslato, rimandato, posticipato, dislocato. Vi ricorda qualcosa? Una volta l’autodeterminazione passava per il corpo. E se ora passasse per il nostro tempo? Anche questa generosa forma di welfare aziendale dei due giganti della new economy è intelligente? Dovremmo forse ringraziare chi ci permettere di sottoporci a dolorosi e poco sicuri interventi per darci la speranza di lavorare di più e meglio?

Le donne che chiedono il telelavoro lo fanno perché è più facile che pagarsi una colf, una tata, un’infermiera per il genitore anziano. Chi rimanda una gravidanza lo fa perché sa che un figlio la penalizzerebbe ingiustamente e per sempre. Parimenti, chi fa scelte contrarie, chi rinuncia e “fa la mamma”, lo fa sempre realisticamente, dati alla  mano. Tutte queste donne sono, loro sì, abbastanza intelligenti da capire, al di là degli slogan, che il mondo del lavoro è sempre lo stesso (forse pure peggio negli ultimi anni), che questo Paese è sempre lo stesso, e allora ci si arrabatta come si può. Meglio che si può. Ho paura che lo smart working sia una soluzione fuori tempo massimo e che il telelavoro, come ha detto qualcuno, abbia già un bel futuro dietro le spalle. Le istruzioni illusorie per la realizzazione di un bel pupazzo di neve in mezzo al deserto.

Nella foto, David Allen, Women on the rise