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Il lavoro? Meglio smart…

Articolo pubblicato su LeiWeb il 12 ottobre 2012

Per molti (e molte) di noi è poco più di un sogno. Secondo i dati Istat, infatti, i pendolari in Italia sono oltre 26 milioni e compiono in media 43 chilometri al giorno, e prima che le code, il traffico, la ricerca del parcheggio e le perdite di tempo in attesa dei mezzi pubblici diventino solo un lontano ricordo – come suggerisce il libro Il futuro del lavoro (Ed. Il Sole 24Ore, 2011) di Richard Donkin, uno dei più autorevoli esperti in tematiche dell’occupazione – dovremmo aspettare ancora molto.

Nonostante tutti gli studi ci dicano infatti che il telelavoro coincide quasi sempre con incremento di produttività, risparmio sui costi e aumento della soddisfazione dei dipendenti (leggi qui la recente ricerca Microsoft , l’Italia resta, al solito, il fanalino di coda nell’Europa a 15. Con un misero 3,9 per cento di tele-occupati, contro una media europea dell’8,4 per cento e con la Danimarca al 16, il Regno Unito al 9,6, la Germania all’8,5 e la Francia al 7 per cento (dati Manageritalia), ovviamente in crescita. Esiste, è vero, un disegno di legge voluto da Donne Manageritalia e presentato dalla senatrice Maria Ida Germontani, un disegno di legge che, cosa non da poco, andrebbe anche a soddisfare molte delle richieste in tema di conciliazione, ma la cultura del lavoro imperante nel nostro Paese è ancora quella che premia il presenzialismo, meglio se in overtime, più che il raggiungimento effettivo degli obiettivi. E anche se La flessibilità paga (Ed. Egea, 2012), come titolano efficacemente nel loro nuovo libro Simona Cuomo e Adele Mapelli riportando i risultati di una ricerca dell’Osservatorio sul Diversity Management della SDA Bocconi, il telelavoro in Italia sembra destinato a restare fermo a quel misero 3,9.

Eppure, ha dichiarato Holger Felgner, direttore generale di TeamViewer: «I risultati mostrano che le politiche di flessibilità nell’organizzazione del lavoro sono in grado di soddisfare (oltre che gli standard della produttività, ndr) anche lo work-life balance». L’azienda leader nello sviluppo e distribuzione di soluzioni per la comunicazione e la collaborazione on line ha recentemente chiesto a mille impiegati britannici anche dove preferissero lavorare, e le risposte sono state quanto mai curiose: il 14 per cento sceglie infatti di lavorare in giardino, il 13 a letto, il 7 mentre cucina e il 5 per cento in bagno.Postazioni di lavoro insolite che però non intaccherebbero né la routine (si inizia e si finisce di lavorare sempre alla stessa ora), tantomeno la produttività. Perché a volte, scegliersi il luogo dove si lavora, può essere un grande benefit… Almeno è quello che sostiene Francesca Sanzo , social media strategist di Bologna, che, dalla sua esperienza dihomeworker, ha creato una vera e propria community che comprende, oltre ai lavoratori dipendenti, anche i freelance. «È importante creare connessione tra i due mondi, fare Rete, perché il rischio di chiudersi in casa, di alienarsi, c’è» dice Sanzo che continua: «Come, per le donne, c’è il pericolo di caricarsi di due lavori, invece che di uno solo. Ma basta darsi una buona organizzazione, pretendere collaborazione dal proprio compagno e concentrarsi su quello che si sta facendo e si riescono ad ottenere, non solo maggiori performance, ma anche una vita più sostenibile e appagante. Alla fine, in questo modo, il lavoro te lo porti dove vuoi, anche in vacanza, e la qualità della vita, dell’ambiente persino, aumenta». Per ora la community ha un hashtag su Twitter (#ufficioincasa, ) da cui si possono “sbirciare” le istantanee di questo modo alternativo di lavorare. E a inizio novembre sarà on line un vero e proprio sito con forum, consigli su come organizzare i tempi e vari contributi editoriali. Un modo per accelerare un processo di cambiamento nel mondo del lavoro che c’è e, è bene sottolinearlo, parte e arriva, dalle donne. E tu dove vorresti lavorare?

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