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speriamo che sia femmina

Mario Monicelli si è suicidato gettandosi dal balcone ieri sera. Ha scelto di andarsene così, forse conservando negli occhi l’immagine di suo padre, anch’esso morto suicida, trovato nella stanza da bagno. Nel commento a questo blog ho parafrasato il titolo di uno dei suoi film più belli: Speriamo che sia femmina. L’ho fatto perché la speranza oggi non basta più, come non basta l’unanime Viva le donne! che usciva da questo film. E l’ho fatto perché credo che oggi sia necessario pretendere che la consapevolezza femminile del mondo, la superiorità morale delle donne (che emergeva proprio da questo film) non venga più tenuta nascosta. Perché dobbiamo scrollarci di dosso questa apparenza di fragilità. Perché dobbiamo pretendere, con ogni mezzo e nuova regola, che se è vero che i talenti sono distribuiti in modo equanime tra uomini e donne, allora donne e uomini devono essere ugualmente rappresentati nei luoghi deputati a prendere decisioni per tutti. E perché, come diceva Rudolf Steiner, dei problemi delle donne devono parlare le donne, e non gli uomini. In questo casale di campagna, i pochi uomini che vi transitano, sono dei bischeri. E c’è una delle scene più belle del film che è emblematica: quando zio Ugo viene portato in una casa di riposo dove fa amicizia con una vecchietta scorbutica dai capelli vaporosi. Zio Ugo rimane affascinato dal suo sferruzzare. «Sembra un duello di D’ Artagnan» dice. E poi, a quella vecchietta che non si fa prendere in giro da nessuno (neppure da suo figlio) e che non ha bisogno di nulla (neppure che le si regga la matassa), chiede se un uomo, un uomo intelligente magari, potrebbe  riuscire anche lui a fare la maglia. «Un uomo è sempre un uomo» risponde lei. Appunto. Ma non per questo bisogna accontentarsi.

il senso di ipazia l’eterno femminile

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