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Stem vs SteAm. Se la matematica non basta

Arte batte ingegneria uno a zero. Può sembrar strano in un’epoca in cui tutti spingono verso le discipline scientifiche con la promessa di 2,3 milioni di posti di lavoro entro il 2025 (dati Commissione Europea). Strano, ma non senza endorsement di importanti, come quello di Stephen Wozniak, cofondatore di Apple, che ha candidamente dichiarato che la creatività è più importante delle osannate materie Stem (acronimo anglosassone che sta per science, technology, engineering e mathematic). Alla Rhode Island School of Design, università privata del New England, si sono inventati così lo STEAM, un movimento che promuove un insegnamento multidisciplinare e che utilizza le arti per sviluppare quelle abilità logiche, analitiche e critiche da applicare a materie tecnologiche, ingegneristiche e matematiche. «Se si vuole fare innovazione in campo informatico e tecnologico, è necessario essere creativi» dice Giada Totaro dello Steam Atelier di Lecce. «Mentre lo STEM si concentra sui processi e principi, il metodo STEAM spiega il perché le cose sono fatte. Nei nostri laboratori, da 5 a 60 anni, non si insegnano le leggi fisiche che governano un mulino a vento, ma lo si costruisce esplorando tutti gli aspetti del sapere, artistico compreso».

Interdisciplinarietà quindi come chiave del futuro, ma il passo indietro rispetto all’imperativo scientifico lo si sta facendo anche rivalutando gli studi classici considerati preparatori al pensiero scientifico stesso. Può capitare, infatti, che chi arriva da quei percorsi affronti le facoltà Stem persino con maggior profitto. «Il problema sta nel linguaggio, usato sempre più in maniera approssimativa» dice Roberta Musina, docente del dipartimento di scienze matematiche, informatiche e fisiche dell’Università di Udine, «una mancanza che provoca, prima che difficoltà di esposizione, difficoltà di comprensione e una debolezza della struttura logica e di pensiero. In questo, chi viene da studi classici sembra avere più strumenti, sembra essere più “attrezzato” per apprendere qualsiasi cosa».

Lucio Russo, fisico e storico della scienza all’università di Roma Tor Vergata, in libreria a fine febbraio con Perché la cultura classica. La risposta di un non classicista (Mondadori), sostiene invece che la causa dell’analfabetismo scientifico sia dovuta alla disgregazione delle conoscenze e alla contrapposizione degli studi classici a quelli scientifici. Una contrapposizione che nasce fin dalla scelta del liceo. «Sono convinto che una specializzazione precoce sia dannosa, in particolare nei licei che dovrebbero fornire una preparazione generale a chi frequenterà l’università» dice Russo, che continua: «La crisi del rapporto con la cultura classica è però strettamente connessa a un’ansia di contemporaneità che porta a privilegiare, anche in ambito scientifico, i risultati più recenti con il rischio di sostituire lo studio serio delle discipline con infarinature divulgative che non trasmettono nulla del metodo con cui si fa scienza. Un metodo, quello dimostrativo, usato per più di due millenni e appreso leggendo Euclide. Non bisogna quindi stupirsi se, mettendo fine alla sua lettura (diretta o indiretta), si sono messe in crisi anche le dimostrazioni matematiche che nelle scuole secondarie di molti paesi occidentali non si studiano più».

È difficile del resto comprendere l’attualità e la concretezza di testi così lontani da noi. A perderne interesse negli anni sono per primi gli studenti, cosa che per molti ha a che fare con il modo con cui si insegnano greco e latino. «Esiste una didattica delle lingue moderne e una didattica del latino ferma a fine Ottocento che non ci ha permesso di progredire» dice Giampiero Marchi, direttore del centro studi classici Greco e Latino Vivo, uno dei promotori in Italia del Metodo Natura dello studioso danese Hans H. Ørberg. «L’insegnamento tradizionale delle lingue antiche, partendo dall’acquisizione mnemonica della grammatica e arrivando solo dopo alla lingua, inverte il naturale processo di apprendimento. Il Metodo Natura invece, permette una veloce acquisizione linguistica e lascia più tempo per addentrarsi all’interno di quelle questioni culturali, filosofiche e storiche che sono alla base della costruzione di uno spirito critico utile al pensiero scientifico. Del resto, tutto il sapere è in comunicazione e formalizzarsi nell’ambito scientifico puramente detto va a disidratare quel sapere stesso». Che poi ha ancora ragione Plutarco che la mente non è un vaso da riempire, ma un focolare da accendere.

Già pubblicato su Gioia! n. 3 gennaio 2018

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