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Purché sia smart (working)

Chiamatelo come volete. Smart o remote working, lavoro agile o flessibile. Diventato realtà insieme alla legge di Stabilità a fine gennaio scorso prevede che, in accordo con l’azienda, si potrà avere una maggiore libertà nella scelta di luogo e tempi di lavoro, senza il capo che controlli l’orario di uscita ed entrata. In realtà, lo si poteva fare già prima, solo che le norme del vecchio telelavoro erano troppo rigide in termini di sicurezza e deleghe e spesso avevano come amara conseguenza l’allontanamento da ufficio e carriera. Cosa che, assicurano i sostenitori, non succederà con lo smart work. Che, sempre per seguire la narrazione mainstream, avrà il grande vantaggio di favorire una migliore conciliazione tra i tempi della famiglia e del lavoro assicurando produttività e benessere. Tutti più liberi e con più tempo per sé, quindi. Così ti aspetteresti frotte di persone che se ne vanno in palestra o che fanno lievitare il numero di libri letti in un anno e invece scopri, dati alla mano, che la maggior parte del tempo guadagnato risparmiando il tragitto casa ufficio viene passato …

Smart working. Davvero?

Si scrive smart working e si legge, sempre più spesso, telelavoro. Lavoro “intelligente” da svolgere a casa secondo orari flessibili, dove vuoi e quando vuoi. Sono stata personalmente una sostenitrice di questo concetto, portato avanti da parlamentari come Alessia Mosca (qui la sua proposta di legge) e donne intelligenti che “istruiscono” le aziende sui nuovi modi di lavorare come Arianna Visentini di Variazioni. Sono stata, appunto, al passato, perché oggi, dopo un anno di telelavoro, di #ufficioincasa, mi trovo molto più vicino al pensiero di Marissa Mayer che, un anno fa, bocciava il telelavoro e invitava tutti i dipendenti Yahoo! telelavoranti a tornare all’ovile. O forse dovrei dire tutte, visto che, in definitiva, sono le donne che chiedono il telelavoro sentendo loro la necessità di conciliare ed essere flessibili. Ora, io lo so e l’ho scritto fino allo sfinimento che la conciliazione non è un problema femminile, e so anche che lo smart working riguarda entrambi i sessi, ma se guardo in faccia la realtà delle donne normali (non Ceo o manager) e i dati (che non cambiano mai) non posso che …

La famiglia perfetta? Quella del pinguino Imperatore

[Articolo pubblicato su Sette/Corriere della Sera il 7 giugno 2013] L’aptenodytes forsteri, è il più grosso pinguino esistente. Per questo, è detto l’Imperatore: non vola, ma è un eccellente nuotatore e, per procurare cibo ai suoi piccoli la madre, dopo aver deposto l’uovo, si spinge nelle acque giacciate dell’Antartide per 80 chilometri prima di raggiungere l’oceano aperto. Alla cova, nel frattempo, ci pensa il padre. Indifferente e immobile ai venti che raggiungono anche i 200 chilometri orari a una temperatura che scende anche a meno 60 gradi centigradi, e scaldando l’uovo tenendolo sopra le zampe protetto dal proprio ventre: non lo lasciano mai, disposti a digiunare per più di 60 giorni. E quando mamma pinguino torna, entrambi i genitori continuano a nutrire insieme il piccolo fino alla sua indipendenza. Secondo Coface, la Confederazione delle organizzazioni delle famiglie europee, l’Imperatore è, in natura, l’esempio di una collaborazione familiare perfetta. Scambio di ruoli, collaborazione intelligente, condivisione. Per questo, sul manifesto che annuncia il 2014 come Anno europeo della conciliazione tra la vita familiare e professionale, campeggia questo …

fate i padri, se potete

Non voglio togliere nulla del merito e della fatica che Alessia Mosca ha fatto per portare avanti una legge che introducesse nel panorama normativo di questo Paese il concetto di paternità obbligatoria. Concetto ripreso più volte dalla ministra Elsa Fornero e che fa capolino nella Riforma sul Lavoro che stanno varando in questi giorni. Tuttavia, tre-giorni-tre di paternità obbligatoria erano e sono un po’ pochini. Poi leggo oggi, che alla miseria dei numeri, si aggiunge un altro piccolo particolare: ovvero che i giorni potranno essere anche continuativi e non obbligatoriamente continuativi. Mi sembra ovvio che in questo modo l’intervento legislativo perde la sua efficacia anche dal punto di vista culturale. La cura dei figli è obbligatoria (qualcuno dirà naturalmente) per la madre, mentre resta facoltativa, per i padri. Vorrei scivolare sopra le considerazioni socio economiche di questa scelta (una donna-madre che resta così confinata nel privato, nella casa, e se lavora è solo per dare un contributo economico alla famiglia, il cui padre-padrino-padrone e primo sostentatore è l’uomo di casa…) e soffermarmi invece sul desiderio …

sulla paternità obbligatoria

È bastato che Elsa Fornero accennasse al congedo di paternità obbligatorio in televisione, alla trasmissione di Lilli Gruber su La7, che i Social Network gridassero all’alleluja, i quotidiani ne facessero titoli e sommari, e le radio mandassero in onda  trasmissioni dedicate (oggi, Tutta la Città ne parla su Rai Radio 3). Sono soddisfatta e per due motivi. Il primo perché la portata di questo semplice provvedimento andrebbe ben al di là del suo aspetto legislativo. Quindi, se se ne comincia a parlare in luoghi diversi da associazioni e convegni, ben venga. Il congedo di paternità obbligatorio è infatti di una di quelle norme che immetterebbe nella società il gene di uno di quei cambiamenti culturali quasi rivoluzionari. Come disse Alessia Mosca, relatrice di un disegno di legge sul tema in Parlamento, all’incontro organizzato a Milano per #2eurox10leggi, è la prova che le buone leggi possono attivare un circolo virtuoso nell’evoluzione della nostra società. Ridistribuire in modo più equo, tra uomini e donne, il lavoro di cura e di accudimento in questo Paese non è questione …

attente al Gattopardo

@font-face { font-family: “Cambria”; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: “Times New Roman”; }div.Section1 { page: Section1; } Perché fare oggi quello che si può rimandare a domani, o addirittura a dopodomani? È l’indole del Gattopardo, che anche quando fa finta di cambiare, lo fa appunto perché tutto resti uguale. La legge Golfo-Mosca sulle quote rosa nei Cda si attuerà, forse, a partire dal 2018 (e si porta dietro tanti di quegli emendamenti che ne resterà ben poco). Un’eternità. In ritardo sulla Spagna, la Francia, neanche contiamo la Norvegia che sembra su di un altro pianeta. Scommetto che questa legge sarà sbandierata da tutti come un fiore all’occhiello della parità di genere, quando invece rischia di essere l’ennesima mossa consolatoria. E non ci dicano che anche in Francia c’è la gradualità. Perché la scossa di cui ha bisogno questo Paese, il nostro, è ben più urgente e vigorosa. D’altra parte, io non mi ero illusa che il sistema vigente potesse garantire e regolare questo processo in modo civile. E forse, …

botta e risposta

Oggi un post a blog unificati nato da un’idea di Stefania Boleso con altre donne ha messo a punto alcune riflessioni sulle quote rosa nei Cda il cui disegno di legge (legge Golfo-Mosca) è in dirittura d’arrivo al Senato tanto che Parimerito ha organizzato un sit-in davanti a Palazzo Madama, sede del Senato, Martedì 22 Febbraio alle ore 12.00, giorno cruciale per la sua approvazione. Questo comunque è stata la risposta al loro post: Grazie Stefania & Co. di aver messo, insieme, queste riflessioni. Essere insieme è importante. Soprattutto per noi donne, che a volte ci perdiamo in cavillose dissociazioni. Che spesso siamo incapaci di fare lobbying e per anni siamo state convinte che assimilare modelli maschili ci rendesse più forti e vincenti. Se ci sono ancora donne che vedono le quote rosa come un insulto, come una minaccia alla meritocrazia invece che la sua spalla più efficace, forse la causa è da rintracciare nelle comunicazioni riservate a noi donne. Certo, a volte, si parla del loro valore, anche economico, e del loro contributo. Si parla …

comunicazioni di servizio

Certe volte penso che per fare spazio alle donne che lavorano seriamente e usando il cervello bisognerebbe oscurare tutto il gossipame che infesta le prime pagine dei giornali. Chissà se, ripulita l’aria, troverebbero spazio notizie e comunicazioni come questa. Dopodomani, 19 gennaio, nella Sala Zuccari del Senato della Repubblica, il Comitato Pari o Dispare oganizza il convegno Questione femminile, Questione Italia. Tra gli ospiti, Emma Marcegaglia, Anna Maria Tarantola, Susanna Camusso, Emma Bonino, Anna Finocchiaro, Rosy Bindi, Maria Ida Germontani, Linda Lanzillotta . Insomma, siamo in pieno femminismo istituzionale, quello che sembra ancora accontentarsi di pareggiare mentre, per quanto mi riguarda, ce la metterei tutta per vincere. Comunque, come va dato atto alle deputate Lella Golfo(Pdl) e di Alessia Mosca (Pd) di aver portato a termine la leggesulle cosiddette quote rosa nei consigli di amministrazione , vorrei plaudire alla web serie La Réclame che sarà presentata proprio in occasione del convegno di Pari o Dispare. L’idea è del collettivo artistico Le Occasioni ed è prodotta da  Non Chiederci la Parola, specializzata in documentari, docu-reality e altri …