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Cercasi avversario disperatamente

Nel suo libro You cannot be serious (in italiano Sul Serio) John McEnroe scrive che uno dei momenti più tristi della sua carriera è stato quando il suo eterno rivale Björn Borg ha lasciato il tennis uscendo una sera dal campo di Flushing Meadows e non tornando mai più (o quasi). Forse Borg aveva capito che, se a lui bruciava essere il numero Due, anche essere il numero Uno, senza un secondo che tenesse ancora più in alto il podio, non doveva essere una grande soddisfazione. Le epopee del tennis, e dei suoi protagonisti, sono scandite da grandi rivalità. Roger Federer (l’immenso, l’inarrivabile) non potrebbe essere così grande senza la sua nemesi Rafa Nadal, che infatti l’ha battuto più volte, e pure con una certa costanza, senza per altro scalfire la convinzione che era l’altro, lo sconfitto, il più grande di sempre. E poi Sampras e Agassi, Chris Evert e Martina Navratilova, Becker e Lendl.. che sono quelle che io ricordo. Ora, dopo la finale persa a Madrid da Rafa, appare chiaro che il tempo ci sta sottraendo …

Take your time

Take your time, Andy. Prenditi il tempo che ti serve per lasciare che le lacrime vadano, per far passare dolore e delusione, e togliere quel peso che ti stringe la gola e china il capo. Prenditi il tempo che ti serve per capire dove sei. Davanti allo smarrimento a singhiozzi del perdente di Wimbledon, mi ha stupito questa frase della giornalista che stava facendo gli onori di casa. Take your time. Non perché si tratta delle lacrime di un uomo, né perché son lacrime. Ma il tempo che ci sta in mezzo, inutile e vuoto, concesso a piacere, questo sì che mi ha obbligato a una sospensione del pensiero. Non so se è capitato anche a voi. Perchè c’era poco di spettacolare in quello che stava accadendo e molto di interrogativo. Noi che non ci fermiamo mai, che raramente sappiamo che cosa contiene quell’intermezzo di tempo che sta tra il prima e il dopo, noi ormai bulimici e quindi privati di ogni gusto. Ecco che cosa c’è in quel Take your time, c’è il gusto, …