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Purché sia smart (working)

Chiamatelo come volete. Smart o remote working, lavoro agile o flessibile. Diventato realtà insieme alla legge di Stabilità a fine gennaio scorso prevede che, in accordo con l’azienda, si potrà avere una maggiore libertà nella scelta di luogo e tempi di lavoro, senza il capo che controlli l’orario di uscita ed entrata. In realtà, lo si poteva fare già prima, solo che le norme del vecchio telelavoro erano troppo rigide in termini di sicurezza e deleghe e spesso avevano come amara conseguenza l’allontanamento da ufficio e carriera. Cosa che, assicurano i sostenitori, non succederà con lo smart work. Che, sempre per seguire la narrazione mainstream, avrà il grande vantaggio di favorire una migliore conciliazione tra i tempi della famiglia e del lavoro assicurando produttività e benessere. Tutti più liberi e con più tempo per sé, quindi. Così ti aspetteresti frotte di persone che se ne vanno in palestra o che fanno lievitare il numero di libri letti in un anno e invece scopri, dati alla mano, che la maggior parte del tempo guadagnato risparmiando il tragitto casa ufficio viene passato …

Smart working. Davvero?

Si scrive smart working e si legge, sempre più spesso, telelavoro. Lavoro “intelligente” da svolgere a casa secondo orari flessibili, dove vuoi e quando vuoi. Sono stata personalmente una sostenitrice di questo concetto, portato avanti da parlamentari come Alessia Mosca (qui la sua proposta di legge) e donne intelligenti che “istruiscono” le aziende sui nuovi modi di lavorare come Arianna Visentini di Variazioni. Sono stata, appunto, al passato, perché oggi, dopo un anno di telelavoro, di #ufficioincasa, mi trovo molto più vicino al pensiero di Marissa Mayer che, un anno fa, bocciava il telelavoro e invitava tutti i dipendenti Yahoo! telelavoranti a tornare all’ovile. O forse dovrei dire tutte, visto che, in definitiva, sono le donne che chiedono il telelavoro sentendo loro la necessità di conciliare ed essere flessibili. Ora, io lo so e l’ho scritto fino allo sfinimento che la conciliazione non è un problema femminile, e so anche che lo smart working riguarda entrambi i sessi, ma se guardo in faccia la realtà delle donne normali (non Ceo o manager) e i dati (che non cambiano mai) non posso che …

Donne: un altro lavoro è possibile

Articolo pubblicato su Sette/CorrieredellaSera il 5 settembre 2012 Immaginate un artigiano medievale. Immaginate la sua perizia, la virtù dei suoi gesti ripetuti e perfetti, la sua casa laboratorio, la famiglia e i compagni che condividono con lui le sue conoscenze. E ora provate a figurarvi questo stesso maestro connesso con altri 5 miliardi di persone, in un mondo in cui il capitale intellettuale e quello emotivo sono la chiave del suo successo. L’artigiano sa che non esiste barriera possibile tra vita privata e lavoro, tra lavoro e gioco; come sa che in questo virtuoso equilibrio tra tempi personali e lavorativi sta tutto il segreto della sua soddisfazione e felicità. Lui che si è concentrato sul suo talento nutrendolo di continuo studio solo per essere in grado di decidere che cosa fosse meglio per il suo futuro. Ecco, se volete sapere cosa pensa Lynda Gratton, autrice de Il Salto: reinventarsi il lavoro in tempo di crisi (Il Saggiatore), direttrice del Future of Work Institute della London Business School e una delle dieci persone del Pianeta che, secondo The Times e The …