All posts tagged: donne&lavoro

Questioni di soldi

«È inutile far giri di parole. Il denaro è, soprattutto per le donne, una questione molto vicina alla propria indipendenza. I soldi sono uno strumento di comunicazione, di investimento su di sé, e consentono di aver voce nelle decisioni familiari. Ancora oggi invece, quando educhiamo i nostri figli, i maschi sono incoraggiato alla spesa, mentre alle femmine si chiede di “risparmiare”, avere cautela. Così, quando leggo che le donne sono meno propense a gestire soldi e investimenti in autonomia, non mi stupisco: in una società come la nostra, che continua a premiare la donna che dà priorità ai bisogni familiari e che si sacrifica per la casa o il futuro della prole, non è che una logica conseguenza». Elisabetta Ruspini, docente sociologia dell’Università Milano-Bicocca, non poteva riassumere meglio il rapporto tra le donne e il denaro. Un rapporto che nasce, come rilevano gli studi della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (che per altro ogni anno organizza per le scuole corsi per colmare il gap), dall’età scolare e che poi si riflette nel momento in …

Il potere dell’abito

Quando John Molloy rese di pubblico dominio, con il libro Dress for Success, il termine power dressing, era il 1975. In Italia l’aborto era reato, vigevano delitto d’onore e matrimonio riparatore, e si poteva divorziare solo da cinque anni. L’unico potere da esibire, accessoriato da un certo desiderio di emancipazione, era forse quindi quello di indossare i pantaloni. E certo non al lavoro o in televisione. Il recente ordine di servizio di mamma Rai a giornalisti e giornaliste ha fatto notizia: richiamare gli uomini a giacche in tinta unita grigie o blu evitando cravatte fantasia o sgargianti, e le donne a braccia coperte e colori sobri, è sembrato un editto puritano. Strano. Perché ormai è dimostrato che il modo in cui ci si veste influisce su come gli altri ci percepiscono, e che andare a un colloquio di lavoro adeguatamente abbigliati fa la differenza. Ma c’è di più, secondo una ricerca della Northwestern University, nell’Illinois, chi veste bene (nel senso di appropriato), pensa bene. Basta indossare un camice bianco di un medico e, indici alla …

Purché sia smart (working)

Chiamatelo come volete. Smart o remote working, lavoro agile o flessibile. Diventato realtà insieme alla legge di Stabilità a fine gennaio scorso prevede che, in accordo con l’azienda, si potrà avere una maggiore libertà nella scelta di luogo e tempi di lavoro, senza il capo che controlli l’orario di uscita ed entrata. In realtà, lo si poteva fare già prima, solo che le norme del vecchio telelavoro erano troppo rigide in termini di sicurezza e deleghe e spesso avevano come amara conseguenza l’allontanamento da ufficio e carriera. Cosa che, assicurano i sostenitori, non succederà con lo smart work. Che, sempre per seguire la narrazione mainstream, avrà il grande vantaggio di favorire una migliore conciliazione tra i tempi della famiglia e del lavoro assicurando produttività e benessere. Tutti più liberi e con più tempo per sé, quindi. Così ti aspetteresti frotte di persone che se ne vanno in palestra o che fanno lievitare il numero di libri letti in un anno e invece scopri, dati alla mano, che la maggior parte del tempo guadagnato risparmiando il tragitto casa ufficio viene passato …

Elizabeth Holmes, il nuovo Jobs è donna

A guardarla, con quel dolcevita sempre identico, i pantaloni e le scarpe basse rigorosamente neri, la sua reticenza assertiva, non si può fare a meno di essere d’accordo con chi l’ha definita uno Steve Jobs al femminile. Di questo per altro, Elizabeth Holmes, 31 anni, la più giovane milionaria del pianeta grazie a un patrimonio di 4,5 miliardi di dollari e una società da lei fondata, la Theranos, valutata per 10, si è piuttosto risentita; tanto che alla rivista Fortune ha rivelato che è solo per distrarre l’attenzione dalla sua persona e fare in modo che ci si concentri su quello che dice, che ha adottato il look alla Palo Alto. Sta di fatto che, nella retorica giornalistica, che poi comprende un fiume di interviste e lunghi articoli da Business Week a Forbes, dalla CBS a Elle Usa, il personaggio Holmes ha molto a che fare con quello dell’imprenditrice messianica che promette di cambiare il mondo a colpi di innovazione tecnologica. Alla Jobs, insomma. Qualcuno ha anche sostenuto che era proprio lei quello di cui aveva …

Gender Pay Gap, a che punto siamo

È dal 1957 che se ne parla e, secondo le previsioni del World Economic Forum, se ne parlerà ancora per una ottantina d’anni. Il divario salariale tra uomini e donne, internazionalmente noto come gender pay gap, rischia di essere così la notizia più longeva della storia dell’informazione. Stesso lavoro, stessa qualifica e competenze, stessa produttività, ma “lei”, in Europa, guadagna in media il 17 per cento in meno e lavora gratis quindi, per circa 59 giorni l’anno. Che in Italia, e in moneta sonante, per i ruoli da dirigente significa una differenza di oltre otto mila e 500 euro (Osservatorio Job Pricing). Dati snocciolati, secondo le diverse angolature, a ogni piè sospinto, salvo poi non riuscire banalmente a sapere quanto guadagna il collega della scrivania a fianco. «Le aziende che riescono a ridurre il gap sotto il quattro per cento sono quelle che comparano i livelli retributivi; che verificano quanto un ruolo è pagato sul mercato; e che operano sui salari secondo parametri trasparenti e oggettivi» dice Anna Zattoni, direttore generale di Valore D. L’associazione …

N.e.r.d. Non è roba per donne

N.e.r.d. Non è roba per donne è un progetto rivolto a studentesse delle scuole superiori a cura del Dipartimento di Informatica dell’Università La Sapienza di Roma, dell’Università Bicocca di Milano in collaborazione con IBM. L’obiettivo è promuovere la partecipazione femminile ai corsi di Laurea in Informatica e Ingegneria Informatica, dal momento che i dati reali parlano di solo un 3 per cento di ragazze iscritte. A Milano ci sono 350 ragazze delle superiori (principalmente delle 4-5 te di vari licei milanesi ) che hanno e stanno partecipando a laboratori per apprendere l’utilizzo di una APP (APPinventor del MIT) per poi inventare loro stesse una APP. Le migliori saranno premiate il prossimo 8 maggio nella sede dell’Università Bicocca. Come sostiene Paola Bonizzoni, docente di Informatica al Dipartimento di Informatica Sistemistica e Comunicazione (DISCo) dell’Università di Milano-Bicocca: «I dati circa l’occupazione futura mostrano che l’informatica è il primo settore in cui c’è la necessità di figure professionali, e le richieste superano di molto l’offerta (in Italia come nel resto dell’Europa). Ma  la questione non è solo economica, sarà anche politica, poiché l’informatica ha dimostrato e avrà sempre più un suo potere nella comunicazione politica. …

Coding, le ragazze lo fanno meglio

[Pubblicato su Gioia! n. 15 aprile 2015] L’innovazione ha un tocco femminile, conferma anche l’ultimo studio di Women in Engineering, ma non, a quanto pare, in Silicon Valley, dove il 43 per cento delle aziende quotate in Borsa non ha una sola donna nel consiglio d’amministrazione. L’ultima speranza di avere una sorta di risarcimento morale contro questa misoginia diffusa era la causa che Ellen Pao aveva mosso alla Kleiner Perkins Caufield & Byers. Nulla di fatto: nonostante una giuria di metà donne, nonostante il maschilismo emerso durante le settimane di testimonianze, Pao ha perso su tutta la linea. Eppure non è stato sempre così tra i padroni della Rete. Almeno non prima del 1984, l’anno che ha segnato l’inizio della fuga delle donne dall’informatica. L’anno in cui, mentre aumentavano in numero in medicina, scienze o studio della legge, smettevano invece di occuparsi di computer, codici, hardware e software. Oggi in Italia, come negli Usa, le laureate in informatica sono solo il 15 per cento (dati Almalaurea), mentre in tutta Europa, solo 9 su 100 sono in grado …

Donne tra fiducia e rinuncia

[Pubblicato su Gioia! il 13 novembre2014] 3,3. Questo è il valore, in una scala da 1 a 7, della capacità delle donne italiane di salire fino alle posizioni di vertice. A dirlo è l’ultimo Global Gender Gap del World Economic Forum, quello che dice che sì, siamo saliti dalla 71esima alla 69esima posizione nelle pari opportunità tra 142 paesi, ma che, a guardare bene i dati, non è una buona notizia. «Abbiamo più donne nei Cda per effetto dell’obbligatorietà di legge e in politica, ma, depurati da questi dati, siamo ben lontani dal risultato di un Paese che guarda al futuro: basso il tasso di natalità e ancora alto il numero di donne che non lavora con punte, al sud, del 70 percento». Le parole sono di Claudia Parzani, presidente di ValoreD, l’associazione nata per sostenere il talento e la leadership femminile, ma che, quando si parla di donne, allarga il suo sguardo anche a chi sta fuori dalla stanza dei bottoni. La conquista di un lavoro che risponda alle reali competenze e capacità, riguarda …

Smart working. Davvero?

Si scrive smart working e si legge, sempre più spesso, telelavoro. Lavoro “intelligente” da svolgere a casa secondo orari flessibili, dove vuoi e quando vuoi. Sono stata personalmente una sostenitrice di questo concetto, portato avanti da parlamentari come Alessia Mosca (qui la sua proposta di legge) e donne intelligenti che “istruiscono” le aziende sui nuovi modi di lavorare come Arianna Visentini di Variazioni. Sono stata, appunto, al passato, perché oggi, dopo un anno di telelavoro, di #ufficioincasa, mi trovo molto più vicino al pensiero di Marissa Mayer che, un anno fa, bocciava il telelavoro e invitava tutti i dipendenti Yahoo! telelavoranti a tornare all’ovile. O forse dovrei dire tutte, visto che, in definitiva, sono le donne che chiedono il telelavoro sentendo loro la necessità di conciliare ed essere flessibili. Ora, io lo so e l’ho scritto fino allo sfinimento che la conciliazione non è un problema femminile, e so anche che lo smart working riguarda entrambi i sessi, ma se guardo in faccia la realtà delle donne normali (non Ceo o manager) e i dati (che non cambiano mai) non posso che …

Nelle mani di Maria

L’arte ci prende per mano è la frase che Maria Lai ha inciso sulla sua Lavagna situata nel centro abitato di Ulassai, a Nuoro. Ho sempre amato questo pensiero perché condensa molto di quella cura manuale, di quel percorso comune verso la scoperta, di quell’emozione che cinge l’umanità dei luoghi che mi trasmette l’opera di Maria Lai. Anche per questo ho scelto questa foto, un ritratto di Gianluca Vassallo del 2011: secondo Emanuela De Cecco, Maria Lai non amava interferenze biografiche. Preferiva non parlare di sé. Eppure questo volto che porta i ricami della sua vita, le tracce di un viaggio d’amore verso il senso del nostro stare nel mondo, è parte di quel patrimonio artistico e politico che ci ha lasciato questa donna. Così succede che, a un anno e poco più dalla morte, la sua Sardegna le dedica una prima e completa retrospettiva che si snoda in tre sedi: i Musei Civici di Cagliari (a cura di Anna Maria Montaldo), il Museo MAN di Nuoro  (a cura di Barbara Casavecchia e Lorenzo Giusti), e il paese di Ulassai dove, oltre ai …