All posts tagged: donne&lavoro

caro Severgnini…

Oggi Il Corriere della Sera ha pubblicato l’intervento Donne e carriera, basta eroismi che Beppe Severgnini  ha fatto in occasione della conferenza internazionale Women in Diplomacy. L’articolo è rimbalzato subito sui Social Network e sul blog de La27esimaOra suscitando molti commenti. Io uso il mio blog per farlo. Perché, mi verrebbe da dire caro Severgnini, mi fa piacere che un uomo scriva su tematiche femminili, e che ci dia pure consigli – ben accetti si intende – su come uscire da questa impasse culturale. Del resto, ogni volta che un uomo affronta queste spinose questioni, magari snocciolando dati che ormai credo (io come tante altre) di sapere a memoria, appare sempre come un illuminato e progressista, mentre, tutte le volte che le stesse cose sono scritte da una donna, vengono etichettate come lamentazioni uterine (si legga i commenti ai vari post del blog de La27esimaOra). Non mi fraintenda, caro Severgnini, io voglio che gli uomini si occupino e scrivano di queste cose: mi piace solo far notare la differenza. Una cosa però gliela vorrei dire: …

vanna e marta

Un mese (quasi) senza scrivere. Non era mai accaduto. A volte mi limito a guardare. Mi guardo e guardo. Vanna stava fin dal primo mattino in spiaggia con il marito. Arrivavano (presumibilmente) presto, con tanto di sdraio e ombrellone. Lui brontala che i bambini giocano a calcio nella spiaggia libera. Fa caldo e sbofonchia. Vanna incontra delle sue amiche che la invitano a fare una passeggiata sul bagnasciuga. Devo chiedere il permesso, dice. E poi, posso andare? Se posso sapere dove, risponde lui. E quando torni anche, perché anch’io ho delle cose da fare: non posso mica star qui a controllar le borse. Vanna se ne va con le amiche: la spiaggia è lunga e il mare freddo cristallo. Passa una mezzora e tornano le amiche. Vanna non c’è. Per un attimo spero l’impossibile, poi l’indisponenza di lui si fa pressante. Bisogna rispondergli: sai come son le donne, una chiacchiera tira l’altra! Arriverà, non ti preoccupare. E Vanna arriva. Prostrata, balbettante, si scusa. Non me ne sono accorta. Non lo faccio più. Si siede sotto …

recita di fine anno. e non solo

Quando ci si chiede come mai questo Paese sembra fatto a misura di maschio, bisognerebbe guardare a come si conduce la vita di tutti i giorni. Che tipo di scelte si fanno, quali sono le abitudini e i comportamenti quasi automatici che ci governano. Non è mia abitudine parlare di vicende personali, ma credo che oggi farò un’eccezione perché credo che nulla, più della quotidianità, riesca a fotografare lo stato di salute (sociale ed economico) di questo Paese di cui, per altro, non finiamo mai di lamentarci. Chi di voi ha figli e figlie alla scuola primaria, saprà che cos’è la recita di fine anno. Nel mio caso specifico, la scuola ha coinvolto le mamme (badate, le mamme e non i genitori) nel disegno e nella fattura dei costumi teatrali. La prima cosa che ho fatto, una volta saputo il gruppo di lavoro, ho scritto una mail alle altre mamme (badate ancora erano tutte mamme) chiedendo, se possibile, di prevedere anche le esigenze delle donne (avvocate, gornaliste, imprenditrici, libere professioniste, dipendenti etc. etc.) che, ma …

riforma del lavoro: ci basta?

E al capo V del disegno di legge di riforma del mercato del lavoro, sotto la voce “ulteriori disposizioni”, arrivano le voci rubricate come “donne”: dimissioni in bianco, figli, baby sitter. Troppo poco? Un primo segno? Ne l’uno né l’altro. Perché per capire quello che la riforma significa per le donne, conviene guardare al tutto, non solo al ripristino del contrasto alle dimissioni in bianco, al mini-mini congedo di tre giorni continuativi di paternità obbligatoria, e ai buoni per pagare le baby sitter invece di prendersi le aspettative facoltative per maternità. Togliamo subito di mezzo il Moloch: l’articolo 18 e l’accordo finale che lo ha avuto ad oggetto. Non perché non conti: sotto la voce “economici” potevano passare anche i licenziamenti discriminatori. Adesso i pesi sono stati un po’ riequilibrati, si sono rafforzate le tutele in uscita, buttando la palla nel campo dei giudici. Ma tutto questo dibattito ha continuato a oscurare l’altra faccia della riforma, la questione dell’entrata al lavoro. Su questo ci vogliamo concentrare. Perché a noi interessano quelle che l’art. 18 non …

fate i padri, se potete

Non voglio togliere nulla del merito e della fatica che Alessia Mosca ha fatto per portare avanti una legge che introducesse nel panorama normativo di questo Paese il concetto di paternità obbligatoria. Concetto ripreso più volte dalla ministra Elsa Fornero e che fa capolino nella Riforma sul Lavoro che stanno varando in questi giorni. Tuttavia, tre-giorni-tre di paternità obbligatoria erano e sono un po’ pochini. Poi leggo oggi, che alla miseria dei numeri, si aggiunge un altro piccolo particolare: ovvero che i giorni potranno essere anche continuativi e non obbligatoriamente continuativi. Mi sembra ovvio che in questo modo l’intervento legislativo perde la sua efficacia anche dal punto di vista culturale. La cura dei figli è obbligatoria (qualcuno dirà naturalmente) per la madre, mentre resta facoltativa, per i padri. Vorrei scivolare sopra le considerazioni socio economiche di questa scelta (una donna-madre che resta così confinata nel privato, nella casa, e se lavora è solo per dare un contributo economico alla famiglia, il cui padre-padrino-padrone e primo sostentatore è l’uomo di casa…) e soffermarmi invece sul desiderio …

5/20 orario continuato

Poco più di tre minuti di servizio al TG3 di questa sera. Il tempo per insinuare un dubbio, per avvertire qualcosa che non torna, un pericolo che si avvicina, ma non sai da quale parte. Vedo, e sento, donne che raccontano di alzarsi alle 4 e mezza per iniziare a lavorare alle 5. L’azienda, la Luxottica, ha consentito loro di scegliere il turno dalle 5 alle 13, e tante di loro l’hanno fatto, perché uscite da lì avevano il pomeriggio per occuparsi della casa, dei figli. Ascolto, donne stanche, donne che alle 20 crollano sul divano. Fino al mattino dopo. La notizia dell’accordo Luxottica era stata salutata come una ventata di modernità anche da Dario di Vico sul Corriere della Sera in un articolo del 15 gennaio. Allora non si faceva menzione del fatto che il costo maggiore di questa illuminata consultazione condivisa lo avrebbero pagato le donne. In un articolo di Cinzia Sasso apparso su DRepubblica qualche giorno fa invece, il sindacalista (maschio) Nicola Brancher, arriva persino a dire (e copio/incollo dall’articolo): «Chi fa …

difendere il lavoro, non i lavoratori

Sono in balia di una crisi di identità. Lo dico subito. Mi ero ormai abituata alla caduta del muro tra destra e sinistra, ma quello che è successo oggi mi ha destabilizzato. Sto cercando di metterla sul ridere. Qualche giorno fa, con una mia collega incontrata a una presentazione, si rifletteva sul cambiamento che sta subendo il lavoro, nostro compreso. Una crisi, si diceva, imputabile alle aziende, ma anche ai sindacati che spesso hanno difeso i lavoratori, perdendo di vista la difesa del lavoro. Capirete che, quando oggi ho visto la stessa frase sparata sull’home page del Corriere on line, ma detta da Emma Marcegaglia, ho avuto un primo momento di profonda confusione. Quasi mi vergognavo del mio pensiero chiedendomi: non è che invecchiando sto diventando una rigida reazionaria? Poi mi sono sintonizzata sul senso vero delle parole pronunciate dalla Presidente della Confindustria. Tanto simili alle invettive di brunettiana memoria, agli epiteti di Martone o Stracquadanio. Null’altro che epiteti appunto, perché nulla c’è di costruzione in quest’analisi che sa del più antico dei qualunquismi: la …

mamma rai

Si parlava di offese, qualche giorno fa. E da alcune ore, è apparsa la notizia di uno strano contratto fatto firmare alle collaboratrici precari di mamma Rai in cui la gravidanza sarebbe paragonata alle malattie e ad altri spiacevoli inconvenienti che minerebbero la produttività e quindi, causa (possibile?) di licenziamento. Chissà se la ministra Elsa Fornero si è sentita offesa anche questo strano, e indelebile, tatuaggio sulle sacre italiche abitudini. Perché è un Paese strano il nostro. L’unico che unisce bassa natività e bassa occupazione femminile. L’unico che continua a far fatica a capire che maternità e produttività non sono in contraddizione. Anzi. I paesi con maggior occupazione femminile sono anche quelli dove si fanno più figli. Ed è strana anche Mamma Rai, che pontifica sulla famiglia, rigorosamente tradizionale, manda in onda spot per detersivi per sole mamme, e poi, quando si tratta di diritti, di promuoverla davvero la famiglia, si muove da azienda da terzo mondo. Perché diciamolo, un’azienda che si comporta in questo modo è un’azienda meno moderna e meno competitiva. Ma sì, …

il bello della denuncia

Oggi su twitter mi hanno inviato un’immagine della campagna di Woman on Waves contro la violazione dei diritti delle donne che lavorano nell’industria della moda. Ovviamente io non sapevo quale fosse il tema della campagna, così mi sono trovata semplicemente un’immagine di una pubblicità di Diesel (evidentemente fake) con il claim Abortion pills, gift of God e un’immagine patinata che mi ricordava le campagne-provocazione stile Oliviero Toscani. Devo confessare che non ho capito in un primo momento l’entusiasmo (femminile) del web, mentre ho colto subito la volontà di creare un equivoco (la campagna poteva sembrare autentica) e la poca chiarezza del messaggio. Solo infatti andando sul sito dell’associazione olandese e facendo un giro su Misopolis (contrazione tra i vocaboli Misoprostol, farmaco che induce contrazioni uterine e quindi l’aborto, e Metropolis) mi sono accorta che Woman on Waves voleva denunciare la condizione delle lavoratrici dell’industria tessile (in cui quasi il 90 per cento sono donne). Generalmente giovanissime, frequentemente abusate, assolutamente indifese e reclutate attraverso quello che viene definito il Sumangali Scheme o Marriage Assistance Scheme (la …

falsi miti e falsi problemi. un post scomodo

scomodità numero 1. Tanto per cominciare, il lavoro si paga. Qualunque esso sia, se lo riteniamo ben fatto, non vedo perché farci venire pruriti moralisti e sensi di colpa nel pagarlo, anche tanto. Se li vale, e in genere un professionista sa cosa e quanto può pretendere, non vedo che cosa ci sia di strano. L’anno scorso ci si scandalizzò per il compenso di Roberto Benigni che poi comunicò, in ossequio al buonismo, di devolvere tutto il suo cachet all’ospedale Meyer di Firenze (vorrei ricordare a tal proposito il meraviglioso monologo di un’ora sull’Inno di Mameli che a mio parere i 250 mila euro li valeva tutti). Quest’anno, è la volta di Adriano Celentano che ora, dice, a seguito delle polemiche, consegnerà il suo compenso pari pari all’Emergency di Gino Strada. Un falso problema dipanato con una falsa soluzione. Perché se il lavoro di Adriano Celentano valeva quei soldi, non vedo perché non darglieli. Troppi? Il valore del denaro è quel che di più relativo c’è al mondo. Una domanda: è più scandaloso, e eticamente …