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#azzurredentro: ecco le ragazze della Nazionale femminile di basket

Come è giusto, il primo tiro lo fa la capitana. Raffaella Masciadri, 37 anni, una delle veterane di questa Nazionale di basket che ha appena partecipato agli Europei in Repubblica Ceca, e che con dodici scudetti nel suo palmarès, quattro anni insieme alle Los Angeles Sparks, la versione femminile dei Lakers, è fresca di nomina alla presidenza della Commissione Atleti del Coni. «La pallacanestro mi ha dato tanto e io voglio restituire il ricevuto» dice. «Continuare a lavorare per gli atleti studiando percorsi di dual career che preparino a rientrare nel mondo del lavoro, è il mio obiettivo». Il suo piano B, qualcuno direbbe, a cui, insegna lo sport, si deve cominciare a pensare quando si è in corsa, soprattutto le donne, in genere pagate meno dei colleghi maschi e mai professioniste. Masciadri, per esempio, tra un campionato e l’altro, si è laureata in Scienze Giuridiche: «Studiare e giocare è una cosa che si può fare senza eccessivi eroismi. Basta essere determinate», assicura. Ma forse c’è di più, perché come dice Mara Invernizzi, ex campionessa …

Bambine nel pallone: un calcio ai pregiudizi

«Lei lo sa che in America il calcio femminile è più famoso di quello maschile?». Capelli lunghi tenuti in una lunga coda, scaldamuscoli rosso acceso e scarpette bicolori. Orgogliose e determinate, sempre con il pallone ai piedi, le allieve della scuola calcio Milan Ladies sembrano davvero sapere il fatto loro. Hanno passato un’ora buona a difendere ed attaccare, prima una squadra, poi l’altra, ogni tre minuti. «Via! Non forzare la giocata! Fatti vedere! Chiama la tua compagna! L’avversaria va battuta, ma con il cervello! Non correre a duecento all’ora se poi ti incarti», grida l’allenatore. Eleonora, Angelica, Viola, Anna, Elena, Paola, Giulia, Michela… hanno dagli otto agli undici anni e sono il futuro, e la speranza, del calcio femminile in Italia. Un fenomeno che, va detto, rispetto ai numeri europei, dall’Inghilterra alla Germania, dalla Francia all’Olanda e Spagna, in Italia si sta imponendo da pochi anni, soprattutto da quando, nel 2015, la FIGC ha chiesto alle società di serie A e B di aprire al settore femminile con (almeno) venti bambine tesserate. Ma, prima di …

Campioni di sport. E chiacchiere

Ora che è passata la buriana. Che non solo sono state fatte le scuse, ma – cosa rara in questo Paese – il responsabile ha pagato tutto lo sbaglio che ha fatto (è stato licenziato). Ora che persino la categoria degli editori appare più dura e pura dell’Ordine dei Giornalisti, qualcosa la vorrei dire. Qualcosa che parli di sport intendo, non di ciccia o lato B. Ebbene, se c’è una cosa che insegna lo sport, è che le conquiste, le vittorie, si misurano sul campo. È una cosa che mi ha detto una volta una famosa tennista che, parlando della parità tra i sessi in quello sport, ha sottolineato che prima di tutto, le cose sono state conquistate sul campo. Sembra una cosa banale, ma non è così. Misurarsi sul campo, significa innanzi tutto starci nello sport. Se non come atlete, almeno come donne che si interessano di sport, che sono consapevoli di quanto sia importante la cultura sportiva nella formazione di una persona. Starci nello sport significa assicurarsi che le nostre figlie, oltre al …

Sessismo: game, set, match.

Ho preso la mia prima racchetta in mano all’età di 10 anni. Una Slazenger formato mini che ho poi sostituito con una Wilson dei primi modelli post legno. In televisione, ancora quella pubblica, guardavo McEnroe e Borg. Poi Lendl e Becker. C’erano anche Navratilova, Graf, e poi Seles, che evidentemente doveva avere convinto qualcuno a farmi provare il dritto a due mani, ma, nonostante queste talentuose giovani donne, era attorno al mito dei tennisti che costruivo la passione per il tennis. Non so se il motivo va ricercato nel fatto che, in quella cittadina di provincia, mi ritrovavo a essere l’unica femmina del corso, quella che raramente trovava una compagna per farsi un’ora extra visto che, nonostante ci provassi, le altre ragazzine si presentavano con il collettino inamidato, ma certo è che, volendo scambiare due parole oltre che le palline, era difficile parlare di qualcosa che non fosse condiviso anche dai miei compagni, maschi. Eppure erano i tempi in cui gli US Open avevano già ripartirono in parti uguali il prize money. Billie Jean King, …

Un calcio al sessismo

[Pubblicato su Gioia! del 11 giugno 2015] Mentre scrivo, il pubblico del Roland Garros è in piedi per Francesca Schiavone. La diretta televisiva ha persino messo da parte Rafael Nadal per assistere a un match definito epico. Lei, che a Parigi ha già vinto, ha incantato ed esaltato. Il tennis femminile ha portato in Italia tutti i successi importanti degli ultimi anni, compreso un Career Grand Slam della coppia Sara Errani e Roberta Vinci. E medaglie sono arrivate da nuoto, scherma, pallavolo. Eppure nel Bel Paese, lo sport femminile è sempre in seconda fila. Fagocitato dalla bulimia calcistica che lascia spazio solo a commenti da spogliatoio sulla cellulite della Sharapova o sulla presunta mascolinità delle nostre calciatrici. E la recente uscita di Felice Belloli sulle “quattro lesbiche” vale per tutti. Perché, è questo il punto, in un Paese dominato dal calcio macho e virile, dove nessuno, da Cassano a Lippi, pare abbia mai conosciuto un gay che gioca a pallone, la prima cosa che balza in mente quando una ragazza emerge per le sue qualità …

Il potere? Questione di allenamento

[Articolo pubblicato su Gioia! numero 38 del 2 0tt0bre 2014] Diceva la maratoneta britannica Paula Jane Radcliffe, campionessa del mondo nel 2005 e primatista mondiale, che il segreto di un vittoria sta nel non porsi limiti, nello spingersi oltre i sogni e nel ridere un sacco. In poche parole, nel piacere della competizione. In ogni campo. Ora, se c’è un posto dove si impara questa attitudine, questo non è un corso di leadership al femminile, ma la palestra. O meglio ancora, il campo da basket, il ring o la pedana da scherma. A dirlo sono molti studi statistici: le ragazze che praticano sport di squadra si laureano e trovano lavoro con più facilità, arrivano prime nelle posizioni di vertice e hanno compensi maggiori. Mica è una gara… si dirà. No, però è bene sapere che quando il Comitato Olimpico Internazionale cominciò a pensare all’Athlete Career Programme per chi, terminata la carriera sportiva, voleva entrare nel mondo del lavoro, scoprì, non senza sorpresa, che le donne atlete davano prova di una marcia in più anche in …