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Elogio dell’errore

L’immane RagnoFerro di Curnasco si gratta con un albero che di solito abbatte con un calcio. Ha un passo di duecento metri ed è capace, se ha sete, di prosciugare il lago di Como in pochi sorsi. Quando fa la pipì può allagare un’intera città e quando ha fame può inghiottire anche un autotreno. L’immane RagnoFerro di Curnasco lo ha inventato, disegnato e raccontato, un bambino di dieci anni che lo ha immaginato con tante zampe, più di quelle che ce ne sono in realtà. È un ragno sbagliato, un errore della natura, come per errore è cominciata l’avventura di Luca Santiago Mora e del suo Atelier dell’Errore: «Un’amica mi ha chiesto di sostituirla per un anno nel laboratorio di arti visive del reparto di neuropsichiatria infantile di Reggio Emilia e Bergamo. Sono passati quattordici anni e questa esperienza è diventata un vero laboratorio di scultura sociale dove l’opera d’arte non è che il lavoro fatto sull’energia dell’essere umano. Su quello che comunemente chiamiamo “errore”, è stato costruito un metodo, una strada per trasformare in …

Felicità o bendessere? Questo è il dilemma…

Bisogna, come a ogni partenza, organizzare bene le tappe necessarie e prendere, se è il caso, le dovute precauzioni. Se poi quella che inseguiamo rischia di essere una chimera, meglio andare da chi ha avuto gli occhi più disincantati per guardare là dove vogliamo andare: il benessere. Lui è William Davies, sociologo presso il Goldsmiths Insistute di Londra, che ha scritto L’industria della felicità. Come la politica e le grandi imprese ci vendono il benessere (Einaudi). Ecco, se dopo aver letto di come, a un certo punto, il Forum di Davos sia stato sommerso da discorsi sulla mindfullness, tecnica di rilassamento che combina psicologia positiva, buddismo, terapia cognitivo-comportamentale e neuroscienze; di come “il futuro del capitalismo dipenda dalla nostra capacità di combattere stress e malattia e di sostituirli con relax e benessere”; e di come ormai l’idea di benessere influenzi, che lo si desideri o meno, le nostre vite; se dopo aver appreso tutto questo appunto, il desiderio di vivere bene non demorderà (cosa per altro umanamente comprensibile), allora si può provare a percorrere le strade …

Siamo tutti creativi

Tutta colpa di Picasso. È lui che ci fa pensare al fare creativo come un atto di sregolatezza, intuizione tormentata, umore instabile, deviazione dalle pratiche routinarie. Eppure come spiega lo storico e critico d’arte Gabriele Guercio nel suo ultimo lavoro Il demone di Picasso edito da Quodlibet: «Se per un verso è vero che Picasso è il pioniere di una sregolata disseminazione del fare creativo che continua tutt’oggi a connotare la pratica artistica e non, è altresì vero che è lui che si rende conto dell’illusorietà che nasconde l’idea di una creatività generica, della reale possibilità di essere tutti creativi. Storicamente, è stato Marcel Duchamp, mostrando un orinatoio (Fontana, 1917, ndr), a dissolvere per primo il confine tra arte e non arte. A mostrare che, facendo coincidere provocazione e innovazione, tutti potevamo essere creativi. Picasso, in un certo senso invece, mostra la fallacia di questo pensiero e invita al ritorno di un assoluto della creazione fondato su criteri precisi. Ma non è forse un caso che oggi, a tutti, in modo diffuso, dall’ambito artistico al …

Futuro incerto. Felicità a momenti…

Poco meno di un anno fa Jacques Attali si è trovato a dover riscrivere la sua Breve storia del futuro (Fazi ed.) che aveva completato dieci anni prima. I sopraggiunti scenari, politici, tecnologici, economici, imponevano un aggiornamento. Nuove domande, nuove visioni, nuove possibilità di azione sul corso degli eventi, e la stessa, pressante, necessità di rispondere a cosa e come sarà la nostra vita futura. Anche se le predizioni non sono che acute analisi di ciò che si è già infiltrato nell’attualità, un presente ad alta intensità perfetto per finire in qualche serio saggio sociopolitico o in fughe cerebrali verso il 2050 e oltre, il modo in cui una società si immagina nel futuro non è comunque cosa di secondaria importanza. La fantasia galoppa insieme alla nostalgia e alimenta le nostre capacità utopiche. Non è un caso che negli ultimi mesi le eterne domande sull’Uomo e sulla forma della sua esistenza prossima ventura su questo pianeta, siamo arrivate dai così detti film di fantascienza (Arrival, ultimo in ordine di apparizione, e aspettando Blade Runner 2049 …

Il richiamo della natura selvaggia

La prima volta che si è tolto lo scarpe lo ha fatto per fare compagnia alla sua bimba di tre anni. «Sono bastati dieci minuti per capire che il contatto del piede con l’erba umida e i sassi, la sensazione del caldo e del freddo, l’umidità della terra e la ruvidezza aspra delle pietre, era qualcosa di più di un gesto meccanico». Da quella passeggiata a Egna, sono passati cinque anni, e oggi Andrea Bianchi (qui l’intervista), scrittore di montagna e ingegnere, – suo il libro Il silenzio dei passi (Ediciclo ed.) -, oggi riesce a camminare scalzo anche per ore, affrontando escursioni impegnative in quota che di solito si fanno con scarpette iper tecniche. «Non c’è nessuna sfida del limite» dice. «La mia è stata, ed è, una ricerca: quando l’estremità del corpo si lega senza intermediazioni alla natura, si apre una sfera di percezioni sottili, quasi uno stato di meditazione, di consapevolezza interiore, che ti fa sentire una cosa sola con l’ambiente nel quale stai camminando. Senza filtri, si percepisce la terra con …

Andrea Bianchi: il silenzio dei passi

Ho intervistato Andrea Bianchi per un articolo pubblicato su Dove (Wilderness). Aveva appena pubblicato Il silenzio dei passi e stare a piedi nudi nella sabbia, nel bosco o nella neve, mi sembrava un bel modo per raccontare la wilderness. Ecco qui l’intervista integrale. Quando hai cominciato e perché a camminare a piedi nudi? È cominciato tutto per caso durante una camminata in montagna con la mia bambina. Lei si è tolta le scarpe, e io, che già indossavo delle scarpette minimali, ho provato a fare qualche metro scalzo. Sono bastati dieci minuti per farmi capire che in quell’esperienza c’era di più dell’aspetto meccanico. Ho poi continuato a camminare scalzo a casa e in giardino, e i “passi nudi” sono diventati per me una sorta di ricerca personale e interiore. Un modo per stare in contatto con me stesso attraverso il contatto con la natura. Ti sei anche documentato su quello che scoprivi? Certo. Nel mondo anglosassone di barefoot hiking si parla molto e se ne scrive, altra tradizione è quella tedesca che prevede percorsi ad hoc… Io preferisco compiere a piedi nudi dei sentieri naturali, anche quelli che all’inizio sembrano impensabili, …

Oltre lo sport: riti, ideali, vittorie

A una settimana dalla finale epica dell’Australian Open che ha visto Roger Federer e Rafael Nadal sfidarsi per un posto nella storia del tennis, ripropongo questo articolo scritto per Dove mesi fa sullo sport come evento e mito democratico per eccellenza. Il corpo in scena Smaltita la sbornia olimpica, tonificati dai record e temprati dal rito globale, sarà il caso di alzarsi dal divano. È questa una delle contraddizioni dei nostri tempi. «Tempi ideali per l’attività sportiva, vista la facilità di praticare, affinare le tecniche, migliorare le performance», dice Georges Vigarello, direttore de l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e ospite al Festival della Filosofia (a Modena dal 16 al 18 settembre, con il tema Agonismo), «ma anche tempi in cui lo sport è sempre di più un evento televisivo da godere in qualità di spettatori». Come suggerisce sempre il sociologo francese, è nello spettacolo che lo sport ha scritto la sua Storia, che è diventato narrazione condivisa, senso e aspirazione comune. E anche se passione e pratica sportiva non sempre vanno …

Empatia: due chiacchiere con Laura Boella

Laura Boella è docente di filosofia morale ed etica dell’ambiente alla Università Statale di Milano. Tra i suoi campi di ricerca ci sono l’empatia; Hannah Arendt, nuovo umanesimo, e la capacità di giudicare; Vladimir Jankélévitch e la vita morale; il perdono. Ho avuto il piacere di chiacchierare con lei in occasione del mio pezzo di cultura per il mese di dicembre 2016 di Dove. Qui trovate l’intervista integrale. Ormai si parla di empatia come competenza utile dalla scuola all’economia, ma cosa è innanzi tutto l’empatia? Di solito preferisco non scendere sul piano della definizione. L’empatia ci permette di riconoscere il valore della presenza degli altri esseri umani che esistono nel mondo con noi. È un riconoscimento dell’altro che però non va inteso come il mio doppio. Con l’empatia si mette in primo piano la relazione tra esseri umani. Se si considera questo, si capisce che l’empatia è la presa d’atto di un fatto fondamentale della condizione umana: noi non esistiamo in quanto soli ma sempre in relazione con altri. E questa è una capacità innata nell’essere umano? Le scienze, soprattutto in seguito alla scoperta dei …

Qualcosa in comune…

Sarà la comune del XXI secolo. Il Patrick Henry Village alla periferia di Heidelberg, fiorente cittadina industriale del Baden-Württemberg nota per accogliere, oltre alla più antica università tedesca, tra i più prestigiosi istituti di ricerca al mondo come il Max Planck e l’European Molecular Biology Laboratory, diventerà un inno architettonico alla cultura della condivisione, alla sharing culture insomma, con tutto il portato economico e sociale che si tira dietro. «Le comuni sono sempre state il luogo ideale per sperimentare pratiche e comportamenti lungimiranti, ma oggi l’idea della comune ha preso significati nuovi grazie alle dinamiche della Rete. Non sono soltanto gli spazi a essere condivisi, ma soprattutto i servizi, le idee. Perché la comune contemporanea non è più una comunità chiusa su se stessa, bensì un luogo inclusivo che sa dialogare con il resto della città e della società. Un luogo in cui le relazioni si formano in modo dinamico, sia nello spazio fisico che in quello digitale». Parole di Carlo Ratti, docente presso il Massachusetts Institute of Technology di Boston e socio fondatore del …

I nuovi tempi del far vacanze

Chi ci avrebbe mai creduto. Passare il pomeriggio in albergo, senza per altro destare i soliti sospetti, dopo la riunione del mattino in ufficio e prima della conference call serale con i colleghi d’oltreoceano. Tra piscina, Spa e una degustazione guidata, con lo stato d’animo di un vero villeggiante, anche “solo” per il pomeriggio. Secondo la start up che permette di prenotare, con uno sconto fino al 70 per cento, camere in due mila hotel di lusso in tutto il mondo dalle ore 9 alle 23, i daybreaker crescono del trenta per cento ogni mese. Uomini e donne che, in trasferta o nella loro stessa città, decidono di rompere la routine settimanale e implementare il tempo libero con gli agi, e i vizi, che di solito ci si concede in vacanza. Del resto, lo stesso fondatore di DayBreakerHotels Simon Botto, da ex avvocato d’affari e pallanuotista, ha provato in prima persona che non sempre i ritmi lavorativi consentono di progettare i tempi classici del “far vacanza”, mentre le pause, ancorché lunghe e disordinate, rischiano di …