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Vacanze capitali. E il fascino senza fine della vecchia Europa

La cara vecchia Europa, nonostante acciacchi e crisi di identità, conserva intatto il suo fascino. Lo dicono gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, con quel più 8 per cento negli arrivi, a far lievitare i numeri del turismo globale. Capitali che tornano a celebrare la loro grandeur, culturale e urbanistica, e che non temono la stagionalità. I rigori invernali non sembrano una demotivazione per mostre, eventi musicali o nuove esperienze. Senza contare la possibilità di evitare la folla dei mesi estivi, e le tariffe low cost di aerei e hotel. Copenaghen, al vertice della classifica delle città da visitare nel 2019 secondo Lonely Planet, ha persino una guida speciale per i giorni di pioggia. Ed è all’inizio dell’inverno che prendono il via celebrazioni come il bicentenario del museo del Prado o i cento anni del Bauhaus. La verità è che le città sono un concentrato di risorse finanziarie e culturali, e anche dopo la decima visita, non sono mai uguali a se stesse. Ecco alcuni suggerimenti. Atene Non solo Acropoli, anche se un ripasso …

Saune urbane e sculture di ghiaccio: l’arte di vivere all’aperto

Da quando la land art è diventata uno dei modi per caratterizzare lo spazio del turista, anche i limiti stagionali sono caduti. Che sia in un parco o una città, in riva al mare o in montagna, l’arte pubblica, effimera o indelebile, spesso regala un nuova prospettiva. La Sicilia del Grande Cretto di Alberto Burri a Gibellina (terminato in fondo solo tre anni fa dopo trent’anni dalla prima pietra), o quella vista dalla collina di Motta d’Affermo, che guarda il mare insieme alla piramide in acciaio corten di Mauro Staccioli (38°Parallelo, 2010) della Fiumara d’Arte di Tusa, sono ormai dei classici del turismo culturale al pari dei templi agrigentini. E d’altra parte, sono state migliaia le persone che, settimane fa, sono accorse al parco di La Perle du Lac di Ginevra per vedere l’affresco biodegradabile su erba dipinto da Saype: una bambina che lasciava la sua barca di carta libera nel lago. Ora ne è rimasta solo qualche traccia, ma per quasi un mese quel semplice prato ha smesso di essere un luogo comune. Dalla …

Dove Londra parla italiano

[Pubblicato su Sette/CorrieredellaSera del 7 agosto 2015] Potremmo cominciare da Clerkenwell. Dal quartiere che fu di Garibaldi e Mazzini e che nel 1840, al civico 10 di Laystall Street, ospitò gli incontri della Mazzini and Garibaldi Workmen’s Society. La chiesa di St Peter, costruita con i contributi del patriota italiano, è sempre lì, e attorno a essa ha preso vita, grazie alla figura di padre Carmelo, il St Peter’s Project. Da venticinque anni, un posto dove gli italiani meno fortunati trovano aiuto e assistenza. «Ho scoperto questa realtà dieci anni fa: mi trovavo lì e venni a sapere che, con un deficit di venti mila sterline, non avevano più il denaro per pagare la riabilitazione a un ragazzo che lavorava al deposito bagagli dell’Alitalia. Mi sembrava giusto cominciare a fare la mia parte, io che a Londra ci sono da più di vent’anni e che faccio parte di quei privilegiati che si muovono tra Hampstead e Bond Street con le Boris Bike (il bike sharing di Santander Cycles, ndr)». Chi parla è Davide Serra, fondatore …

What is luxury?

[Pubblicato su Gioia! il 19 marzo 2015] Che cosa è il lusso? Una domanda che ci poniamo tutti. E allora il Victoria & Albert Museum di Londra ci ha fatto una mostra (What is luxury?, dal 25 aprile-27 settembre). Nel suo stile, accompagnandoci in una galleria di oggetti che sono un viaggio nell’intelligenza creativa e nella sorpresa. Certo, ormai è assodato, il tempo è uno dei lussi contemporanei. L’orologio The Second Space Travellers di George Daniels per esempio, calcola anche i dati astronomici e ha un meccanismo per monitorare età e fasi lunari. Quello di Philippe Malouin si ispira invece a una clessidra. Poi la preziosità del lavoro manuale dell’uomo: Golden Fleece è un capello realizzato dal padovano Giovanni Corvaja nel 2009 intessendo fili d’oro: per realizzarlo, ha impiegato due mila 500 ore durante le quali ha lavorato per 80 ore a settimana. Per l’abito di Haute Couture dell’olandese Iris Van Herpen invece, sono state combinate tecniche di lavoro manuale con tecnologie digitali. Una lavorazione raffinata tanto quanto quella del merletto di un abito di …

Power dress. L’abito del potere

[Pubblicato su Gioia! 23 ottobre 2014] She dresses to win! Era il giugno 2008, il titolo era del New York Times, e “she” era Michelle Obama che, da lì qualche mese, sarebbe diventata la nuova first lady degli Stati Uniti d’America. Chissà cosa avrà pensato Naomi Wolf, neo-femminista e autrice di saggi bibbia come Il mito della bellezza e Vagina. Una storia culturale (Mondadori): lei che alle lusinghe della moda ha sempre imputato la costruzione di quella “trappola della bellezza” che teneva le donne vincolate a un ideale voluto, guarda caso, dai maschi. E che oggi, invece, con tutti i media a fare il tifo per il female power, si ritrova una moda celebrata non come dittatrice, bensì come strumento usato dalle stesse donne per esprimere il loro nuovo potere “sul” e “nel” mondo. Più di qualcosa è cambiato, di fatto, da quando Yves Saint Laurent – agosto 1966 – presentò la sua prima versione di Le Smoking nel suo quartier generale di Avenue Marceau. Poi ci furono le donne in carriera degli anni Ottanta …

#WomenFashionPower

E ora, cosa mi metto? Questo avrà esclamato, nel febbraio del 1975, Margaret Thatcher quando, prima donna nella storia, venne eletta leader del Partito Conservatore in Inghilterra. Non che la Lady di ferro non conoscesse l’importanza dell’“apparire”. Lei, che aveva già studiato duramente per modulare la sua voce stridula grazie alle lezioni di dizione di Kate Fleming, la stessa che insegnò il potere della parola a Laurence Olivier e Peter O’Toole, e che, per non essere esclusa dai video del partito, si era sottoposta alle tecniche di rilassamento per il corpo. Così scelse, e non a caso, un tailleur celeste di Mansfield, il marchio creato da tale Frank Russel, figlio di un sarto, quasi eroe di guerra e perfetto esempio di self-made man meglio conosciuto come King of coat. Insomma, tutto very british. Tanto che quell’abito profilato con una seta a righe ripresa dall’ampio foulard divenne un’icona di stile politico. Lo stile Thatcher. Il perché, per le donne più che per gli uomini per la verità, l’abito faccia la monaca, è una delle domande a …

La disobbedienza degli oggetti

Esiste, anche civicamente, un valore della disobbedienza. Del coraggio di allontanarsi dalla folla che grida lo stesso nome. L’azzardo della solitudine, dell’andare controcorrente per provare a fare qualcosa di nuovo. Perché la disobbedienza, in fondo, è un atto creativo e, insieme, un atto progettuale gettando in avanti, nel futuro, un’altra possibile idea di mondo. Fra qualche giorno, precisamente il 26 luglio, per la prima volta un’istituzione autorevole indagherà nei prodotti risultati da questo processo creativo. Con Disobedient Object il Victoria & Albert Museum di Londra mostrerà cosa i movimenti sociali di tutto il mondo sono stati in grado di creare e di produrre. Dall’arte tessile popolare cilena ai ciottoli gonfiabili giganti mostrati durante le manifestazioni di Barcellona, dalle teiere usate dalle suffragette ai gioielli disegnati da membri del Black Panther, dai pupazzi giganti utilizzati nella protesta contro la prima guerra del Golfo ai cartelli dipinti a mano dagli attivisti russi fatta in occasione delle manifestazioni antigovernative a Mosca del 2012. Il periodo va dagli anni Ottanta a oggi, e ciò che si mostra, sono anche le tecniche e i processi che portano alla produzione dell’oggetto: se a Copenaghen si costruiscono oggetti …

figli a carico

Continuano a sfilarmi davanti i video e le immagini degli scontri di Londra. Quando non sono immortalati mentre scappano da un supermercato, escono dal Tribunale insieme alla mamma. Vedo ragazzini che indossano tute Adidas, pantaloni-felpa con elastico dello slip in vista e scarpe All Star coordinate. Potrebbe essere mio figlio, penso. La maggior parte sono minorenni, e pure rampolli di buona famiglia. Altri è pur vero, sono figli di madri sole, che l’hanno avuti a 14 o 15 anni, se va bene, e ora non hanno neanche la forza fisica di riprenderli. «Non siamo una famiglia perfetta», ha detto un genitore braccato dai reporter all’uscita di un’udienza. Eppure davanti a un ragazzino o a una ragazzina disposti a tutto per accapparrarsi una tv al plasma o l’ultimo modello di cellulare (che manco gli serviva) non riesco a non farmi prendere dallo sgomento. Anch’io talvolta, come madre, quando vedo che mio figlio fa e dice cose che mai vorrei facesse o dicesse, mi chiedo: ma dove ho sbagliato? Sono stata attenta, mi dico. Pochissima televisione, niente …