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Carl Warner o il cibo-paesaggio

Articolo pubblicato su LeiWeb il 7 giugno 2012 Per alcuni è un bisogno, per altri un’ossessione, per altri ancora materiale d’arte. Chissà che cosa avrebbe detto il nostro Giuseppe Arcimboldo, pittore di gorgiere di spighe di grano e acconciature di pesce fresco, dei paesaggi alimentari del fotografo inglese Carl Warner. Lui dice di essersi ispirato all’arte surrealista di Salvador Dalì, ai mondi visionari di Patrick Woodrooffe e alle cover per album musicali di Hipgnosis, ma il rimando patriottico a noi pare evidente. Quel che è certo, invece, è che il rapporto con il cibo, dalla corte della Milano del Cinquecento ai set pubblicitari di Warner, è cambiato (nella foto, Broccoli Forest). E per chi si può permettere di scherzarci sopra, più che un sostentamento è diventato uno stile di vita: dal Fast al Junk Food, dallo Slow al Fingers Food, fino alla Food Art Experience e al Food Design… Come dire che il cibo, da solo, non basta più, mentre è forte il bisogno di condirlo con un contenuto di costume capace di trasformarlo da semplice nutrimento a esperienza dei sensi. Senza scomodare …

dove nasce la violenza

Che cosa è la violenza? Esiste quella fisica, che lascia i segni spesso per sempre. Esiste quella intimidatoria e verbale, minacce silenziose perpetrate nel tempo, di nascosto. Ed esiste quella che non si vede, che non si sente e non ha nome, perché ad essa, abbiamo fatto l’abitudine. Ecco, di questa violenza, meno grave e quantificabile certo, di questa violenza che costruisce terreno fertile per una cultura di continua mortificazione del femminile, vorrei parlare oggi che è il Blogging Day indetto da Aied sul tema della violenza sulle donne. E lo faccio perché credo bisognerebbe cominciare a stigmatizzare, a dare l’allarme, anche sulle violenze quotidiane, quelle rubricate sotto “battute di spirito” o “ironia non moralista» (mi aspetto quindi di essere catalogata io stessa come moralista e bacchettona dell’ultima ora, se non come nazifemminista secondo la recente definizione di Tiberio Timperi). È di pochi giorni la notizia delle commesse della Rinascente di Firenze a cui la direzione del personale, e marketing, ha avuto la bella idea di far indossare una targhetta con scritto: «Facile averla, chiedimi …

the iron lady

Alla fine restano solo le persone. E dalle persone, se sono viste in quanto tali, non si può che imparare. Pare che uno dei motti di Margareth Thatcher fosse:«Se vuoi che venga detto qualcosa, chiedi a un uomo, se vuoi che venga fatto qualcosa, chiedi a una donna». La lettura della Lady di Ferro fatta nell’ultimo film di Phyllida Lloyd è piuttosto lacunosa, a ben guardare. Nella memoria della regista, e non solo dell’ex Primo Ministro, si sono persi Bobby Sands e i disoccupati quadruplicati in pochi anni, la legge 28 contro l’omosessualità e la scure sull’istruzione. Ma, volente o nolente, posto che non si volesse ripulire il curriculum non certo illuminato della Signora, questa donna, sulla cui pagina in Number Ten, il sito dedicato agli inquilini di Downing Street, sta scritto «It will be years before a woman either leads the Conservative Party or becomes prime minister. I don’t see it happening in my time» (1970), è stata la prima, e ancora unica, donna a ricoprire questo ruolo e, in assoluto, la più amata. …

the help: la verità rende liberi

Qualcuno ha visto The Help? È ancora nelle sale e, se vi capita, andate. L’emancipazione e la conquista dei diritti civili dei neri sono quasi sempre state raccontate attraverso le lotte e la ribellione degli uomini. Certo, ci sono state Bessie Coleman, Rosa Parks e Shirley Chisholm, ma erano i maschi neri che avevano guidato la conquista della libertà. The Help ribalta invece il punto di vista. Dalla prospettiva storica a quella domestica, per provare a scoprire verità intime quanto rivoluzionarie. Che cosa voleva dire essere donna negli anni Cinquanta. Che cosa voleva dire essere donna, moglie e madre, negli anni Cinquanta. Cosa voleva dire essere donna, moglie, madre e donna nera, negli anni Cinquanta. Ognuna di queste donne ha bisogno di aiuto, in fondo. La mamma-bambina depressa. La figlia inacidita dalle manie di perfezionismo. La giovane donna che prova a diventare se stessa barcamenandosi tra razzismi quotidiani. E le cameriere tutte. Donne predestinate ad annullare se stesse per fare spazio alle vite di altre. Vedrete pochissimi uomini in questo film: sono tutti sullo sfondo. …

Lego Land

Non so voi, ma io, quando devo comprare un regalino per il compleanno per la compagna di mio figlio, sono in grande imbarazzo. Ormai ho smesso anche di fare la solita domanda del tipo: «Sai cosa piace alla tua amica?». Perché tanto, davanti alla solita sfilza di Bratz,  Winx, principesse e musical dipendenti, mi giro dall’altra faccia e dentro di me penso: «Scordatelo!». Di solito ripiego su un libro del tipo Il corpo umano in pop-up anche perché, persino nei primi romanzi, i generi sembrano rigorosamente divisi: da una parte storie di amichette e fate in copertina rosa, dall’altra pirati, calciatori in miniatura, topi scopritori e maghi chimici. Ho parlato poche volte in questo blog di educazione di genere, eppure questa è una notizia che mi ha fatto riflettere e a cui non ho trovato ancora risposta. Lego infatti ha messo in commercio (per ora in Francia, in Italia la linea Lego Friends Girly uscirà a marzo) la prima serie di Lego Friends per bambine che, finalmente, possono costruirsi il loro mondo a forza di …

responsabilità illimitata

Ieri ho visto, tutto d’un fiato, i film The Tree of Life di Terrence Malick e Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne. Non era in programma, ma così è stato. Succedono cose strane quando si passa da una visione ad un’altra, senza troppa decantazione, e soprattutto di due opere così importanti. Come se la scia del primo rimanesse impigliata nella retina e ti guidasse nel secondo. Associazioni improbabili, somiglianze impossibili, combinazioni incerte. Tant’è. La prima cosa che ho detto uscita dalle sale è stata: «Sean Penn è molto più figo di Brad Pitt». La seconda: «Cari maschietti, mi sa che siete messi maluccio». Maluccio era per essere gentile. Se avessi usato la trama-metafora dei Dardenne avrei più chiaramente detto che se i maschi di oggi hanno un problema, questo problema si chiama responsabilità. O meglio, l’incapacità di prendersi la Responsabilità. Della vita e dei figli, che poi in fondo è la stessa cosa (chi trovasse azzardato questo paragone può tornare a leggere il post I giorni della Memoria in cui Moria Maknouz spiegava …

il mio giardino

Vivo in una piccola casa con giardino. Da provinciale quale sono, non potevo rinunciare agli spazi verdi e allontanare dalle mie finestre il più possibile macchine, cemento e rumore. E poi avevo visto quel meraviglioso film di Mike Leigh, Secrets & Lies, e quel giardino di una casa in periferia che si vede nella scena finale, trasandato e sporco, eppure capace di accogliere la pace e la speranza di una madre che aveva ritrovato le due figlie. Questo è il mese più bello per chi ha un giardino, anche a Milano. Rose, peonie, gelsomino e glicine, esplodono di vita. Nonostante l’inquinameno, l’aria immobile, il sole spesso velato e un clima, diciamocelo, terrificante. Eppure, ogni anno, nonostante le gelate, le nebbie, i funghi e i parassiti che un’estate afosa e opprimente ha praticamete reso invicibili, ecco qua, che il profumo della vita ritorna. Vorrei invitare (virtualmente) in questi 80 metri quadrati tutti e tutte coloro che, per compulsiva abitudine, non perdono mai l’occasione di deprimere gli entusiasmi, fomentare miraggi di fallimento, promuovere la critica denigrativa e …

nel mare ci sono i coccodrilli

Questo è il titolo di un libro che ho terminato di leggere questa mattina. Era il mio libro da metropolitana della settimana. Ed era un anno o poco meno che avevo questo appunto sulla mia agenda: compralo! L’ho fatto, insieme al più nobile Freedom di Jonathan Franzen, che come tutti, devo avere. E leggere, prima o poi. Ma questo libro è arrivato al momento giusto. O forse, visto i tempi in cui viviamo, tutti i tempi sono giusti per questo libro. Che racconta il viaggio, da clandestino, di un bimbo di 10 anni dall’Afghanistan in Italia. Ho pensato di leggerlo a mio figlio di otto di anni, perché, tutto sommato, è anche un’avventura. Poi ho pensato che non avrebbe capito. O che era troppo presto, così glielo tengo in serbo per quando ne avrà 12 o 13. Strano, noi difendiamo i nostri figli da quello che in altri paesi è la normalità. Se vi capita di avvistarlo in libreria, prendetelo. In questo mondo di disperati senza disperazione, di infanzia negata e di schiavitù nascoste, la …

Basta pagare

Ieri sera ero al concerto di Adele. Bello e perfetto. La sua voce è un misto di intimità ed evasione. Ci si emoziona e si balla. A patto che uno metta il suo smart phone in tasca e si dedichi anima e corpo a quello per cui ha pagato anche una certa cifra: il concerto. E invece, eccoli lì, immobili, con l’occhio fisso sul display lcd per controllare l’inquadratura, tutti presi a filmare la loro canzone preferita. Guardare la realtà attraverso il video è ormai diventata una cattiva abitudine. E il video, una sorta di preservativo al coinvolgimento. Emotivo o razionale. Non c’è più nulla che ci emozioni perché non ci può essere passione dove il vero ha fatto spazio al verosimile. Non c’è più nulla che ci interessi perché, al di là dello schermo lcd, tutto sembra più lontano, sfuocato. Si perde il calore delle tre dimensioni (la fisicità) e rimane solo una fredda immagine bidimensionale. Sono tutte menate cerebrali, lo so. Ma in questi giorni sono davvero confusa. Altro che l’invenzione della realtà …

la donna che canta

Non so davvero da dove cominciare. Il film di Denis Villeneuve l’ho visto ieri sera e io ho ancora, citando il film, «un coltello piantato in gola che non si tira via facilmente». E non voglio neanche parlarne troppo perché questo è un film da andare a vedere, e basta. Soprattutto di questi tempi. Ma, posso cominciare dalla fine. Dal fatto che, tra i miei assurdi convincimenti, ci sia quello che nulla accade per caso. Il giusto al momento giusto. Quindi, aguzzare le orecchie, aprire le mani. Nel mio post Dissociazioni, Simona rifletteva nel suo commento sulla donna «educatrice primaria», e io ho ancora fresco l’insegnamento di Moria Maknouz che ho riportato nel post I giorni della memoria. Davvero la donna è il solo essere vivente su questa Terra che riesce a generare vita e morte, amore e odio, figli e (futuri) padri. Nella pancia delle donne si racchiudono, insieme, il passato e il futuro. Sarà per questo che la compassione femminile, compassione di madre, è potente e senza limiti. E sarà per questo che, …