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Questioni di merito

Puntuali come le feste comandate, al via delle prove Invalsi (ultimo appuntamento 17 giugno per i ragazzi di terza media), partono anche le proteste. Scioperi, bambini non mandati a scuola, azioni di boicottaggio da parte degli insegnanti. Il nostro Paese, è cosa nota, ha qualche problema nell’accettare le misurazioni. Che poi non sono altro che regole, condivise, per conoscere meglio il nostro operato secondo l’adagio, tutto nordico per la verità, che misurare è conoscere. Ma, come dice Giorgio Neglia, consigliere del Forum della Meritocrazia e coordinatore gruppo di lavoro che ha messo a punto il primo Meritometro in Europa: «Riconoscere e promuovere il merito, in Italia, è soprattutto un problema culturale. La valutazione è percepita come evento punitivo, mentre è proprio la condivisione di standard oggettivi la strada per costruire una società che punta su conoscenza e competenze, una società meritocratica». Inutile dire che, in base ai sette pilastri usati come indicatori quantitativi per misurare il merito (libertà, pari opportunità, qualità del sistema educativo, attrattività per i talenti, regole, trasparenza, mobilità sociale), il nostro Paese …

Due chiacchiere con Raffaele Mantegazza

Raffaele Mantegazza è professore in scienze dell’educazione e formazione all’Università Bicocca di Milano. Si occupa di Pedagogia generale e sociale e ha scritto molti libri in merito. Ho fatto due chiacchiere con lui in occasione della mia inchiesta sul merito a scuola pubblicata su Gioia! (la potete leggere a questo link). Quella che segue è l’intervista integrale. Merito e scuola, un binomio difficile, proviamo a dire perché? Se si vuole definire che cosa sia il merito scolastico, il merito di una scuola, secondo me è necessario partire da quello che è il mandato della scuola secondo la nostra Costituzione, e cioè quello di formare il cittadino e il cittadino è colui che sa condividere il proprio sapere, che sa collaborare e mettere a disposizione i propri talenti nella comunità. Ecco, se la scuola deve fare questo, allora il merito non è del ragazzino che sa tutto, ma di quello che è in grado di condividere il proprio sapere. Andare bene a scuola, significa anche saper collaborare con gli altri in un gruppo di lavoro soprattutto disomogeneo, essere propositivo, …

Invalsi. Un po’ di chiarezza

Molto spesso mi capita di leggere e sentire parlare di Invalsi e molto spesso mi accorgo che in pochi sanno veramente di cosa si tratta. La maggiorate di genitori poi li percepisce come valutazione dello studente e della scuola, senza contare che a volte sono gli stessi insegnanti a essere tratti in inganno. Ho parlato con la Presidente Invalsi Anna Maria Ajello quando ho preparato la mia inchiesta per Gioia! (la potete leggere qui). Questa è l’intervista integrale e si spiega bene cosa sono i famigerati test Invalsi. Sento molti genitori che citano i risultati delle prove Invalsi come indice di “buona scuola”, ma cosa valutano in vero questi test? Le prove richiedono, da una parte di verificare la comprensione di un testo, dall’altra di testare se si sono comprese le applicazioni delle nozioni matematiche a problemi di tipo quotidiano. Sono, queste, le così dette competenze di cittadinanza, le competenze di base richieste, ma non sono indicatori né per la valutazione della scuola, né per quella dei docenti. Sappiamo che in Italia un sistema di valutazione …

Va di moda la classe capovolta…

Maurizio Maglioni, insegnante di chimica, è il presidente e tra i fondatori di Flipnet, l’unica associazione in Italia che riunisce gli insegnanti che praticano la così detta “didattica capovolta” ideata da Jonathan Bergmann e Aaron Sams che nel 2012 scrissero il libro Flip Your Classroom: Reach Every Student in Every Class Every Day che diede il via alla sperimentazione in tutto il mondo. Abbiamo fatto una chiacchierata in occasione dell’inchiesta pubblicata su Gioia! del 12 maggio 2016 e qui ripropongo l’intervista integrale. Mi può dire in poche parole cosa è e cosa si fa in una classe capovolta? Io ho guardato alcuni video presenti nel sito e i contenuti mi sembravano esposti in maniera piuttosto tradizionale… Dire che fare didattica capovolta significa usare il video per per fare lezione è un equivoco. Noi usiamo i video perché vedere, oltre che ascoltare, potenzia fortemente le capacità di apprendimento. Il cuore della didattica capovolta però è l’uso che noi facciamo, in classe, dei loro smartphone o tablet. Non c’è nessuna lezione frontale, nessuna interrogazione. I ragazzi sono divisi a …

Cosa insegniamo ai nostri figli

L’esempio vale più di mille parole. Spero che su (almeno) questa affermazione si possa essere tutti d’accordo. Quindi facciamo uno sforzo ulteriore e domandiamoci cosa, ogni giorno, insegniamo ai nostri (ingestibili dicono) figli. L’altra sera per esempio ero al cinema e nel bel mezzo di una scena topica la signora della fila davanti, leggermente spostata sulla mia sinistra, ha tirato fuori dalla borsa il suo smartphone 37 pollici e si è messa a scrivere dei messaggi su Whatsapp. Quasi quasi riuscivo a leggere l’argomento della chat, se non che il riverbero luminoso dello schermo era così fastidioso da costringermi, dopo qualche minuto, a chiederle cortesemente di abbassare (almeno) il cellulare. Alla fine del film, la bionda signora con il filo di perle si è scusata dicendomi: «Non volevo disturbare, volevo solo sapere come stava mia figlia e scambiare due messaggi». Non le ho risposto. Avevo appena visto dei brandelli di cervello deflagrare sulla faccia di un altro e, quindi, non le ho risposto. Come non vi dico che, sarà capitato anche a voi, ancora oggi, ogni volta che sono …

Se il principino va alla Montessori

È entrato con il suo giubbino blu alle Westacre Montessori School di Norfolk in mondovisione. E tutti hanno visto che per George di Cambridge è stata scelta una scuola materna che adotta il metodo della pedagogista italiana. Ammirato e studiato all’estero (i fondatori di Amazon, Wikipedia e Google ne hanno ammesso l’importanza nella loro educazione), ma che in Italia conta solo 200 scuole tra materne e primarie e 5 medie. Eppur, qualcosa si muove. «Dopo il successo della sperimentazione, dal prossimo anno le medie pubbliche Montessori saranno tre con insegnanti formati ad hoc» dice la presidente dell’associazione Me.Mo. di Milano Lavinia Galli. Un progetto pionieristico in Italia che parte da alcune associazioni di genitori, in sinergia con alcune dirigenti scolastiche, l’Opera Nazionale Montessori e la Rete Montessori e che prevede anche dei corsi per genitori sul tema dell’adolescente secondo Maria Montessori e un corso di formazione per docenti. Il prossimo settembre, le sezioni Montessori di scuola media, oggi presenti unicamente all’Istituto Comprensivo Riccardo Massa di via Quarenghi 14, saranno anche a Cinisello Balsamo, alla scuola Ilaria Alpi e Anna Frank. E, «dopo anni di luoghi comuni, …

Perché c’è bisogno (ancora) di Maria Montessori

In questi giorni in cui nei giornali appare come uno scandalo la richiesta del Miur di avere classi differenziate, cioè di “gruppi di livello”, vi propongo questa intervista al presidente dell’Opera Nazionale Montessori Benedetto Scoppola con cui ho scambiato due parole in occasione di un articolo su Gioia! sul Metodo. Nel documento del Miur si parla anche infatti di didattica cooperativa e didattica tra pari, elementi fondamentali del metodo montessoriano. L’organizzazione personalizzata delle attività poi, scandali o meno, è uno dei pilastri del buon insegnamento, come già spiegava Francesco Avvisati qui. Al di là degli anatemi quindi, al solito è il modo in cui verrà percepita l’indicazione che farà la differenza. E se il rispetto delle inclinazioni degli studenti verrà utilizzato per dividere e non per con-dividere nuovi stimoli, certo la colpa non può essere dello strumento. Anche con il fuoco del resto, ci si può salvare dal freddo o incendiare la casa. Una prima domanda, per quale ragione dovremmo guardare con più attenzione al metodo Montessori? Perché è necessario mettere bambini e ragazzi al centro del processo educativo, renderli protagonisti …

A scuola di cinese

[Pubblicato su Gioia! del 12 dicembre 2015] Un iPad in mano, e tre bambini che si divertono a interpretare, e riprendere, la scenetta di due amici che vanno al ristorante e ordinano Xiaolongbao, i ravioli al vapore specialità di Shanghai. E lo fanno, naturalmente, parlando cinese. Succede nella scuola primaria dell’Istituto Marymount di Roma, dove lo studio della lingua di Mao, come dice Paola Mattioli, che a spiegare come insegnare intonazioni e logogrammi fin da piccoli è andata fino all’Università di Barcellona, va in pagella. «Non è più come un tempo. Oggi si può imparare una lingua così lontana dalla nostra anche giocando. La tecnologia, e le tante app sviluppate, ci aiutano. Come aiuta la fantasia propria dei bambini che più facilmente vedono, e quindi memorizzano, dietro il segno astratto del carattere cinese, un uomo che cammina, un sole…». Ma le potenzialità dei più piccoli nell’apprendimento del cinese non finiscono qui. Come dice Renata Cirina, direttrice della scuola dell’infanzia del Collegio San Carlo di Milano, che il cinese curricolare lo ha inserito dalla scuola materna, …

Gli indifferenti

Questo è l’ultimo post in cui parlo di scuola. Ho sempre pensato che per vedere come sta questo Paese bisogna infilarsi nelle scuole, nella aule, ma c’è un limite a tutto. Soprattutto al mio interesse per gli indifferenti. Coloro che abdicano all’esercizio dei propri diritti. Perché sì, e so che è difficile da capire qui ai confini del senso civico, ma i diritti acquisiti prima di goderli, bisognerebbe esercitarli. Solo che esercitare i propri diritti, dovere civico per eccellenza, in questo Paese vuol dire essere una rompicoglioni. Quindi, ebbene sì, io sono una rompicoglioni. Sono una rompicoglioni perché mi aspetto che la scuola sia adempiente nell’organizzare l’attività alternativa all’ora di religione (sarebbe obbligatorio). Sono una rompicoglioni perché mi aspetto che la scuola pubblica mostri delle prassi educative che prevedano l’inclusione e il rispetto per il prossimo, invece di praticare costantemente, e verbalmente, delle differenze tra chi è maschio e femmina, tra chi è fortunato e meno, tra chi viene a scuola e chi non ci va (e che “fa schifo” a detta di una prof). …

E se la (cara e vecchia) non violenza fosse la soluzione?

Bullismo, cyberbullismo, eccessi comportamentali e conflitti più o meno aspri. A scuola, al parco, in palestra, sono spesso questi gli argomenti (e le paure) all’ordine del giorno. Il 2 ottobre scorso, giorno della nascita del Mahatma Gandhi, e Giornata internazionale della Non Violenza, è stato presentato il lavoro del Centro Non Violenza Attiva Educazione alla nonviolenza a Milano, patrocinato dall’Assessorato all’Educazione e all’Istruzione del Comune di Milano e sperimentato in alcune scuole milanesi proprio quest’anno. Non è difficile capire quanto l’educazione scolastica sia complessa e quanto il confine tra il benessere psicofisico e la buona, ed efficace, trasmissione del sapere sia labile. Non è difficile, ma non è scontato, tanto che io stessa sono testimone della sottovalutazione di comportamenti preoccupanti (insulti, didattica punitiva, osservazioni sessiste) perché considerati, anche dagli stessi genitori, semplicemente slegati dalla funzione dell’insegnamento. Quasi che secoli di pedagogia fossero passati invano… In molte scuole, laboratori per la prevenzione e la gestione dei conflitti, spesso legati alla vita in Rete, si fanno. Il richiamo alla (cara e vecchia) non violenza è in questo caso esplicito …