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cambiamento: sostantivo femminile

Copio e incollo una dichiarazione dell’Avvocatessa e Onorevole Giulia Bongiorno rilasciata in un’intervista al Corriere della Sera qualche giorno fa: «Resto convinta che l’unico modo per riconciliare i cittadini con la politica sia cambiare. Cambiare radicalmente. E in quest’ottica di rinnovamento credo che le donne saprebbero riconquistare la fiducia delle gente comune. Purtroppo rimangono confinate ai margini delle istituzioni. Da sempre sono costrette a lottare più degli uomini per affermarsi: tutto questo è ingiusto, faticoso, sbagliato, ma ha avuto il pregio di affinare le loro capacità». Copio e incollo perché l’ottimismo certe volte mi commuove. E perché, al contrario di Giulia Bongiorno, credo che la strada da fare sia, purtroppo, ancora molta. In tutti questi anni abbiamo affinato le capacità per avvicinarci ai ruoli di responsabilità, ma non ne abbiamo difatto scardinato i modelli, tutti maschili, di riferimento. Arrivate alla vetta come cani sciolti, non abbiamo costruito un linguaggio, un sistema, un modello di genere che ci renda visibili come donne. Certo, ora siamo come Ipazia nel tempio. Sappiamo che non c’è nulla da fare …

vuoi qualcosa? basta chiedere

Ieri sera durante una bella riunione milanese di partito,  una modella violinista, tale Charlotte Crona, è uscita fuori da un gigantesco uovo di Pasqua: era un regalo, gradito, per voi-sapete-chi. Un addio al celibato fuori tempo (e anche fuori luogo per la verità) a cui ha assistito anche la nostra sindachessa milanese, Letizia Moratti, la quale, davanti all’ennesimo show volgare e maschilista, non ha mosso ciglio. Le elezioni comunali milanesi si avvicinano e molte delle liste che si presenteranno sono imbottite, fino al 50 per cento, di candidate donne. Il che non significa, sia chiaro, che sarà il 50 per cento delle donne che prenderà poltrone e posti di comando. Avete letto il mio post L’immagine e la piazza? Beh, fatte le debite proporzioni, la situazione è un po’ quella, e cioè che, di questi tempi, chi immagina una rivoluzione rischia di diventare solo, e suo malgrado, l’immagine della rivoluzione. Che esca da un uovo di Pasqua o da una lista elettorale altrettanto ben confezionata. Non accaponate la pelle, c’è poco da fare dei distinguo …

volere o volare

Ecco una buona notizia. Questo mi sono detta quando ieri ho letto il post (ripreso da un articolo di Laura Cimino ne L’Unità del 10 marzo) del blog Senonoraqunado sugli Stati Generali delle Donne. Ecco un’occasione per passare dallo spazio del sogno a quello del progetto. Dalla speranza alla volontà (La speranza ha fatto il suo tempo: ora vogliamo che sia femmina, Ipazia docet). Perché, se migliaia di donne sono scese in piazza, non l’hanno certo fatto per prendere un tè con le amiche. O per un pic-nic sociologico. L’hanno fatto per esprimere un bisogno, e anche l’urgenza di ricevere delle risposte concrete da una politica sempre più lontana dalla società civile. Il mondo va avanti, nonostante noi, è evidente. Così le famiglie di oggi se ne fregano se si sono dimenticati i Pacs o di Dico. Se ne fregano se la coppia dei loro amici omosessuali non ha gli stessi diritti di assistenza. Se ne fregano se per adottare un bambino devi far finta di adottare, invece, il modello Mulino Bianco. Se ne fregano …

il tramonto e l’aurora

@font-face { font-family: “Cambria”; }@font-face { font-family: “Helvetica Neue”; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: “Times New Roman”; }div.Section1 { page: Section1; } Alla vigilia dell’8 marzo, vorrei dedicare questo post a Ipazia. Che fu uccisa, o meglio scorticata viva, con frammenti di conchiglia nel mese di marzo dell’anno 415. Era Quaresima: sono gli storici cristiani a ricordarlo, quasi a trovare una giustificazione al massacro di quel corpo di donna (avevano fame ed erano incattiviti). Questo ha però consentito anche un’altra, e più poetica forzatura, quella di datare il martirio di Ipazia proprio l’8 marzo di quell’anno (Ipazia, Vita e sogni di una scienziata del IV secolo di A. Petta e A. Colavito). Ma è bene anche ricordare, che la più grande colpa dell’ultima filosofa della Scuola d’Alessandria fu quella di «occupare la piazza, lo spazio degli uomini». Perché la piazza, il parlare con la gente, sfidare il potere e la ricerca del consenso, questo sì, è cosa che non si perdona. Chi si accinge a uscire dall’ombra per avventurarsi …

e adesso? la lista della spesa…

Chi decide di aprire un blog lo fa di solito per una propria necessità: la mia era quella di dare forma, di mettere nero su bianco, un disagio soggettivo che ormai avvertivo sempre più forte quando mi confrontavo, in quanto donna, con il mio ruolo nella società o nel mondo lavoro. Quando avvertivo, in modo sempre più netto, il gap tra talento, capacità dimostrata, energie profuse, e riconoscimenti professionali. Non meno importante era anche l’esigenza di comunicare, nel senso di mettere in comunione, riflessioni che altrimenti sarebbero state sterili elucubrazioni. Del resto, l’affermazione di volontà l’ho subito chiarita nel sottotitolo del mio blog: La speranza ha fatto il suo tempo, ora vogliamo che sia femmina. Dopo la giornata di ieri, ma già da alcune settimane, questo senso di solitudine si è colmato. Mi sono ritrovata con altre donne, diverse, più giovani o più vecchie, professioniste e casalinghe, che in comunione non hanno messo solo il disagio, ma un proposito di cambiamento. Mi spiace per le ridicole critiche che ne sono seguite, soprattutto da parte di …

consideriamoci valore

(con le dovute scuse ad Erri De Luca) Sarò in piazza il 13 febbraio, ma vorrei davvero che fosse solo l’inizio. Le parole dignità, rispetto, partecipazione femminile, non possono, ora, rimanere solo slogan per grandi striscioni. Non nascondiamoci dietro un dito: questa, è stato giustamente scritto, è una manifestazione politica, nel senso alto del termine. Ed è alla politica che dobbiamo chiedere azioni concrete. Non leggi, ma fatti. Lo dobbiamo pretendere con la stessa forza con cui dobbiamo diventare consapevoli del nostro valore. Consideriamoci Valore, appunto. Consideriamoci forza, anche elettorale perché no, che, unita, può pretendere che le proprie istanze vengano soddisfatte. E consideriamo Valore prioritario le nostre necessità, avendo il coraggio di definirle nostre, anche se pronte a condividerle con tutti: regole che garantiscano una presenza equa delle donne nelle posizioni chiave, strutture pubbliche e private che non puniscano la maternità, norme che impediscano la violazione del corpo e dell’immagine femminile. Il mondo ci sta mandando chiari segnali e ci dice: The Gender Equality non è più solo una questione etica, è ormai una …