All posts tagged: televisione

Settimo. The Big Bang Theory

  Goal della settimana: trovare una frequenza per la sintonizzazione. Sperimentare livelli di comunicazione affine. Fare qualcosa insieme che sia davvero insieme e non io ti accompagno, tu ti diverti, io aspetto. Trovare altri punti di vista. I suoi. Provateci, perché alla fine potrebbe essere una piacevole rivelazione. La prima volta che mi sono seduta a vedere The Big Bang Theory a fianco del ragazzino avevo semplicemente deciso di affidarmi al caso. Almeno, mi sono detta, sono persone in carne e ossa e non Fantagenitori, Dalton o Gum Balls… Una roba insomma più da figli di Happy Days, di quelli nati senza ombra di iPad e che, se gli è andata bene, digitali sono sì, ma immigrati (con tanto di forte accento retaggio delle radici analogiche). Poi, invece The Big Bang Theory è stata una scoperta, ho smesso persino di costringerlo a guardarlo in lingua originale e gli ho permesso di riempire MySky con le registrazioni di tutti gli episodi. Così, in una stagione, siamo diventati Sheldon dipendenti. Lo guardiamo, e ridiamo, insieme, perché anche …

confuse e infelici

Due sorelle che picchiano a sangue una coetanea di 14 anni rivale in amore. Una tredicenne che insulta su Facebook la compagna di scuola e poi l’aggredisce. Ragazzine che vanno in giro con tirapugni e martelli nella borsetta. Piccole bulle che durante l’ora di educazione fisica costringono la compagna a denudarsi. Altre che si coalizzano per prendere a calci e pugni una coetanea che le ha guardate troppo inistentemente. Forse, mi dico, era meglio il merletto a tombolo. Dal sud al nord del Paese questa assimilazione di un’abitudine manesca fino a qualche tempo fa ritenuta maschile è in crescita. Intervistate dalla Società Italiana di Pediatria, il 22,4 per cento delle bambine  a cui è stato chiesto se capitava loro di fare a botte, risponde di sì. E le adolescenti di oggi dimostrano di potersi, e volersi, azzuffare come, e meglio, dei loro amici maschi. Non dipende dall’estrazione sociale, dalla situazione familiare. Per le adolescenti convivere con la violenza è normale, quasi come bere un bicchier d’acqua. Ma se una zuffa tra giovanotti era quasi assimilata …

l’offesa

La Ministra Elsa Fornero, l’ha detto oggi, si sente offesa da come la televisione tratta le donne. Per la verità non so se è solo le donne che la televisione pubblica italiana tratta come subnormali, o gli italiani tutti, uomini e donne. Non so se i maschi italici si sentono ben rappresentati da una continua messa in onda di battute da ospizio e spettacoli gerontocratici. In sostanza, non so se mi ha offeso di più il monologo surreale e cialtrone di Adriano Celentano o la gara di spacchi, ma si potrebbe definire la sfilata ginecologica, delle tre grazie dell’Ariston. Forse, è un po’ tutto questo Paese che offende. Forse l’offesa non ha mai smesso di essere il tratto distintivo della dialettica di questo Paese. E ha ragione @insopportabile e dire che ci sarebbe da offendersi prima, e a maggior ragione, per come le donne sono trattate al lavoro. Provate a far mente locale e cercate di concentrarvi sul numero di volte che il Bar Mario, l’allegra colleganza ad alto tasso di testosterone che impregna l’italica …

24 ore in sala parto

Comincerà il prossimo 23 febbraio la nuova Serie Factual, modo engagé per dire, Reality Show, 24 Ore in sala parto, format dell’inglese Channel 4 e in onda su canali come Real Time (Digitale Terrestre Free Canale 31, Sky canali 124 e 125 e in HD, Tivùsat Canale 31). La diretta dalla sala parto aveva già interessato un mio post, ma allora era un episodio estemporaneo legato a una starlette della televisione. Qui, invece, parliamo di una serie intera. Di un grande fratello piazzato dentro un ospedale, perché di questo si tratta, a scrutare dolori e gioie, sofferenze fisiche e estasi emotive, lacrime e sorrisi, vita e morte. Non so come questo «straordinario esperimento televisivo», così come è stato definito, possa essere inserito nel club delle storie vere e delle fonti documentaristiche. Io mi sono un poco documentata sulla realtà dell’evento parto in questo pianeta e, se devo dirla tutta, c’è poco di spettacolare e televisivo. Però, tra un vagito e una lacrima di nonna, tra un taglio di cordone e un’episiotomia, magari la rete o  …

vita e morte. in diretta

Mi ero messa da parte la notizia per quando avessi avuto tempo di scriverne. Tempo ne ho poco in queste settimane e mi spiace. Del resto credo anche che un evento simile sia passato fin troppo inosservato. Mi rendo sempre conto che ogni limite è stato abbattuto e oltre il quale, nessuna decenza, nessun riserbo, nessun pudore potrà più fermarci. Una delle protagoniste del Grande Fratello, tale Clauda Losito, ha infatti deciso di vendere la diretta del suo parto a Mediaset. Ovviamente un cesareo, perché le esigenze fisiologiche di un parto naturale sarebbero costate troppo alla troupe di cameramen e operatori vari. Gabriel, questo il nome del nascituro, è nato così: in diretta e sotto esclusiva prezzolata. Mi spiace per  lui, sinceramente. Questo post potrebbe essere il cugino di andare a tempo. Già allora mi sembrava che assistere in diretta mondiale alla sentenza del processo Meredith, sentire le lamentazioni di Omar a Matrix, fosse abbastanza. E invece no. Che cosa ci deve regalare la realtà ancora per farci sentire vivi e presenti? Se un terremoto …

maschilismo in onda

L’ho cercata come un topo da biblioteca e alla fine l’ho trovata. La puntata di Anno Zero in cui erano presenti, insieme, Luisella Costamagna e Luca Telese, ex coppia conduttrice del talk su La7,  In Onda.  Mi ricordavo che qualcosa mi aveva dato sommamente fastidio, così, verso il minuto 24, ecco il dialogo incriminato. Perchè dopo il benvenuto ai conduttori di Michele Santoro. Telese se ne esce con un: «è emozionata, si è messa pure la minigonna del liceo… se Alessandro la inquadra..». In quell’occasione, la difesa d’ufficio la fece il padrone di casa, etichettando Telese come «deprimente», per il suo aspetto forse, ma anche per la sua inutile battuta. Perché nessuno stava dibattendo sull’emotività della Costamagna, tantomeno sul suo abbigliamento, ma tant’è, Luca Telese scelse di abbandonarsi a commenti personali invece di prendere atto che Santoro stava semplicemente presentando due validi professionisti, di cui uno, e mi spiace per Telese, era una (bella) donna. La cifra giornalistica vincente di In Onda è stata senza dubbio quel battibeccare fra i due conduttori che dava vigore …

tutte le donne del presidente

E anche l’orgoglio di Manuela Arcuri è durato poco. Pare che volesse essere solo sicura di avere una caparra sostanziosa. Poi, niente che non potesse rientrare  nella trattativa. Tanto al chilo. Perché in fondo, il Presidente pare essere sicuro che per ogni cosa c’è un prezzo. Basta scegliere. Dall’infinito catalogo della televisione, dell’avanspettacolo, delle feste a base di coca, della strada. Se qualcuna gli garba, chiede ai suoi amici fidati di procurargliela, ma è sicuro che arriverà. Da Parigi, dal sud, dal nord, ammogliata, fidanzata, figlia o madre. L’Italia è solo un immenso bordello a sua disposizione diviso, in modo grossolano ma efficace, in chiavabili o non chiavabili. Mesi fa scrissi un post, La zoccola dura della modernità, e speravo fosse l’unico, l’ultimo. Sono donna, madre, moglie, lavoratrice (non necessariamente in quest’ordine) e non mi va di essere considerata a disposizione. Tantomeno definita inchiavabile da uno… e lascio perdere. Ma come è possibile che non sia considerato come un grave danno al Paese questa riduzione a carne da bordello di metà delle risorse umane e …

sono solo barzellette

Avevo un docente alla mia Facoltà di Architettura, uno di quelli capaci di illuminarti con una frase che ti porti dietro per tutta la vita. Si chiamava, e si chiama, Tomàs Maldonado e ha scritto libri bellissimi e profetici, per tutti non solo per architetti, come La Speranza Progettuale. L’ha scritto nel 1970, ma letto oggi non ha perso la sua attualità. Come non ha perso d’attualità la sua riflessione intorno all’insidia che si nasconde dietro un certo linguaggio dei media. Perché in una società ridotta a barzelletta, il passo da il ridere al deridere è molto breve. È una cosa che si impara da bambini, dalla lettura delle favole e racconti per l’infanzia, e che ci ha insegnato la storia. Non a caso le barzellette sugli ebrei sono ancora oggi uno dei principali combustibili dell’antisemitismo e, anche per i disabili, i malati di mente, gli omosessuali, la costruzione dell’odio e della loro negazione e segregazione è sempre cominciata con simpatici aneddoti. Perchè per rimuovere il prossimo come altro da noi, per non consideralo più …

la tra(n)sformazione di Piero Marrazzo

Si tratta di un argomento delicato. Avrei voluto non trattarlo, ma davvero l’ho sentito dire troppe volte nelle aperture dei telegiornali e strillare nelle notizie di agenzia. L’intervista di Concita De Gregorio a Piero Marrazzo pubblicata ieri su Repubblica è molto bella. Non che ne afferri appieno l’utilità giornalistica: mi sembra di intuire che ci sia tra le righe un qualche messaggio trasversale e politico, delle scuse dovute perché pubbliche, una catarsi mediatica. Ma davvero, non ho capito. E forse nemmeno mi interessa. Al contrario di Marrazzo non penso che l’attrazione verso un trans sia da considerarsi una fragilità o una debolezza. È semmai, nella mia modesta opinione, uno dei tanti e diversi gusti sessuali, gusti di cui non bisogna rendere conto a nessuno (se non a se stesso e alla famiglia se ce n’è una), e quindi ritengo le sue scuse pubbliche per questa supposta debolezza, fuori contesto. Tuttavia, una frase sparata a mille su tutti i media mi tormenta. Perché Marrazzo avrebbe detto, e così è scritto nell’intervista, che: «I transessuali sono donne …

il (solito) corpo delle donne

Mi piacerebbe raccontarvi una storia. Una storia di quotidiano lavoro e di quotidiano trattamento dell’immagine femminile. Io faccio la giornalista, lavoro in un mensile, e assisto alla fattura della comunicazione ogni giorno. Tempo fa, alla chiusura di un numero dedicato alle spiagge, mi sono trovata di fronte un servizio che proponeva un bel lato B in discesa vero un mare blu. La foto era puramente decorativa poiché nell’immagine non si vedeva alcun riferimento alla località descritta. Un non-luogo condito con un testosteronicamente gradevole non-senso che ha fatto sorgere qualche dubbio persino ai correttori di bozze che, non senza una punta di ironia, mi hanno lasciato sull’impaginato questo appunto: «Manca la didascalia della foto A, ma forse perché c’era poco da scrivere». Infatti. Così ho cercato di veicolare all’interno del corpo del direttore e del suo vice una riflessione sulla pericolosa inutilità dell’immagine. Tentativo fallito. Ho sperato allora che, avendo tra i decisori finali, i responsabili del fior fiore del giornalismo italiano, lo stesso servizio tornasse indietro con una nota sensibile: «Cambiare foto onde evitare eventuali, …