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la tra(n)sformazione di Piero Marrazzo

Si tratta di un argomento delicato. Avrei voluto non trattarlo, ma davvero l’ho sentito dire troppe volte nelle aperture dei telegiornali e strillare nelle notizie di agenzia. L’intervista di Concita De Gregorio a Piero Marrazzo pubblicata ieri su Repubblica è molto bella. Non che ne afferri appieno l’utilità giornalistica: mi sembra di intuire che ci sia tra le righe un qualche messaggio trasversale e politico, delle scuse dovute perché pubbliche, una catarsi mediatica. Ma davvero, non ho capito. E forse nemmeno mi interessa. Al contrario di Marrazzo non penso che l’attrazione verso un trans sia da considerarsi una fragilità o una debolezza. È semmai, nella mia modesta opinione, uno dei tanti e diversi gusti sessuali, gusti di cui non bisogna rendere conto a nessuno (se non a se stesso e alla famiglia se ce n’è una), e quindi ritengo le sue scuse pubbliche per questa supposta debolezza, fuori contesto. Tuttavia, una frase sparata a mille su tutti i media mi tormenta. Perché Marrazzo avrebbe detto, e così è scritto nell’intervista, che: «I transessuali sono donne …

il (solito) corpo delle donne

Mi piacerebbe raccontarvi una storia. Una storia di quotidiano lavoro e di quotidiano trattamento dell’immagine femminile. Io faccio la giornalista, lavoro in un mensile, e assisto alla fattura della comunicazione ogni giorno. Tempo fa, alla chiusura di un numero dedicato alle spiagge, mi sono trovata di fronte un servizio che proponeva un bel lato B in discesa vero un mare blu. La foto era puramente decorativa poiché nell’immagine non si vedeva alcun riferimento alla località descritta. Un non-luogo condito con un testosteronicamente gradevole non-senso che ha fatto sorgere qualche dubbio persino ai correttori di bozze che, non senza una punta di ironia, mi hanno lasciato sull’impaginato questo appunto: «Manca la didascalia della foto A, ma forse perché c’era poco da scrivere». Infatti. Così ho cercato di veicolare all’interno del corpo del direttore e del suo vice una riflessione sulla pericolosa inutilità dell’immagine. Tentativo fallito. Ho sperato allora che, avendo tra i decisori finali, i responsabili del fior fiore del giornalismo italiano, lo stesso servizio tornasse indietro con una nota sensibile: «Cambiare foto onde evitare eventuali, …

cercasi donna disperatamente

A volte mi chiedo se la tecnologia sia una risorsa o una condanna. In questa valle ai confini con l’Austria, La7 non sanno neppure cosa sia. Ho un maestro che mi parla in tedesco e una compagna di fondo, Christine, che mi guarda come se fossi una terrona viziata. Comunque ieri sera la mia amica Magda mi ha mandato un sms per segnalarmi la trasmissione Exit di Ilaria D’Amico, così ho acceso il computer e mi sono collegata via web. Cosa che ho scoperto essere ancora più interessante poiché, accanto alle immagini in diretta, appaiono anche i commenti dei telespettatori. E per la prima volta, posso dirlo, ho capito concretamente che cosa s intende con arena mediatica, nel suo senso da Basso Impero certo, con tanto di accese tifoserie, istigatori e vittime sacrificali. Il titolo, di un aplomb anglosassone ma efficace, era Facoltà di darla. Il sottotitolo, Libertà di vendersi. Ma la cosa che mi ha spiazzato di più con il proseguire della trasmissione, era che le tematiche presentate erano considerate prioritariamente femminili. Come se …