All posts tagged: Zoe Romano

Wearables, la tecnologia si indossa

La moda è il viatico giusto per avvicinare le ragazze alla programmazione? Sembra di sì. Zoe Romano, cofondatrice del Fab Lab milanese WeMake, nel team Arduino per le tecnologie indossabili, si è sempre interessata dell’applicazione delle tecnologie alla moda (wearables). «Oggi i computer sono diventati così piccoli da essere inglobati nei nostri abiti. Possiamo mettere microprocessori e controllori in un bottone, in una cucitura, e così raccogliere dati sull’ambiente o sulla persona. Possiamo creare abiti con sensori di prossimità che si accendono quando una persona si avvicina, o accessori con led che si illuminano quando varia la luce…». Da WeMake, Zoe organizza workshop per donne che voglio unire fashion e coding, e tra fili conduttivi, neoprene e tessuti intelligenti, le ragazze possono anche programmare OpenKnit, la prima macchina da maglieria realizzata con una stampante 3D e controllata da Arduino, la piccola scheda elettronica (microcomputer) made in Italy che da inizio 2015 è esposta anche nelle sale del MoMA di New York. Come dire, non si può mancare!

Makers al femminile

Ago, filo e Arduino. Non so se quella della wearable technology sia l’unica strada per portare le donne all’interno del movimento makers, ma senza dubbio il workshop condotto da Zoe Romano e Costantino Bongiorno di WeMake all’interno della Tinkering Zone, il nuovo laboratorio permanente del Museo della Scienza di Milano dedicato al making, all’ingegneria, al design e, in generale all’innovazione, è stata un’esperienza interessante. E bella. Donne di tutte le età e interessi riunite intorno a un tavolo a lavorare insieme tra sensori di temperatura, umidità, pressione o luminosità, fili conduttivi, strati di neoprene e tessuti non tessuti… Non che la cosa mi sorprendesse: sono convinta che la prassi digitale sia molto vicino alla creatività femminile. E che le donne siano istintivamente ricettive all’innovazione e alle sue nuove tecniche. Così, vederle progettare, disegnare, assemblare circuiti per formare decorazioni interattive,  scrivere algoritmi per dettare il ricamo, imparare a destreggiarsi con Flora, la wereable electronic platform compatibile con Arduino, usare taglierini e forbici e persino qualche macchina formatrice, per dare forma a cappelli, borse, guanti capaci di illuminarsi rispondendo ai …

Fab Lab for kids

Milano è una città strana, perché si presenta all’avanguardia su tutto, design in primis, e poi spesso scopri che la sperimentazione vera, le iniziative diverse, si fanno laddove il dio denaro non è così importante. Nel caso specifico, mi è stato pure detto che Milano non è una città per bambini e quindi di pensare a uno spazio che insegni il fare e pensare digitale a ragazzi e ragazze che in età scolare è una scommessa persa in partenza. Così, ho sempre invidiato i ragazzi di Roncade (Treviso) e la loro K-12 Digital Accademia dedicata ai bambini e ragazzi dai tre anni in su; o i ragazzi di Trento che stanno vicino al Muse che nel suo FabLab organizza laboratori anche per i più piccoli (5-10 anni) con strumenti divertenti come little bits, matite e colori… E poi, che dire di CodemotionKids? In partner con DiScienza e Nume insegnano ai ragazzi a “fare tecnologia” e non solo a usarla seguendo il famoso monito di Barack Obama: «Non comprare il prossimo videogioco: programmalo tu». Dall’8 ottobre prossimo per esempio, i ragazzi e le ragazze dai 7 …

Rivoluzione FabLab

[Articolo pubblicato su Sette/CorrieredellaSera il 21 febbraio 2014] Sostiene Norbert Alter, sociologo francese esperto in innovazione e professore all’Università di Paris Dauphine, che l’innovatore è colui che è capace di trasformare una nuova idea in un nuovo comportamento collettivo. Ma l’azione innovatrice è cosa rara e, almeno inizialmente, con una buona dose di irrazionalità, trasgressione e intuizione, più facili da trovare in chi sta ai margini, e non in vetta, alle gerarchie di imprese o università. Il caso vuole che, mentre Alter scriveva i suoi libri su les innovateurs du quotidien, a Boston, il professor Neil Gershenfeld del Massachusetts Institute of Technology (MIT), scopriva con quale entusiasmo, oltre ai suoi soliti studenti di fisica e di informatica, artisti, architetti e ingegneri, si presentassero al corso How to make (almost) anything. Era il 2002, anno di nascita del primo Fabrication Laboratory, laboratorio di fabbricazione digitale, o più familiarmente FabLab, ovvero uno spazio in cui un semplice file si trasforma in un oggetto grazie all’uso, aperto a tutti, di stampanti 3D, frese a controllo numerico e tagli laser. Raccontato …