Controbalzo
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Il talento e il drago

Durante la finale del Roland Garros, più o meno a metà del secondo set, quando l’autismo agonistico di Rafael Nadal stava alzandosi implacabile come il sole ogni mattina, mio figlio mi chiede: «Ma ci si deve allenare tanto per diventare campioni?». Parrebbe una domanda ingenua, ma all’età di 11 anni, quando stai per crescere sotto il segno del talent nella costellazione dello show, mi è sembrata una buona occasione per avventurarmi in un sacrosanto elogio del farsi il mazzo. Sono convinta che l’ideologia dell’immediatezza del talento abbia consegnato  all’insoddisfazione almeno una generazione. E che non si debbano nascondere la fatica, il sacrificio, talvolta le rinunce, che si celano dietro il perseguimento di un sogno o di una passione. Lo so che vedi una demi volée di Roger Federer, che raramente persino suda, e sembra che venga tutto facile. Lo so che Maria Sharapova la fotografano sempre modello sfilata e non mentre si spacca la schiena in palestra, ma la fatica è, in vero, la cosa più nobile che esista. Non so come invece, o se per una sorta di pudicizia classista, non si nomina mai quasi portasse sfortuna. La fatica è poi, una speranza per tutti. Perché per quanto tu possa essere dotato, se non eserciti l’arte del “farsi il mazzo”, non potrai mai diventare “campione”. Così, alla cultura del talento, io vorrei sostituire, o meglio ritornare, alla cultura del (duro) lavoro. Per essere precisi e molto chiari, quasi fiabeschi come si adatta a un bambino, e per rimanere nel tennis court, al drago che André Agassi ha ben descritto nel libro che han letto tutti Open. Pratica quotidiana, esercizio costante, abnegazione. E visto che a scuola, come rivela una ricerca dell’Ocse, i ragazzi italiani non imparano che studiare e faticare sui libri possa portare a dei risultati, ma che invece servirebbero solo fortuna e talento, è bene impararlo dallo sport. Dalle gocce di sudore che piovono dal capo di quel maiorchino assatanato. E persino dal linguaggio del corpo di Novak Djokovic che pare non farcela più e arranca e arrancando ci regala un incrocio stretto che fa batter le mani anche a Rafa. Arrendersi mai. Chi pensa invece che sia il talento, il genio, a far da timoniere, è destinato ad arrendersi. Insomma, come provava un libro di Cambridge University Press anni fa, il talento non è nulla senza esercizio. E per arrivare da qualche parte, ci si deve fare un mazzo tanto. E l’unico talento che bisogna davvero avere è l’umiltà e il coraggio di farselo.

P.S. naturalmente, ha vinto Rafa.

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