Adolescentia
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Te lo dò io, il prof!

[Pubblicato su Gioia! del 19 settembre 2015] Siamo cresciuti con l’allegra maestrina dalla penna rossa di De Amicis e i maestri innamorati del loro lavoro e degli alunni descritti da Giovanni Mosca. Poi, una volta grandi, ecco quel “O capitano! Mio capitano!” simbolo, consolatorio, dell’insegnamento appassionato, capace di far scattare la scintilla della conoscenza nell’animo degli studenti. Ma sono davvero i professori (anche) maestri di vita, a essere i più apprezzati dai ragazzi? A leggere il nuovo libro di Christian Raimo, lui stesso professore di storia e filosofia, Tranquillo prof, la richiamo io (Einaudi), si direbbe di no. Il protagonista dice di lavorare per la felicità dei suoi studenti (telefonate a casa comprese), augura loro tutta la meraviglia del mondo, eppure, loro, i ragazzi, non sembrano apprezzarlo. Anzi, gli preferiscono la supplente e lo rimproverano appena hanno l’occasione.

«Il modello di insegnante proposto da molti libri e film è discutibile, quasi antipedagogico. Il mio è un professore che non sa mantenere la distanza, sempre alla ricerca di un amore non dovuto, e che non capisce che è lo studente ad aver diritto alla sua attenzione e non viceversa. La verità è che i ragazzi vogliono confrontarsi con una persona adulta capace di gestire il distacco, persino il conflitto, insomma un insegnante che rappresenti con serietà una vita fatta anche di impegno, preparazione, sacrificio» dice l’autore. E i ragazzi, a quanto pare, sarebbero pronti, anzi desiderosi di andare avanti con il programma, di sperimentare il cooperative learning, fare lezioni in lingua madre, studiare la Dinastia Moghul su fonti locali… E al diavolo i dibattitti sull’attualità e Minecraft!

«Esigenza e chiarezza, queste sono le qualità migliori di un professore. E sono questi, quelli che ci fanno sgobbare di più, che infatti ci ricordiamo con maggior piacere una volta usciti. Non bisogna dimenticare che la scuola è il luogo dove si impara il significato della morte studiando il Medioevo, dove si scopre cosa era l’amore per i Romani. I ragazzi non vogliono attualità, sono già immersi in un presente molto forte, quasi invasivo, e alla fine, quello di cui hanno bisogno, è proprio una scuola che preservi l’importanza dell’inattualità» conclude Raimo. Ma sì, che negli ultimi 20 anni di educazione al disimpegno e alla infantilizzazione ne abbiamo avuta pure troppa. Essere adulti, ancor più insegnanti, è un duro lavoro. Non resta che ringraziare chi lo fa.

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