Me.
Leave a comment

the iron lady

Alla fine restano solo le persone. E dalle persone, se sono viste in quanto tali, non si può che imparare. Pare che uno dei motti di Margareth Thatcher fosse:«Se vuoi che venga detto qualcosa, chiedi a un uomo, se vuoi che venga fatto qualcosa, chiedi a una donna». La lettura della Lady di Ferro fatta nell’ultimo film di Phyllida Lloyd è piuttosto lacunosa, a ben guardare. Nella memoria della regista, e non solo dell’ex Primo Ministro, si sono persi Bobby Sands e i disoccupati quadruplicati in pochi anni, la legge 28 contro l’omosessualità e la scure sull’istruzione. Ma, volente o nolente, posto che non si volesse ripulire il curriculum non certo illuminato della Signora, questa donna, sulla cui pagina in Number Ten, il sito dedicato agli inquilini di Downing Street, sta scritto «It will be years before a woman either leads the Conservative Party or becomes prime minister. I don’t see it happening in my time» (1970), è stata la prima, e ancora unica, donna a ricoprire questo ruolo e, in assoluto, la più amata. E la più odiata. Non so se l’interpretazione femminista di Lady di Ferro sia corretta e documentata. Certo è che sulla costruzione della “donna al e di potere” questo film ci dice molto. Ci dice dell’eterna ambivalenza del femminile che ci porta a ingaggiare sfide ambiziose, ma sempre con il freno a mano tirato («Sono una donna io, so bene che non sarò mai una di loro…», «Io Primo Ministro? Oh no, no, no, non potrà mai esserci una donna Primo Ministro,.. voglio solo punzecchiarli..». Ci dice della titanica forza ideale, e idealista, che ci sostieneLo scopo allora era realizzare qualcosa di importante, ora lo scopo è diventare importanti»). E ci dice della guerra quotidiana, dei ruoli fissi da cui mai possiamo abdicarePosso essere anche una madre e servirle un tè?»). E ora come allora, in questa lotta impari, siamo sole. La solitudine è la vera costante di The Iron Lady. Sola tra le compagne di scuola, sola quando entra in Downing Street, sola nelle foto, isolata tra una nuvola di uomini, sola a vincere e sola a perdere, sola nella malattia. Una malattia che è solitudine profonda. Alienazione da sé. «Cura il tuo carattere perché diventerà il tuo destino». E il destino di una donna che è diventata tale facendo sue logiche di guerra e di occupazione è restare sola. Sola tra i suoi dissimili. Maschi. Quegli stessi maschi che hanno presto girato le spalle, ma che mai e poi mai, anche dopo, anche quando staranno dall’altra parte (come Tony Blair, per esempio), hanno cambiato le tanto vituperate riforme che hanno condannato questa donna tutta d’un pezzo, che urlava troppo, che non stava mai sentire nessuno, a essere una delle figure più discusse del XX secolo. Perché, mi vien da chiedere, e considerato che tanti colleghi maschi hanno fatto di peggio, perché solo a lei la Storia ha presentato un conto così salato? Perché non le si riconosce semplicemente quello che è riuscita a fare, in uno dei Paesi più conservatori del pianeta, dove le donne, se mai, sono solo Regine, e quindi immobili, non parlanti? A molti colleghi, ripeto, mi pare sia andata meglio. «Se vuole cambiare il suo Paese, lo guidi. La cosa essenziale è che mantenga la rotta e che sia sempre fedele a se stessa. Non sia mai diversa da quella che è». E forse la Thatcher fedele a se stessa lo è anche adesso. Ora che il conto, della Vita e della Storia, le è stato presentato e lo sta pagando. Tutto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.