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ti lascio una canzone

Mi capita raramente di guardare il NY Times la mattina, ma questa, di mattina, l’ho fatto. E ho trovato una storia bellissima. Quella di una signora di 84 anni, salvatasi dallo tsunami, che è l’ultima geisha della sua città natale, Kamaishi. Alle 2 e 46 del 11 marzo scorso, Tsuyako Ito stava preparandosi per la sua solita esibizione al Ryotei Saiwairo: una cosa che faceva da quando aveva 14 anni. Non è la prima volta che questa donna ha a che fare con terremoti e tsunami. La nonna le raccontava spesso del grande tsunami del 1896. E nel 1933 fu la madre a salvarla portandola sulla schiena. Il resto sta scritto in questo bel reportage diKantaro Suzuki ed è bene che ne godiate senza filtri. Ma, alla fine, credo che converrete con me dell’immensa nobiltà d’animo di questa vecchietta quasi novantenne oggi ricoverata in un ospedale della città. Salvata da un venditore di sakè che non poteva sopportare l’idea che scomparisse l’ultima voce in grado di cantare The Song Kamaishi Seashore, una vecchia melodia che racconta la storia di un giovane samurai a cavallo che sta andando alla sua prima battaglia. Così, almeno per ora, la canzone è salva. Strano, no? Il valore delle cose è veramente soggettivo. O meglio, se la nostra Vita è grande, siamo capaci di vedere la grandezza anche nelle piccole cose. Al contrario, se la nostra Vita è piccola e meschina, anche tutto ci che ci circonda diventerà lo specchio di questa mediocrità. Abbiamo mandato via dalle nostre terre centinaia e centinaia di sconosciuti. Non potevamo occuparcene perché non siamo in grado di occuparci neppure di noi stessi. Nella spazzatura del nostro Paese ci sta tanta parte della nostra cultura, passata e futura, ci stanno le regole e il senso civico, ci stanno le donne-non-oggetto. Penso che se non prendiamo esempio da quel saggio venditore di saké, ci resterà ben poco da salvare. Neppure una canzone.



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