Donne, Me.
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Tra il dire e il fare

Una delle cose che mi ha più colpito della ricerca È lei il titolare presentata una settimana fa nella Sala Balzan de Il Corriere della Sera e su cui sono stati già scritti molti post (ecco il mio su LeiWeb e quello di Dario di Vico su Il Corriere) è una dichiarata diffidenza delle imprenditrici interessate verso i salotti della politica rosa. In modo più o meno esplicito, infatti, queste donne, che sono il simbolo di una “vittoria” al femminile nella gestione delle imprese, non hanno esitato ad affermare che, di certe tematiche femministe, fanno volentieri a meno (spesso quote rosa comprese), perché loro, la parità dei ruoli e delle mansioni se la conquistano sul campo. Cosa che, di fatto, succede. Queste donne non usano “relazioni” per accrescere la propria azienda, tanto più relazioni femminili: forse sono troppo impegnate nel lavoro “vero”, forse non lo credono indispensabile, ma, onor del vero, questo comportamento le condanna a una dimensione imprenditoriale piccola o almeno modesta. Queste donne cioè, non riescono a fare il salto: dirigono, ma non troppo; innovano, ma la loro innovazione, che avrebbe in sé una potenzialità molto alta, rimane nei confini della loro azienda-famiglia. In fondo, è sempre il vecchio schema. Poiché tutto quello che tocca il femminile, dal lavoro alla violenza, sembra restare intrappolato in un ambito privato e non pubblico. In un ambito cioè che non incide veramente nei processi e nell’evoluzione condivisa della società. Cosa significa? Significa che il rispetto conquistato dall’imprenditrice a capo di una carpenteria non garantisce alle future donne che volessero ricoprire il suo stesso ruolo di essere ugualmente rispettate: anche quest’ultime dovranno vincere le diffidenze e i mancati riconoscimenti sociali per conquistare un rispetto che a un uomo è semplicemente dovuto in quanto occupante la stessa posizione. Certo, è probabile che con il passare del tempo, ci si faccia anche l’abitudine. Che il riconoscimento sociale arrivi “per sfinimento” o per manifesta evidenza… Oggi però, questo riconoscimento sociale non c’è, e le stesse donne intercettate nella ricerca, nonostante siano un esercito che ci fa salire ai vertici delle classifiche europee, sembrano più un’eccezione che la regola. E torniamo ai salotti. O meglio, agli spogliatoi di calcetto o al Bar Mario, come spesso li ho definiti. Sono i luoghi dove gli uomini intessono le loro relazioni, cementano i legami della loro gestione del potere, i luoghi da cui, anche per una certa igiene mentale, ci escludono. Impegnati o meno, famiglia o meno, loro, il tempo da dedicare al salotto, lo trovano. Sarà perché lo ritengono indispensabile e, di fatto, per come si muove l’imprenditoria del nostro Paese, lo è. Ma lo è anche perché è attraverso questo rito sociale di gruppo che si chiarisce e si afferma il proprio riconoscimento nella dimensione pubblica. Che la mia famiglia o i miei 7 collaboratori sappiano che io sono una brava dirigente ha poca importanza. Forse devono saperlo le colleghe brave come me, e magari anche quelle che un giorno lo saranno. Capisco che frequentare i salotti delle politiche femminili possa sembrare davvero una perdita di tempo. Che queste assemblee plenarie autoreferenziali possano sembrare un (inconcludente) déjà vu. E capisco persino che, in questo Paese così drammaticamente indietro, certe richieste femministe abbiano tutta l’aria di risposte vecchie a problemi ancora più vecchi che per giunta altri paesi hanno già digerito e superato. Ma forse questa è ancora l’unica possibilità che abbiamo. Creare legami tra chi “fa” e chi “teorizza”. Tra chi non perde occasione per celebrare il “femminismo storico” (decretanto così in una parola il suo essere ormai del passato) e chi, il riconoscimento sociale, lo conquista con delle prassi “al femminile” ogni giorno e nell’attualità. Tra il dire e il fare, si dice, c’è un mare di mezzo. A volte però, si può anche attraversarlo.

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