Controbalzo, Donne
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Un calcio al sessismo

[Pubblicato su Gioia! del 11 giugno 2015] Mentre scrivo, il pubblico del Roland Garros è in piedi per Francesca Schiavone. La diretta televisiva ha persino messo da parte Rafael Nadal per assistere a un match definito epico. Lei, che a Parigi ha già vinto, ha incantato ed esaltato. Il tennis femminile ha portato in Italia tutti i successi importanti degli ultimi anni, compreso un Career Grand Slam della coppia Sara Errani e Roberta Vinci. E medaglie sono arrivate da nuoto, scherma, pallavolo. Eppure nel Bel Paese, lo sport femminile è sempre in seconda fila. Fagocitato dalla bulimia calcistica che lascia spazio solo a commenti da spogliatoio sulla cellulite della Sharapova o sulla presunta mascolinità delle nostre calciatrici. E la recente uscita di Felice Belloli sulle “quattro lesbiche” vale per tutti. Perché, è questo il punto, in un Paese dominato dal calcio macho e virile, dove nessuno, da Cassano a Lippi, pare abbia mai conosciuto un gay che gioca a pallone, la prima cosa che balza in mente quando una ragazza emerge per le sue qualità atletiche è che sia poco femminile. «Succede in tutti i settori della vita: noi dobbiamo faticare di più per vedere riconosciuti i nostri successi», dice Patrizia Panico, attaccante del Verona. «Quando si tratta di calcio poi, è quasi un’impresa impossibile. Ma non è così all’estero: da capitana della Nazionale, posso dire che in Germania, Svezia, Stati Uniti o Giappone, questo non succede». E non succede nemmeno che essere gay sia un problema. «Se nessuno fa coming out» continua Panico «è anche perché a livello istituzionale non si è tutelati. Perché esporsi alle ingiurie delle tifoserie senza una legge contro l’omofobia?».

Che poi le campagne di sensibilizzazione ci sono, con Billi Costacurta vestito da donna e i lacci arcobaleno da mettere agli scarpini. Ciò nonostante, le federazioni restano al maschile (e ora vedremo se Rosella Sensi o Carolina Morace prenderanno il posto di Belloli), e l’unica italiana che ha fatto outing è Nicole Bonamino, portiere dell’Italia hockey-in-line. La sua storia è diventata il primo episodio, di otto, di Fuori!, docufilm sull’omofobia diretto da Chiara Tarfano e Ilaria Luperini presentato in anteprima al Torino Gay&Lesbian Film Festival (visibile su LezPop.it, raccoglie fondi su produzionidalbasso.com) e che porta la protagonista, prima a raccontarsi, poi a scendere per strada per chiedere ai passanti cosa pensano di sport e omosessualità. Così, si vede che anche negli spogliatoi femminili qualche problema a cambiarsi davanti a una lesbica c’è e che, dopo tutto, la gente è più ignorante che omofoba, affidandosi a un falso immaginario secondo cui lesbica è una sorta di riconoscibile macchietta priva di grazia o femminilità. «Vogliono rinchiuderci in un ghetto, ma lo sport non c’entra nulla con femminilità e scelte sessuali», dice Silvia Gottardi, capitana del Sanga Milano, che in She Got Game, un corto che sarà presentato all’open day del prossimo campionato di basket, racconta tutto sulla pallacanestro femminile, dalle pari opportunità all’omosessualità di cui, per la prima volta, le atlete parleranno apertamente. «Il problema non è l’essere gay, ma la mancanza di parità, con l’idea che la donna debba essere sexy anche quando fa sport. Vorrà dire pur qualcosa se siamo l’unico Paese che ha più tesserate nel volley che in basket o calcio, con quelle micro tutine e la pubblicità sul sedere». Già, vorrà dire qualcosa. Magari la stessa che intendeva Sepp Blatter, riconfermato e poi dimessosi dai vertici Fifa a causa di ripetuti scandali, quando dichiarava: «Le donne dovrebbero avere divise più femminili stile pallavolo. Potrebbero avere pantaloncini aderenti».

E chissà se, così abbigliate, salirebbero al rango di professioniste, visto che, grazie alla legge 91 del 1981, le sportive in Italia, con tanto di guadagni e medaglie, sono solo dilettanti. «Il problema è l’articolo 2 che deroga alle federazioni la decisione su quali discipline sono professionistiche» dice Maria Ilaria Pasqui, ex calciatrice della Nazionale e avvocata. «Questo significa che non ci sono regole uguali per tutti e che ognuno decide per sé. Per calcio e basket, per esempio, sono professionisti solo gli uomini. Ma nuoto o rugby hanno deciso di non decidere e Federica Pellegrini formalmente è una dilettante». In questo “formalmente” sta tutta l’ambiguità del sistema sportivo italiano, smascherato dalla lettera aperta inviata dalle rugbiste romane della All Reds a Giovanni Malagò. Qualcosa però, si sta muovendo. La Federcalcio ha da poco introdotto l’obbligo per le società professionistiche di aprire al settore femminile e da settembre avremo una Nazionale anche Under 23 e Under 15, recuperando un gap annoso. «Di questo, non di temi scandalistici, si dovrebbe parlare quando si parla di sport. Il vero scandalo sta nel fatto che, mentre nel resto d’Europa le tesserate aumentavano di cinque volte, qui siamo rimaste a quota 20mila. Che mentre in Francia la finale di Champions femminile è trasmessa su una rete nazionale, mentre in Germania la Women’s World Cup ha fatto guadagnare quasi 8 milioni di euro, qui si va sui giornali solo con temi pruriginosi. E noi, intanto, ai mondiali (in Canada dal 6 giugno, ndr) non andiamo dal 1999». Come dire che quando si perde, in cultura e civiltà, la sconfitta arriva dentro il campo, e pure fuori.

P.S. Alla fine, con Schiavone, tornata da Parigi, qualche battuta l’ho scambiata. Perché il tennis è una delle poche discipline in cui la parità è stata conquistata. «Vero, c’è pari dignità tanto che nei grandi tornei abbiamo stesso prizemoney. Una vittoria ottenuta prima sul campo, poi prendendo piena coscienza che erano le atlete più rappresentative a doversi impegnare per il circuito. Io stessa, insieme alle sorelle Williams e altre tenniste, faccio parte del WTA e ETA. È importante conoscere e partecipare a tutti gli aspetti dello sport, dall’organizzazione dei tour ai diritti televisivi».

 

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