Donne, educazione
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Una brava maestra

Il disagio che ci prende quando sentiamo l’ennesima storia di maestre che maltrattano i bambini. Da Cernobbio a Isernia e Milano, per citare quelle che a stretta memoria mi vengono in mente. È un disagio causato non solo dal disgusto dell’evento in sé, ma anche dal fatto che mina, rende traballante, una delle nostre certezze emotive. Di quelle che a cui ci si aggrappa fin da bambini. Una maestra cattiva, al pari di una mamma cattiva, ci toglie dalla nostra zona di confort. Ci sottrae dalla convinzione incrollabile per cui “le donne sono fatte per fare le mamme” e “le maestre sono tutte come le mamme”. Per questo ho amato, fin dalla prima riga, leggendolo in anteprima, un piccolo libro che esce giusto oggi in libreria. È Contro i bambini. Memorie di una brava maestra edito da Il Saggiatore. Sia chiaro, Rosalba Santoro, maestra di scuole materne ed elementari in Abruzzo, il cui diario segreto è stato trovato dal figlio e dato alla stampa, non ha mai picchiato bambini o bambine. Ed era pure benvoluta e considerata una brava maestra. Ma che li amasse i bambini, li vedesse come fiori puri che sbocciano nel mondo, questo no.

Il suo libro è la risposta a un’unica domanda indecente: Come facevi a sopportarli?. Perché “un conto è fantasticare sul mestiere di insegnante, un altro invece avere a che fare con dei bambini veramente”. “Ci si può anche riempire la bocca e la testa di buone intenzioni, ma i bambini ve le demoliranno puntualmente”. Un’onestà così radicale da lasciare ammirati e che, diciamolo pure, si incontra raramente. Santoro non ha peli sulla lingua. Non ha quel pudore sociale che impedisce di remare contro le consuetudini. Non prova affetto per nessun bambino, e pensa che sia insensato desiderare avere figli. Lo scrive con coraggio. Lo rivendica in modo quasi scientifico. Il lavoro dell’insegnante non è roseo. Sfinisce. I bambini fanno rumore, hanno cattive abitudini difficili da raddrizzare, e non di meno, puzzano. Spesso tornava a casa e “mi sembrava di aver trascorso l’intera giornata immersa in un canile”, e allora si prendeva della passiflora per prendere sonno.

Lo so quello che vi passa per la testa, eppure tra le righe di questo “sfogo” tenuto nascosto per anni, in un quaderno che ha l’aria di funzionare da rifugio, ho letto gli atti di una resistenza eroica. La resistenza di una donna che ha scelto il “mestiere più femminile” e lo ha trasformano in una prova di forza contro il mondo per mantenere la sua legittima identità e libertà. “… pare che negli ultimi anni quello del fare i bambini sia diventato un vezzo, una moda, una formalità. Si è smarrito il significato della loro presenza nel mondo. A cosa servono i bambini? … la risposta che mi do, pensando agli anni che stiamo vivendo, è che di per sé non servono proprio a niente”. È questa, dopo tutto, l’ammissione di colpevolezza di un sistema educativo fallimentare. Di un Ministero della Pubblica Istruzione a cui non importa delle materie stabilite o delle punizioni. Di insegnanti che usano metodi che fanno acqua da tutte le parti e che “pensano di sottomettere all’insegnamento e alla disciplina i bambini per riempirli di nozioni, di matematica, di verbi, di capitali sconosciute; e che invece dovrebbero solo guidare i bambini alla fine dell’infanzia”. Missione impossibile.

E vi sembrerà strano, ma alla fine anch’io credo che Rosalba Santoro fosse una brava maestra. Lei che si è “immolata alla prole degli altri” e che, se non altro per serietà, ha completato la sua missione come “un barcaiolo che mena in salvo i bambini all’altra sponda”, ci regala la lezione più importante. Riflettere sul perché, e come, si sceglie di diventare insegnanti. Un mestiere per cui servono doti come “sangue freddo, del gran fegato, polsi fermi e prontezza di riflessi”, ma che in fondo Santoro ha fatto nello stesso modo con cui avrebbe fatto la camiciaia. Lo scrive. E fa cadere una maschera che molti cattivi insegnanti e maestri, maschi e femmine, oggi tengono su in bella mostra pensando che ai bambini, in fondo, non serva onestà.

(Nella foto della St Joseph’s Primary School in Australia negli anni Cinquanta)

 

 

 

 

 

 

 

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