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Una scuola tutta per noi

Che cosa è la scuola? La risposta più semplice sarebbe: il nostro futuro, ma forse è imbevuta di una certa retorica. Che cosa è la scuola, allora? Per una parte dei genitori, molti, un investimento sui propri figli; la pianificazione, responsabile e scrupolosa, di un domani migliore. Non basta. Che cosa è la scuola, allora? Una palestra di vita, una possibilità di incontro, e scontro, un percorso di formazione verso la cittadinanza. Pretendo troppo. È bene ricordare che, secondo la Costituzione Italiana, la risposta sta nell’articolo 34 che recita: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. È con queste premesse, a mio parere, che si deve leggere il libro di Carolina Pacchi e Costanzo Ranci White Flight a Milano. La segregazione sociale ed etnica nelle scuole dell’obbligo (FrancoAngeli). È con queste premesse perché prendere atto, essere consapevoli di cosa è successo e sta succedendo nelle nostre scuole, forse ci dice qualcosa in più di quello che, sarà un caso, sta succedendo intorno a noi.

I dati

I miei amici nordici mi hanno insegnato che misurare è conoscere. I dati certo, non dicono tutto, ma indirizzano domande, non dovrebbero farti girare dall’altra parte. I dati della segregazione scolastica a Milano, che il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico ha elaborato servendosi dei dati raccolti dall’anagrafe scolastica con l’Area Servizi Scolastici ed Educativi del Comune di Milano sono chiari. Eccone alcuni: a fronte di una popolazione scolastica di bambini e bambine straniere del circa 20 per cento, ci sono scuole che ne accolgono dal 30 al 40 per cento. Altre, dove la quota stranieri è inferiore al 10 se non al 5. Dire che le prime sono in periferia e le seconde in centro, è fin troppo facile. Eppure a Milano, e questo è il dato più importante, la segregazione scolastica non corrisponde alla segregazione territoriale. Come mi spiega Pacchi: «Milano si sta allineando con una velocità sorprendente a quello che succede a capitali europee come Londra o Parigi, salvo che nel nostro caso il periodo di migrazione è molto più corto e la struttura urbana diversa. Milano è una città compatta, piuttosto piccola e non presenta ghetti o aree omogenee. La segregazione scolastica è quindi figlia di specifiche dinamiche di scelta, tanto che talvolta accade, in uno stesso quartiere, che ci siano scuole con una pochissima quota di stranieri e altre con una elevata. Sono processi di micro-polarizzazione in cui si concentra disagio sociale e svantaggio socioeconomico». Insomma, da una parte i poveri, dall’altra i ricchi.

Le scuole dei ricchi

Riprendo pari pari dalla ricerca di Pacchi e Ranci: le scuole “a rischio” stanno tra Comasina e Quarto Oggiaro, Affori, Dergano e Bovisa, Maciachini. E poi quelle lungo le direttrici Testi, Zara, Monza; nei quartieri Lodi/Corvetto, Ponte Lambro, fino a Gratosoglio, Stadera, Giambellino, San Siro. Le altre, quelle della borghesia milanese insomma, se ne stanno tranquille in un contesto scolastico e sociale uguale a se stesso, in una sorta di autosegregazione al contrario. Ho chiesto a Pacchi, considerando che oltre un terzo degli alunni delle scuole elementari o medie cambiano bacino scolastico pur restando all’interno del sistema della scuola pubblica, mentre un quarto degli allievi milanesi si iscrive a una scuola privata, se questa mobilità fosse in qualche modo dettata da lecite richieste di qualità del sistema educativo. Insomma, non si può biasimare chi è alla ricerca di buone scuole. Scuole che funzionino. Nelle scuole medie collocate in quartieri a forte presenza di bambini stranieri, la “fuga” degli italiani arriva fino al 66 per cento dei bambini residenti: ebbene se avessi potuto, sarei fuggita anch’io, le ho detto. «Non abbiamo fatto una ricerca specifica sulle dinamiche di scelta, ma abbiamo fatto un assaggio empirico: raramente i genitori hanno reale contezza della qualità o meno della scuola (in realtà una valutazione delle scuole non esiste, ndr), le strategie di evitamento coinvolgono prevalentemente l’etnia e la dimensione socio economica. Anche nelle zone abitate prevalentemente da italiani, i genitori della periferia portano in scuole più centrali i propri figli, quelli delle zone intermedie li iscrivono al centro… e così via. E anche se i dati dicono in vero che le scuole miste performano meglio delle scuole omogenee».

La parola che nessuno dice

Le performance scolastiche, come si dice ora, calano invece in modo significativo nelle scuole con il 30 per cento e più di stranieri (e con disagio sociale). Per dirla in poche parole: stranieri e poveri prendono voti più bassi. La cosa come si sa (argomento di un mio prossimo post) non cambia alle superiori. Le scuole del centro invece, performano benissimo. Pronte a occupare con gli stessi brillanti risultati i licei più blasonati di Milano (ne ho contezza). Mi concedo una nota personale, una vicenda biografica che non ha nessuna pretesa di essere un dato. Quando un anno fa mostrai alla professoressa di matematica delle medie di mio figlio il test di ingresso di un noto liceo milanese, mi disse che era difficile. Le dissi a mia volta che era comunque quello che si richiedeva in un liceo e che, forse, qualche domanda sulla preparazione che lei stava impartendo ai ragazzi e alle ragazze di quella scuola media avrebbe dovuto porsela. «Ma tanto, da qui, chi vuole che vada a un liceo!», fu la risposta. Lascio a voi ogni commento. Considerato tutto, ma considerati soprattutto i dati, dovremmo avere il coraggio di ammettere a noi stessi, come genitori, come cittadini, una cosa: o diciamo chiaramente che pensiamo che i bambini e le bambine straniere e/o con disagio socioeconomico sono meno intelligenti e capaci di quelli “bianchi” delle scuole del centro, e ci riveliamo per quello che siamo; oppure diciamo che del mandato costituzionale della scuola abbiamo fatto carta straccia. Che della società aperta, della meritocrazia, dell’eguaglianza, dell’equità, dell’inclusione, del futuro mercato del lavoro, della sicurezza, dei diritti, non ce ne frega nulla. Perché a pensarci bene, la domanda iniziale era sbagliata. Il punto non è cosa è la scuola, il punto è chi siamo noi. Quale idea di società, la nostra, abbiamo. TO BE CONTINUED…

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