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uscire dalla violenza

Nel giorno in cui il caso dello stupro dell’Aquila viene descritto dai media come una pratica di sesso estremo, mi colpisce un articolo che è apparso su The Guardian. Alison Saunders, procuratore capo del CPS di Londra, ha dato un significativo allarme: la demonizzazione delle donne da parte dei media sta avendo un impatto devastante sul sistema giudiziario britannico fino a portare ad assoluzioni in casi di stupro. Il messaggio è stato colto al volo dall’associazione End Violence Against Women, i cui dati confermano purtroppo una fuga dalle denunce e una crescita, da parte degli agressori, del convincimento di non essere puniti. Al di là dei casi specifici riportati nell’articolo, che purtroppo confermano come in certi casi tutto il mondo è il (nostro) Paese, comprese le esternazioni di certi politici, le pagine Facebook che promuovono la violenza sessuale, l’uso disinvolto di barzellette che ridono su e dello stupro, fino alla diffusione di una retrograda misoginia nei blog dei vari quotidiani, la cosa che mi ha colpito è che, secondo recenti ricerche della Middlesex University, ormai i ragazzi e stupratori condannati utilizzano lo stesso tipo di linguaggio quando si parla di donne. E le parole, l’ho scritto anche ieri, sono importanti. Chi parla male, pensa male. E noi modifichiamo il nostro vocabolario adeguandolo alla nostra condotta di vita. Pare che nelle scuole inglesi la molestia sessuale sia ormai una routine e accettata. La mancanza di rispetto nei confronti delle donne è la base della crescita dei nostri uomini. Ne sa forse qualcosa Lorella Zanardo che nelle scuole va a raccontare quello che, per il resto non credo che da noi ci si preoccupi di come e dove si impiantino i semi della violenza di genere. Che fare allora? Ci si chiede nell’articolo. E ci chiediamo anche noi. Tra le risposte: lavorare con i giovani nelle scuole in modo che capiscano il significato di rapporto consensuale, sano e rispettoso. Formare professionisti, come insegnanti, operatori sociali e dei impiegati della giustizia penale (come suggerisce qui da noi anche Barbara Spinelli). Fare campagne di sensibilizzazione a livello locale e nazionale, non per le donne, ma rivolgendosi direttamente agli uomini giovani, perché il problema della violenza è, diciamolo una volta per tutte, soprattutto loro (l’hanno capito anche in Inghilterra). Invece anche qui i media continuano a focalizzare la loro attenzione sui comportamenti della donna. Se aveva bevuto o meno. Se poteva aver provocato o poteva venir fraintesa. Fino a quell’over-reporting nelle cronache di stupro che non è altro che il segno di un interesse morboso, ma non efficace, sul fatto di cronaca. Perché, lo ripeto, le parole sono importanti, e i media per primi dovrebbero dimostrarsi attenti al loro uso. C’è bisogno di una vera rivoluzione nel nostro modo di intendere, trattare, e parlare di violenza sessuale. In Inghilterra, ad esempio, il governo si sta muovendo e il Ministero degli Interni sta ripensando la sua strategia di violenza contro le donne. Dalla condanna delle immagini sessiste a quella di tutta la produzione di materiali che forniscono un contesto favorevole per la violenza contro le donne. Durante i mesi di #2eurox10leggi, molto si era parlato della legge quadro spagnola sulla violenza di genere che in cinque anni aveva dato straordinari risultati, nella prevenzione e nella condanna. Ora più di prima, c’è bisogno di una riforma radicale. Forse potremmo trovare un punto di unione in questo, e chiedere, non solo a Elsa Fornero, ma anche alla ministra della Giustizia, Paola Severino, o a quella degli Interni Annamaria Cancellieri, di accellerare i tempi. Tre donne per una nuova rivoluzione. È il momento, o no?   

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