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I nuovi tempi del far vacanze

Chi ci avrebbe mai creduto. Passare il pomeriggio in albergo, senza per altro destare i soliti sospetti, dopo la riunione del mattino in ufficio e prima della conference call serale con i colleghi d’oltreoceano. Tra piscina, Spa e una degustazione guidata, con lo stato d’animo di un vero villeggiante, anche “solo” per il pomeriggio. Secondo la start up che permette di prenotare, con uno sconto fino al 70 per cento, camere in due mila hotel di lusso in tutto il mondo dalle ore 9 alle 23, i daybreaker crescono del trenta per cento ogni mese. Uomini e donne che, in trasferta o nella loro stessa città, decidono di rompere la routine settimanale e implementare il tempo libero con gli agi, e i vizi, che di solito ci si concede in vacanza. Del resto, lo stesso fondatore di DayBreakerHotels Simon Botto, da ex avvocato d’affari e pallanuotista, ha provato in prima persona che non sempre i ritmi lavorativi consentono di progettare i tempi classici del “far vacanza”, mentre le pause, ancorché lunghe e disordinate, rischiano di essere frustranti se non vissute pienamente. Un’occasione persa, insomma. «Si dice che il tempo di oggi sia “poroso”», spiega Asterio Savelli, docente di Sociologia del Turismo all’Università di Bologna e autore di numerosi libri sul tema. «I confini tra vita privata e lavoro sono più labili, e il modello dominante di turismo così come lo abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa, sta lentamente evolvendosi. Quando “far vacanza” rappresentava la celebrazione di un’appartenenza a una dimensione collettiva, un modo per identificarsi con i nostri vicini, anche la sua progettazione e organizzazione avevano un forte significato sociale: comprare una seconda casa, prenotare con largo anticipo lo stesso albergo nello stesso periodo per anni e anni… Oggi invece, con la crescente complessità delle relazioni e la eterogeneità delle identità culturali e sociali, la condivisione dei tempi e dei luoghi non è più necessaria. Anzi, la vacanza deve sempre più rispondere al desiderio, tutto individuale, di fare esperienze uniche, varie, e che, più che accomunarci, ci differenzino dagli altri. Desiderio che per altro è molto più forte di qualsiasi condizionamento dovuto alla crisi o alla paura».

In ogni caso, se la classica giornata fordista di otto ore fosse ancora un modello imperante, fare il “week end lungo” dal lunedì al mercoledì, o spostare le feste natalizie nel bel mezzo di febbraio, scambiare il sabato con la domenica, sarebbe certo più complicato. Tutto sommato quindi, le trasformazioni che stanno interessando i tempi del lavoro, ma per inciso non quelli del calendario scolastico, ci offrono la possibilità di liberarci dal rito delle ferie d’agosto. O dalle ferie “dure e pure” tout court. Come si legge dai risultati annuali del Randstad Workmonitor, se al 55 per cento dei lavoratori italiani viene chiesto di essere reperibile durante le proprie vacanze (un record europeo), è pur vero che, di questi, sei su dieci è contento di farlo, onorando il famoso pensiero di Baudelaire secondo cui, “tutto ben considerato, lavorare è sempre meno noioso che divertirsi”. Ovviamente le cose non sono mai così semplici, e accanto a esempi illuminanti come quello proposto dall’americano Stephan Aarstol, autore di The Five ore Workday, che si associano alla crescente consapevolezza, almeno a quanto dice il settimanale americano Forbes, sull’inutilità di lavorare otto ore di fila; accanto a un numero sempre crescente di aziende che sperimentato il lavoro così detto flessibile (flessibile ma controllato, tranquilli), c’è anche chi non si lascia incantare dal surf e beach style di Aarstol e, come Jonathan Crary della Columbia University, autore de Il capitalismo all’assalto del sonno (Einaudi), punta il dito su questo tempo fluido, aperto 24 ore su 24. Un tempo insieme compresso e dilatato all’infinito, che sì, libera pause alternative, tempi vacanza inconsueti e benvenuti, ma, contemporaneamente, sovrappone spazi e tempi una volta (e forse sanamente) distinti, facendo lievitare, quasi senza accorgercene, quelle vecchie otto ore di cui pensavamo esserci liberati.

Riconquistare il “tempo proprio”, assoluto, diventa allora quasi un dovere, se non altro per non dimenticare l’assunto aristotelico per cui “lo scopo del lavoro è in realtà quello di guadagnarsi tempo libero”. Che si impari a gestire questa liquidità del resto, conviene a tutti. Alle aziende, se davvero ci vogliono più produttivi, e alle imprese turistiche, se con la parola mantra destagionalizzazione, vogliono entrare in una nuova era del “far vacanza”. Con Puglia 365, l’azienda di promozione turistica della regione, intende per esempio distrarre i turisti dalle affollate spiagge salentine verso un patrimonio diffuso fatto di borghi, manifestazioni sacre e storiche, siti di interesse naturalistico, senz’altro godibili anche in autunno e inverno; lo stesso si propone di fare la Sardegna, forte di una crescita a due cifre degli arrivi estivi (e di un ritorno ai sicuri e nostrani lidi), e per questo decisa ad allungare la stagione 2017 da aprile a novembre. E all’ultimo TTG Incontri di Rimini è stato presentato il Progetto Interregionale Terme d’Italia, con le regioni Calabria, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Puglia, Sicilia, Veneta, la Provincia Autonoma di Bolzano, e Toscana, pronte a mettere a disposizione di chi si muove e tutto l’anno, un’offerta per il tempo libero che forse è quella che meno dipende della stagionalità, e che oggi vale, nella bilancia dei giri d’affari, il 14 per cento della spesa turistica mondiale (dati SRI International), seconda solo a quella gastronomica. Tanto più che, secondo un’indagine di Rimini Fiera, i mesi più ricercati per le vacanze benessere e wellness sarebbero maggio, settembre, ottobre e novembre… insomma, i mesi “fuori stagione” per eccellenza, delle vacanze rubate alle vecchie abitudini, che ci fanno sentire veramente in distacco dalla corrente. Di partire, per altro, non ci si stanca mai. Nemmeno quando si è appena tornati. E, ogni volta che qualcuno ci prova a sondare la nostrana voglia di ripartire, scopre che la ricerca della prossima vacanza comincia proprio durante l’orario di lavoro (secondo Wormonitor il 57 per cento risolve questioni private in ufficio). Che, ogni tanto, la fluidità del tempo, può essere girata a nostro favore.

Articolo pubblicato sul mensile Dove, novembre 2016.

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