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Violenza sulle donne, la giustizia impossibile

Eccoci all’appuntamento annuale del 25 novembre. Con l’Istat che poche ore fa pubblica i nuovi dati e pure una pagina interattiva dove analizzarli “in diretta”, con l’Eures che ci ricorda che negli ultimi dieci anni le donne uccise per mano maschile sono state tre mila e 100; e con le rilevazioni del 1522, il numero antiviolenza e stalking promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Dipartimento per le Pari Opportunità, che mostrano come nel primo semestre del 2018 le chiamate sembrano essere in crescita rispetto all’anno precedente. Con una chiosa, perché – si dice – il 90 per cento delle donne vittime di violenza non denuncia e il 30 per cento non si rivolge a nessuno. Non sono riuscita a trovare conferma di questi dati, visto che già l’anno scorso la Commissione d’inchiesta sul femminicidio rilevala il contrario (ne ho scritto qui) e che la stessa indagine Eures mostra come nel 57,1 per cento dei casi del 2017, le violenze erano note a terze persone, e nel 42,9 le donne avevano presentato regolare denuncia. Comunque, dando per buona la ramanzina secondo cui le donne denunciano ancora poco, invece di un generico invito a “capire chi ti sta di fronte”, “imparare a non fidarsi troppo”, “smetterla di essere troppo buone”, frasi che si ripetono come una litania persino nelle trasmissioni dedicate alla violenza sulle donne, mi chiederei, perché le donne non denunciano?

Vi consiglio, a questo proposito, il libro di Paola Di Nicola, giudice penale, La mia parola contro la tua (Harper Collins). Che è poi un modo per togliere il velo, in modo chiaro, con dati e sentenze, all’ultimo atto di violenza contro le donne, quello che si mette in scena nella aule dei tribunali. Di Nicola, fa anche un atto di umiltà, perché scrive che lei stessa è stata vittima del “solito deprecabile cliché di colpevolizzare la donna per non essere stata coraggiosa, forte e capace di sottrarsi alla violenza”. Scrive che lei stessa è caduta nel gioco perverso di trasformare la vittima in imputata, scrivendo una sentenza sbagliata, anche se in nome dei minori coinvolti. Cosa grave perché l’esito finale di un processo, è più di una sentenza, è un modello di rappresentazione dei rapporti nella società. In questo caso, dei rapporti tra l’uomo e la donna. Ovviamente quello che succede nelle aule dei tribunali non è immune dal brodo culturale patriarcale e imbevuto di stereotipi che c’è fuori, così Di Nicola traccia le radici storiche dei pre-giudizi contro le donne. La violenza sessuale, scrive,  è l’unico caso in cui la donna, la vittima, è anche sospettata (ricordiamo che solo nel 1996 è diventato reato contro la persona e non contro la morale). Eppure basterebbe una formula semplice, come quella recentemente introdotta in Svezia e Spagna, e che dice semplicemente che è violenza dove non c’è consenso esplicito, senza tirare in ballo costrizione, indizione, minaccia, abuso…

Certo, bisognerebbe che la volontà femminile, come la sua parola, contasse qualcosa. E invece, sempre dai dati della Commissione, a fronte di oltre quattro mila casi di aggressione in ambito domestico, ci sono solo mille allontanamenti dalla casa e la metà delle denunce per violenza sessuale viene archiviata, mentre è difficile che le situazioni ad alto rischio vengano considerate come tali, come dimostra l’ultimo agghiacciante delitto in cui un uomo, nell’intenzione di dare fuoco alla casa dell’ex moglie, uccide il figlio di 11 anniE poi vi chiedete perché le donne non denunciano?  Oppure, dopo secoli di insegnamenti alla pazienza e alla sopportazione, le invitate a fare e esporsi di più? Scrive Di Nicola: “Abbiamo un codice anti mafia, uno sull’ambiente, il codice della strada e altri. Per avere un codice antiviolenza alle donne quanti morti dobbiamo aspettare ancora?”.

Quante sentenze incompetenti e infarcite di stereotipi dobbiamo ancora leggere? Il Tribunale Civile di Milano che nel 2018, con marito e padre condannato per violenza anche davanti ai figli a quattro anni di reclusione, lo nomina comunque affidatario; il Tribunale del centro nord che affida il figlio a un ente lontano centinaia di chilometri dalla madre, la quale, in quanto subente violenza, è considerata inaffidabile tanto quanto il padre violento; una sentenza della Corte di Cassazione del 2014 in cui la violenza era stata confermata, ma la sua narrazione era stata esasperata, esagerata..; il Tribunale di Roma che rigetta la richiesta del Pubblico Ministero di incarcerare i responsabili di una violenza di gruppo perché la ragazza si era volontariamente ubriacata… La verità è che denunciare, affrontare un processo, è in molti casi l’ultima delle violenze e umiliazioni che una donna si vede costretta a subire. Quindi non mi venite a dire che le donne devono imparare a essere coraggiose e denunciare di più, ma fatevi voi, in tutti gli ordini e grado di questo sistema di sicurezza e giudizio, un bell’esame di coscienza sulla vostra efficacia. Dovreste forse rassegnarvi, come indica Di Nicola, a indossare finalmente le lenti di genere. Quel genere che voi ignorate, non ascoltandolo, nei commissariati, nelle aule di tribunale, in molti casi nelle stesse famiglie. La denuncia d’altra parte, non servirebbe neppure, che sta nei dati del fenomeno, nell’urgenza ed emergenza perenne, nelle morte ammazzate una ogni tre giorni, nei bambini vittime della violenza assistita, e persino in quei rigurgiti di violenza patriarcale che vorrebbero cancellare aborto o divorzio. La violenza, quotidiana, è lì, siete voi che non ascoltate.

Nella foto di apertura un’immagine della campagna del prossimo 25 novembre Non è normale che sia normale, presentata dal governo.

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