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Violenza. Se non cambia mai nulla

«Crolla il numero di omicidi, ma quello delle donne uccise per mano maschile resta lo stesso. Nel 2017 la media è ancora di una vittima ogni tre giorni, il che ci dice che di passi avanti se ne è fatti pochi». Parole di Francesca Puglisi, senatrice e presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere insediatasi qualche mese fa. Il suo compito è quello di verificare l’applicazione della Convenzione di Istanbul, l’efficacia della legge 119 del 2013 sul femminicidio, e scoprire se tutti i finanziamenti messi in campo sono arrivati a destinazione. La relazione conclusiva sarà consegnata alla fine di questa legislatura, ma qualche considerazione la si può già fare (a questo link invece i primi dati della Commissione). Il dato positivo è che, secondo l’Istat, cresce la consapevolezza della violenza subita: si denuncia di più (dal 6,7 al 11,8 per cento) e ci si rivolge di più ai servizi dedicati (dal 2,4al 4,9 per cento). «È vero ma non basta» continua Puglisi, «occorre innanzi tutto una grande opera di formazione al rispetto nelle relazioni affettive nelle scuole, per i ragazzi, le ragazze e per gli insegnanti, cosa che è già previsto nel Comma 16 della legge sulla Buona Scuola del 2015 e i cui frutti si vedranno nel medio lungo termine. Ma vanno anche implementati i servizi sociali nel centro sud, perché è lì che le donne preferiscono il silenzio sentendosi meno protette dalle stesse istituzioni».

Come biasimarle, del resto. Il percorso giudiziario che deve affrontare chi denuncia una violenza è spesso doloroso quanto la violenza stessa. Soprattutto se tocca la sfera familiare, e si sa che due terzi dei femminicidi avviene nei tre mesi successivi la fine di una relazione, soprattutto se ci sono figli: «I dati forniti dal Ministero degli Interni parlano chiaro: a fronte di oltre 4mila casi di aggressione in ambito domestico, ci sono solo mille allontanamenti dalla casa. Gli strumenti ci sono, ma vanno anche applicati», dice amaramente Puglisi. «C’è un mancato riconoscimento della violenza che, unito alla negazione di una responsabilità tutta maschile, porta a conseguenze gravi anche per i minori coinvolti. Un padre violento per esempio ha la stessa probabilità di affidamento di uno non violento. E in alcuni casi si arriva al paradosso dell’affido esclusivo perché, se una madre non protettiva è considerata una cattiva madre, un uomo abusante può, per assurdo, essere un buon padre. Stiamo ragionando sulla possibilità di trasformare l’aggravante di violenza assistita in un reato a sé, ma quello che va fatto è un grande cambiamento culturale affinché si cessi di minimizzare la violenza. Tutti gli operatori, delle forze dell’ordine ai servizi sociali, devono saper distinguere un conflitto di coppia da un reato».

Se siamo ancora a questo punto, dopo fiumi di inchiostro spesi in leggi, dopo dichiarazioni altisonanti e persino soldi stanziati, è forse per questo. La violenza contro le donne va prima di tutto chiamata con il proprio nome. E poi punita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto senza mezzi termini che si tratta di un problema sanitario di dimensioni epidemiche. Lascia tracce indelebili e i tassi di ricaduta sono ancora alti se non si interviene con forme di sostegno, protezione, conquista di autonomia. Ai centri che espletavano queste funzioni, dal 2013 sono stati destinati, certifica la Corte dei Conti, 60 milioni di euro, ma non tutti sono andati a buon fine. Rimasti imbrigliati nei bilanci regionali, o distribuiti a pioggia a enti non proprio qualificati. Come se ce lo potessimo permettere. «Proporremo di restituire alle regioni un ruolo di programmazione erogando le risorse direttamente ai comuni e ai centri antiviolenza, ma anche il dipartimento delle Pari Opportunità sta mettendo a punto un sistema di indicatori per una maggiore trasparenza. Il cambiamento però è prima di tutto nelle prassi. Come dimostra la cronaca di questi giorni, siamo arrivati al paradosso di accusare le donne di non denunciare abbastanza le molestie e le violenze subite. Proviamo a capovolgere il punto di vista. Cosa facciamo noi perché le donne non si sentano sole e intimorite di fronte alla violenza maschile?».

Articolo già pubblicato su Gioia! 46 novembre 2017.

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