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volere o volare

Ecco una buona notizia. Questo mi sono detta quando ieri ho letto il post (ripreso da un articolo di Laura Cimino ne L’Unità del 10 marzo) del blog Senonoraqunado sugli Stati Generali delle Donne. Ecco un’occasione per passare dallo spazio del sogno a quello del progetto. Dalla speranza alla volontà (La speranza ha fatto il suo tempo: ora vogliamo che sia femmina, Ipazia docet). Perché, se migliaia di donne sono scese in piazza, non l’hanno certo fatto per prendere un tè con le amiche. O per un pic-nic sociologico. L’hanno fatto per esprimere un bisogno, e anche l’urgenza di ricevere delle risposte concrete da una politica sempre più lontana dalla società civile. Il mondo va avanti, nonostante noi, è evidente. Così le famiglie di oggi se ne fregano se si sono dimenticati i Pacs o di Dico. Se ne fregano se la coppia dei loro amici omosessuali non ha gli stessi diritti di assistenza. Se ne fregano se per adottare un bambino devi far finta di adottare, invece, il modello Mulino Bianco. Se ne fregano perché, sfiduciati e disillusi, hanno già messo in pratica, nella vita pratica, una rete di relazioni e di strategie per colmare le deficenze dello stato sociale. Così, mi stupisce francamente, quando leggo che, davanti alla proposta di attuare gli Stati Generali delle Donne, alcune reagiscono con preoccupazione e chiedono più tempo. Altre, si scandalizzano alla sola pronuncia della parola “politica”. Mi piacerebbe chiederlo a una trentenne di oggi, se ha tutto questo tempo. Senza una scuola in grado di promuovere il suo talento, senza un lavoro in grado di aiutarla a progettare un futuro, senza un presente che la rassicuri sulla possibilità di essere madre. Con l’orologio biologico che avanza, e un presente sterile nel soddisfare corpo e mente. Ho paura che chi chiede di aspettare ancora, chi chiede ancora tempo, lo stia rubando alle nuove generazioni. Sta chiedendo a queste ragazze di comportarsi come una barca che non esce mai dal porto (Lorenzo tribute, ndr), o di continuare a volare (nei sogni) senza mai mettere piedi nelle vita vera. Mi sembra francamente troppo. 40 anni fa, chi ha lottato per divorzio, aborto, uguaglianza, l’ha fatto soprattutto per il futuro. E anche se oggi, come già scrisse Paul Valery, Il futuro non è più quello di una volta, è a questo che dobbiamo guardare.

2 Comments

  1. Cara Manuela, ti rispondo come trentenne. E' vero, noi non siamo padroni del nostro tempo e dobbiamo assolutamente riappropriarcene. Sicuramente l'urgenza maggiore è quella del lavoro, perchè da questa scaturiscono tutte le altre. Proprio ieri alla “costituzione Day” in piazza, si cicalava di come (e con) i politici e i dirigenti di oggi sostengano che i giovani abbiano necessità dell'appoggio dei “navigati” per emergere; e non, si badi bene, perchè questi ultimi possano insegnare ai neofiti, ma perchè essi pensano di essere proprio indispensabili. Soprattutto se questi giovani sono donne. Ora, io penso che la realtà sia meno prosaica e che i “navigati” semplicemente si tengono ben stretta la poltrona che hanno. Credo che manchi l'altruismo di ideali che appartenevano ai nostri genitori negli anni '60 e '70, la volontà di riformare e di amare questo Paese ed i suoi Figli. E noi trentenni dobbiamo fare nostro, questo amore, affinchè i nostri figli, se li avremo, possano essere protagonisti del loro tempo.

  2. Manuela Mimosa Ravasio says

    Mi scuso se rispondo solo ora… Che ci sia in Italia un problema generazionale è purtroppo vero. Che i trentenni d'oggi abbiano la senzazione (giustificata) di non aver il futuro dei loro genitori è comprensibile. Ma quello che non posso accettare, è sentire i trentenni, miei coetanei a metà, parlare con toni rinunciatari. Nelle ultime settimane della vita di Ipazia, Oreste tentò con lei una via d'uscita. Voleva salvare lei, e forse, salvare anche se stesso. Arrivò a supplicare l'amica di cercare un ammorbidimento, una conversione, verso le posizioni di Cirillo, ma, come sappiano, ciò non avvenne. Perché pensare di rimanere moralmente vivi accordandosi con tale imbarbarimento della cultura e dei costumi era mera illusione. E perché, in fondo, la natura di Ipazia era quella di insegnare alla gente. E nulla si può fare contro la propria natura. Ho ricordato questo perché la natura di uno di 30 anni non può essere la rinuncia, tantomeno pensare che può avere soddisfazione nella vita dei suoi figli (se mai ci saranno pure) e non nella propria. E poi perché, in fondo, nulla c'è da perdere se tutto ci è stato già preso. Smettiamola solo di considerare nostri interlocutori i navigati, quelli attaccati alla poltrona, i mediocri di potere. Parliamo tra di noi, non credo che ci sia bisogno di parlare con questa gente. Tantomeno di avere un conforto o in insegnamento da loro.

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