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Il richiamo della natura selvaggia

La prima volta che si è tolto lo scarpe lo ha fatto per fare compagnia alla sua bimba di tre anni. «Sono bastati dieci minuti per capire che il contatto del piede con l’erba umida e i sassi, la sensazione del caldo e del freddo, l’umidità della terra e la ruvidezza aspra delle pietre, era qualcosa di più di un gesto meccanico». Da quella passeggiata a Egna, sono passati cinque anni, e oggi Andrea Bianchi (qui l’intervista), scrittore di montagna e ingegnere, – suo il libro Il silenzio dei passi (Ediciclo ed.) -, oggi riesce a camminare scalzo anche per ore, affrontando escursioni impegnative in quota che di solito si fanno con scarpette iper tecniche. «Non c’è nessuna sfida del limite» dice. «La mia è stata, ed è, una ricerca: quando l’estremità del corpo si lega senza intermediazioni alla natura, si apre una sfera di percezioni sottili, quasi uno stato di meditazione, di consapevolezza interiore, che ti fa sentire una cosa sola con l’ambiente nel quale stai camminando. Senza filtri, si percepisce la terra con tutta la sua energia, il suo magnetismo, e soprattutto noi, come esseri umani, recuperiamo abilità che avevamo alle origini quando, nati scalzi, andavamo per boschi, fiumi e strade sterrate. E si recupera anche un senso di libertà, la coscienza che nel nostro Dna c’è qualcosa che ci lega alla Natura Madre», conclude Bianchi, che ormai, vista la forte richiesta, organizza passeggiate a piedi nudi in tutta Italia, dalla Toscana al Friuli, dai parchi secolari alle vie dolomitiche.

Il richiamo della foresta

Perché, in tempi di inni agli iper igienici mondi digitale e virtuale, il richiamo della foresta vince sempre. È il nostro ancestrale rapporto con la wilderness che si risveglia, il desiderio di percorrere sentieri, e ambienti, selvaggi, ma autentici e incontaminati. «Il mito della natura selvaggia è un senso di colpa che l’umanità sta alimentando da duecentocinquant’anni» dice Franco Brevini, professore di letteratura italiana all’Università di Bergamo, esperto viaggiatore e alpinista, autore di L’invenzione della natura selvaggia (Bollati Boringhieri). «Fino a che la natura è stata percepita come una minaccia, il valore positivo era assegnato alla civilizzazione e al progresso. Nel momento in cui ci si rende conto che l’opera dell’essere umano la sta minacciando, e che quegli spazi frequentati solo per ragioni economiche possono essere invece fonte di piacere, è ciò che non reca l’impronta dell’uomo, il caos, il disordine, ad assumere una valenza positiva: ecco l’invenzione del mito della wilderness. Che fin dall’inizio ha quindi in sé un tratto riparatore, una reazione a quell’ombra drammatica proiettata dalla distruzione degli equilibri ambientali». Un tratto riparatore, ma anche un eterno dilemma, perché ogni escursione nella natura selvaggia, ne rompe in vero l’incanto, la rende cioè già un po’ meno intatta, selvatica. «È un circolo vizioso: il bisogno della natura produce anche alterazione della stessa» continua Brevini. «Oggi si va via via affermando un turismo di nicchia che ha portato persone in luoghi selvaggi in nome della sostenibilità, ma un rompighiaccio in Antartide, per quanto a “impatto zero”, un po’ inquina. Bisognerebbe domandarsi qual è il punto di equilibrio per una vera sostenibilità, o se la sostenibilità davvero può esistere».

L’esotico dietro l’angolo

Come se esiste, nella realtà o solo nel nostro percepito, la wilderness. Potrebbe essere, per esempio, anche solo una questione estetica. Un’operazione culturale, come quella che nel Settecento portò molti aristocratici a intraprendere il Gran Tour. O ad avventurarsi sulle Alpi per ammirare i ghiacciai (il grande successo dell’alpinismo contemporaneo non risponderebbe forse ancora allo stesso bisogno?). Certo, l’esperienza della natura selvaggia, non ha nulla di esotico. Valentina Scaglia, scrittrice ed escursionista provetta, dopo avere percorso le zone più wild del pianeta, dalla Siberia al Circolo Polare Artico, ha scritto per esempio l’unico libro sulle zone selvagge del Bel Paese (Wilderness in Italia, Hoepli): «La lontananza è un concetto relativo, in realtà quello che è importante è offrire uno spazio di inconoscibile. Un’utopia per la verità, oggi che è tutto tracciato con il GPS e che le informazioni sono ovunque, ma è ciò a cui molti ambiscono. In alcuni casi, per me tutto è partito da studi cartografici, mentre ricercavo zone a bassissima densità abitativa. È così che ho scoperto l’Orsomarso in Calabria, monti una volta frequentati solo da boscaioli e carbonari e dove si può camminare per giorni e giorni senza incontrare nessuno, tra faggi enormi, pini loricato, aceri napoletani. Ma anche in Lombardia, la Val di Vesta, isolata dopo che i sentieri sono rimasti sottacqua per la costruzione di una diga, è un mondo dove la natura ha preso il sopravvento su ruderi e vecchie chiese, con una fauna ricchissima e un torrente cristallino dove nuotano i gamberi di fiume». Si tratta, quest’ultima, di una sorta di wilderness di ritorno, di una natura che, perse le tracce dell’Uomo, si riprende lo spazio perduto.

Foreste urbane

Può succedere ovunque, anche in quei luoghi dove la natura è stata più addomesticata, piegata alle geometrie e alle simmetrie che tanto rassicurano lo sguardo dell’essere umano. «La natura torna ad avere la testa alta e ricomincia a camminare se l’uomo la lascia andare. Si riprende arboreti, viali alberati, laghetti. Come nel giardino di Villa d’Este a Tivoli, dove alcune maschere di satiri sono state ricoperte da piante acquatiche», dice Tiziano Fratus, che nell’incipit suo libro L’Italia è un giardino. Passeggiate tra natura selvaggia e geometrie neoclassiche (Laterza), riporta una frase del filosofo inglese Alan Watts: “Al di fuori del mondo umano, l’ordine della natura va avanti senza consultare libri”. Bisogna, certo, avere il desiderio, e la capacità, di riconoscerla quel tipo di natura. Che trovarsi di fronte allo spettacolo dell’immenso non è di per sé una garanzia. Inutile cercare l’impresa. Anche in luoghi dove la wilderness è solo un lontano ricordo come le città o i giardini botanici, si può cercare un contatto. Lo insegna sempre il dendrosofo Fratus, autore anche di un eserciziario spirituale per sentirsi in sintonia con la natura (Il sole che nessuno vede, Ediciclo), educandoci ad ascoltare boschi e torrenti, alberi e cascate. Ma anche a riconoscere, e onorare, il grande ippocastano della Villa Mirabello nel parco di Monza, l’araucaria monumentale nella Reggia di Caserta, le decine di ficus di Villa Trabia alle Terre Rosse a Palermo. Là, dove la perfezione dell’Eden incontra ciò che vi fu, e ci sarà, prima e dopo di noi. Nonostante noi. Che dimenticarsi di se stessi, farsi un poco da parte, è forse la strada migliore per avere ancora una foresta in cui tornare.

Articolo pubblicato su Dove di febbraio 2017

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