Controbalzo
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Wimbledon: l’altra finale

Ho guardato e riguardato l’ultimo set, della finale di Wimbledon una decina di volte solo per fermare questo frame. La faccia impietrita di Roger Federer, statica e quasi bidimensionale, vagamente pre ellenistica. Ha appena sistemato asciugamani e magliette. Si è sistemato il ciuffo bruno con la mano sinistra. Nole è salito a grandi falcate al suo box, abbraccia Boris Becker e il clan e ora ridiscende nel Centre Court: i ragazzi sono tutti in fila, sistemati dietro la rete. Nole ripone dentro la borsa le sue racchette, beve un sorso d’acqua. È quasi tutto pronto per la premiazione. Entrano i fotografi, e lui, Lui, ha ancora quella faccia. La abbassa un poco dopo che le gemelline, in completo a fiori Oscar de la Renta collezione estate 2014, vengono sedute a cavalcioni sul box della famiglia reale (quale del vero Re dell’erba di casa). Poi entra Edward George, Sua Altezza Reale il duca di Kent, si ferma prima a sinistra con un giovane uomo, poi a destra, con una giovane donna e lui, Lui, ha ancora quella faccia. La stessa inclinazione. Lo stesso sguardo. Così, ho pensato che, in fondo, tutti si meritano un finale alternativo. Gli americani lo chiamano alternative ending e ormai ce l’hanno tutti i film che si rispettano, casomai gli spettatori e le spettatrici si mostrassero scontenti dell’epilogo. Ecco. Si può fare. Si può scrivere un’altra sceneggiatura. Facciamolo. Sul 4 pari del quinto set, è Nole che serve, ma prima manda in rete un dritto e poi commette doppio fallo. 0 -30. Con uno smash sicuro di Roger si va a 0 – 40, ma un dritto in rete dello svizzero riporta il serbo nel game. Siamo 15 – 40. Arriva ora uno degli scambi più lunghi del match, 24 colpi, e Roger chiude con un dritto all’incrocio delle righe portandosi sul 5 – 4. Servirà per il match. Nole mastica nervosamente la sua barretta e parla, forse prega, guardando il cielo. Così si arriva in un attimo a 0 -30: prima un back in rete e poi un altro in tribuna. Roger è stanco e si vede. Ma poi con un ace si porta a 15 -30 e un attacco di Nole finisce in mezzo alla rete. 30  pari. Il Centrale è appeso al silenzio assoluto. Tutti aspettano un segno dalle divinità del tennis. Da qualche parte ci saranno. Il dritto lungolinea di Roger sta dentro per un soffio e niente vale l’ultimo challenge chiamato da Nole. È dentro. Poi il rovescio, debolino, incespica sul nastro, ma sarà per il vuoto d’aria creato dai fiati sospesi, sarà per la spinta ideale di chi vuole solo coronare un sogno, solo sigillare una storia peRFetta, ecco che la palla scivola mollemente e cade, inesorabilmente, dall’altra parte. Mi spiace, ma vale lo stesso. Game, set, match. E, naturalmente, la finale di Wimbledon. La nostra finale.

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