Donne
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#WomenFashionPower

E ora, cosa mi metto? Questo avrà esclamato, nel febbraio del 1975, Margaret Thatcher quando, prima donna nella storia, venne eletta leader del Partito Conservatore in Inghilterra. Non che la Lady di ferro non conoscesse l’importanza dell’“apparire”. Lei, che aveva già studiato duramente per modulare la sua voce stridula grazie alle lezioni di dizione di Kate Fleming, la stessa che insegnò il potere della parola a Laurence Olivier e Peter O’Toole, e che, per non essere esclusa dai video del partito, si era sottoposta alle tecniche di rilassamento per il corpo. Così scelse, e non a caso, un tailleur celeste di Mansfield, il marchio creato da tale Frank Russel, figlio di un sarto, quasi eroe di guerra e perfetto esempio di self-made man meglio conosciuto come King of coat. Insomma, tutto very british. Tanto che quell’abito profilato con una seta a righe ripresa dall’ampio foulard divenne un’icona di stile politico. Lo stile Thatcher.

Il perché, per le donne più che per gli uomini per la verità, l’abito faccia la monaca, è una delle domande a cui tenta di rispondere la mostra, dal 29 ottobre al 26 aprile 2015, al Design Museum di Londra Women Fashion Power: 150 anni di moda e di potere al femminile raccontata attraverso gli abiti, dai corsetti ai tacchi di Christian Louboutin, che hanno definito, o aiutato a definire il female power. Come Le Smoking del 1966 di Yves Saint Laurent, l’abito da sposa punk concettuale della stilista inglese Zandra Rhodes, o il vestito Jacques Azagury indossato dalla principessa Diana in occasione del suo 36esimo compleanno. Ma sono gli outfit delle venticinque importanti donne di oggi che hanno contribuito alla mostra con lasciti e interviste a costruire l’immagine del potere femminile contemporaneo.

Da Genevieve Bell, vicepresidente di Intel Labs a Shami Chakrabarti, direttrice di Liberty, da Wei Sun Christianson, Co-CEO di Morgan Stanley Asia all’architetta anglo irachena Zaha Hadid, da Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, a Anna Jones, direttore di Hearst Magazines UK, fino a Julia Peyton-Jones, direttrice delle Serpentine Galleries e Vivienne Westwood. Non si tratta, come è ovvio, solo di dress code. Non di un uniforme del potere, bensì della consapevolezza che anche attraverso la moda si comunica la particolare e femminile gestione del potere. L’abito è comunicazione, manifesto, progetto di stile di vita. Come sempre, da sempre, si dirà. Il merito della mostra londinese è allora quello di ridare peso culturale e politico al gesto del vestirsi. E noi, che ci divertiamo a scorrere le gallery che mostrano da Kate Middleton alla ministra Maria Elena Boschi, dovremo imparare a chiederci il perché di quello che vediamo. Oltre il fashion gossip c’è sempre, in fondo, qualcosa di più (Angela Merkel docet).

 

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