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Zoomania: perché gli animali ci piacciono più degli esseri umani

Ad accogliere i due panda cinesi giganti nella loro nuova casa nello zoo di Copenaghen aprile scorso, c’era persino la regina Margherita II. Tutti entusiasti del padiglione avveniristico la cui forma ricorda il simbolo yin e yang firmato dallo studio di architettura Bjarke Ingels e che, a detta del progettista, è disegnato per far sentire gli esseri umani come semplici visitatori nella casa dei panda e non i panda come ospiti esotici provenienti da terre lontane. È anche questo un inequivocabile segno dei tempi, tempi in cui quello che era il semplice animale domestico oggi è a tutti gli effetti un componente della famiglia, mentre noi, da “padroni”, siamo diventati gli “umani di riferimento”. Lo stesso studio Bjarke Ingels sta d’altra parte realizzando a Givskud, piccola città nel sud dello Jutland, quello che è stato definito lo zoo del futuro. Niente gabbie, accorgimenti tecnici per togliere dalla vista degli animali gli umani, e un completo ridisegno dell’ecosistema.

È indubbio che l’architettura si stai facendo ambasciatrice di una crescente sensibilità animalista che sta trasformando sempre di più gli zoo in veri centri di tutela della natura impegnati in progetti internazionali di riproduzione e reinsediamento, tanto che per gli animali “in vetrina”, non ci sono più recinti, ma riproduzioni fedeli dei loro habitat (a Copenaghen per i panda sono state create due foreste, una fitta più scura e una di bambù verde chiaro). Una tendenza che è ben documentata da Natasha Meuser nel volume DOM publishers recentemente pubblicato Zoo Buildings, la prima raccolta scientifica di architetture per animali dagli anni Sessanta a oggi (nella foto, un’immagine tratta dal libro). Sarà bene ricordare che i giardini zoologici e i parchi faunistici sono tra le strutture ricreative più visitate al mondo, specchio quindi della società e dei suoi valori….

Anche lo zoo di Zurigo, uno dei primi a essere gestito scientificamente, sta da tempo andando in questa direzione. Con quattro mila animali in libertà, una struttura a impatto zero, e più di un milione di ingressi l’anno, è in continuo rinnovamento: dopo il parco degli elefanti Kaeng Krachan del 2014, la steppa mongola del 2015, l’area australiana del 2018, arriverà la zona della savana africana per giraffe e rinoceronti legata a un progetto di tutela in Kenya. E in attesa che nel 2020 inizino i lavori per l’Ozeanium di Basilea progettato dallo studio architettonico Boltshauser, che accoglierà in trenta acquari la vita degli oceani del pianeta e per cui sono stati messi a disposizione 100 milioni di franchi, per capire davvero il futuro del rapporto uomo- animale, bisogna forse guardare a est. A Singapore, che sta pensando di allargare il suo blasonato “open zoo” situato dentro la foresta pluviale della riserva naturale di Mandai (qui un video di presentazione), creando un grande parco ecoturistico di 126 ettari che comprenderà un nuovo Rainforest Park e un Bird Park in cui si potranno ammirare gli uccelli camminando su passerelle aeree poste tra le cime degli alberi. Un attività ricreativa mascherata di rispetto e sostenibilità e che in fondo non sovverte mai l’ordine costituito. Siamo noi, umani e di un certo tipo, quelli al vertice della catena.

(Un estratto di questo articolo è stati pubblicato su Repubblica del 29 maggio)

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