Donne
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Altrimenti ci arrabbiamo

L’ho fatto anch’io (e l’avrete fatto pure voi). Un giorno, tornata a casa, ho lanciato tutti i piatti che i miei coinquilini avevano lasciato per l’ennesima volta sul tavolo della cucina, contro le piastrelle anni Settanta del lavello. Mentre si sbriciolavano in mille pezzi, quei piatti color nocciola di dubbia fattura, loro accorrevano dalle rispettive camere con un’espressione tra lo stupito e il terrorizzato. È rimasto agli annali come il “pomeriggio dei piatti volanti”, quello in cui andò in frantumi, oltre le stoviglie, la tacita convenzione che sistemare casa spettasse a me. La rabbia delle donne esplode così. Spesso dopo anni di silenzio, di taciti accomodamenti per il bene comune, di ingestione dell’indigeribile. Esplode come un fuoco potente, ma troppo spesso di paglia, visto che, passato l’eccesso emotivo o la “botta di isteria”, come la definiscono i più, si ritorna in binari più consoni all’etichetta sociale condivisa. Ha voglia Soraya Chemaly (anche lei con madre che lanciava i piatti), a titolare il suo libro Rage Become Her (tradotto in italiano con La rabbia ti fa bella per Harper Collins), quando fin dai primi passi in società nell’aula della scuola materna, ci dicono che “quando ci arrabbiamo diventiamo brutte”, e che se la voce si fa minacciosamente sopra tono, gracchiamo come vecchie galline. Diventate adulte, a seconda del ruolo di fidanzate, colleghe, madri o compagne, siamo apostrofate alla bisogna come streghe isteriche o ipersensibili, femmine emotive e inaffidabili, lunatiche, rancorose, e, nel migliore dei casi, stronze. Ci siamo abituate al buco nello stomaco che ci prende dopo una sfuriata, al senso di impotenza e umiliazione per essere rimaste a mani vuote nonostante il “no”, al mal di testa post conflitto. Stringere i pugni, digrignare i denti, il rossore improvviso, le lacrime ricacciate indietro, sono la spia dello sforzo di tenere a bada quell’energia collerica che rischia, ahinoi, di divampare incontrollata. Tranquille, è tutto normale. Anzi, ormai è letteratura. Si chiama strategia dell’adattamento, tattica in cui le donne sono regine poiché, come scrive la psicologa tedesca Almut Schmale-Riedel, in libro il 4 marzo con La rabbia delle donne (Feltrinelli): “L’adattabilità è la strada per piacere al prossimo”, e noi, sopra ogni cosa, vogliamo piacere.

Chi ha paura della rabbia?

Provate per esempio a pensare a cosa succede dopo “lo sfogo”. La prima sensazione di solito non è soddisfazione, ma paura. La paura della reazione dell’altro. Se è il tuo capo, ci aspettiamo che neghi le ferie o piazzi una riunione alle sei; se è il tuo compagno, desideriamo che la tempesta passi presto e si proceda quanto prima alla pace. Perché in fondo, a essere a disagio con questo sentimento disturbante, siamo noi per prime. «La rabbia delle donne è doppia. C’è quella che deriva dall’offesa subita, e quella che nasce dall’impossibilità, o incapacità, di manifestarla» dice Monica Morganti, psicoterapeuta autrice di La rabbia delle donne. Come trasformare un fuoco distruttivo in energia vitale (Franco Angeli), «Ma soprattutto la rabbia è manifestazione di potere. Quando ci arrabbiamo è come se urlassimo al mondo “io esisto”, “io sono”, affermazione egoistica a cui, per cultura ed educazione, non siamo abituate. Noi percepiamo infatti il potere come mancanza di connessione con l’altro, come perdita di quella amabilità e disponibilità che ci fa sentire accolte tra familiari e amici e per questo la censuriamo». «Sono arrabbiata quasi ogni giorno della mia vita, ma dopo anni di sforzi, sto imparando a non mostrarla e non lasciare che abbia la meglio su di me» dice Marmee March, alias Laura Dern, nella versione per il cinema di Greta Gerwig di Piccole Donne. Eppure, nonostante le buone intenzioni di Louisa May Alcott, ricacciare quell’impeto compostamente indietro non serve. Dovremmo invece imparare ad accoglierlo, a vivere la rabbia non come corruzione della nostra persona, ma, usando le parole della scrittrice femminista Audre Lorde, come diritto di esprimere pienamente noi stesse.

Accendere l’energia

Nessuno dice che è facile. Anche perché: «La legittimazione della rabbia femminile oggi celebrata su libri e giornali vale per le élite culturali, ma nella vita di tutti i giorni si fa ancora fatica a manifestare con chiarezza un disagio. Fare carriera spesso implica una posizione di silenzio, cosa che non aiuta a percepire la rabbia come quell’energia creativa capace di sviluppare le nostre potenzialità», conclude Morganti. Il lavoro è di fatto il luogo dove va in scena, scrive Almut Schmale-Riedel, “il dilemma interiore tra la volontà di risultare gradite e quella di esercitare il comando”. Nel primo caso ci sarà rimproverata una scarsa leadership, nel secondo, un brutto carattere. Sperare che questa deformazione culturale lasci il passo, è vano. Secondo una ricerca della scuola di politica dell’Università di Harvard, che ha studiato il modo in cui una giuria di un processo arriva a deliberare una sentenza, l’espressione della rabbia, la stessa rabbia, fa percepire una donna poco razionale e quindi meno affidabile, un uomo, deciso e quindi credibile. Lo chiamano l’effetto “dominio maschile bianco”, con il risultato che persino a decidere ciò che è giusto è di fatto il tipo “maschio con pantaloni e pelle chiara”. E scusate se ne siamo quantomeno contrariate.

Non è isteria, è politica

Che è poi quello che ha rivendicato, in più occasioni, la senatrice Elizabeth Warren, ex candidata democratica alle presidenziali Usa 2020. Accusata di essere solo una “donna arrabbiata”, ha semplicemente risposto che ha tutte le ragioni per esserlo e mostrarlo. Come darle torto. E come dare torto a Fiona Hill, l’ex funzionaria del Consiglio di sicurezza nazionale e testimone chiave nelle udienze per l’impeachment di Trump, che aveva esibito la sua rabbia come un campanello di allarme per chi continua a sottovalutare la voce (anche grossa, sì) delle donne. Perché la rabbia femminile, e lo racconta bene la giornalista Rebecca Traister nel suo Good and Mad (Simon&Schuster), ha una forza tale da sapersi trasformare – testimoni dalle suffragette al #MeToo – in un movimento politico con effetti dirompenti (compreso la condanna dell’ex produttore di Hollywood Harvey Weinstein). «La verità che la rabbia è indispensabile per capire quando qualcuno sta entrando in modo inopportuno nel nostro spazio fisico o emotivo: è il segnale di un pericolo» dice Morganti. Un pericolo a cui dovremmo dare ascolto che in fondo, per le donne, una sana espressione della rabbia significa gestirla meno, non più. E che di autocontrollo, a ben guardare, ne abbiamo esercitato già abbastanza.

Nella foto di apertura un particolare dell’opera di Artemisia Gentileschi, Giuditta decapita Oloferne, c. 1620, alle Gallerie degli Uffizi.

Già pubblicato su Elle Weekly Italia.

 

 

 

 

 

 

 

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