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bar condicio

Come in pubblicità. Quando un messaggio ti arriva tante di quelle volte che alla fine, neanche ti tocca più. Un gioco che ti stanca, una musica diventata poco più che rumore di sottofondo. Non c’è niente di più efficace, per togliere forza e valore a un argomento, a un’azione, che ripeterla all’infinito. Fino, appunto, all’esaurimento. Il web, tra siti dei quotidiani, blog e forum, sembra il paradiso dell’espressione del libero pensiero. Ognuno dice la sua, fa il tifo per l’una o l’altra parte, con buona pace del politically correct (che poi in Italia non c’è mai stato) e, talvolta, del buon italiano. Tant’è. Poi c’è l’informazione cartacea e la televisione. Il gioco si fa duro, e anche serio, e allora ecco che si alzano gli scudi dell’obiettività. Va bene un’opinione, se c’è anche quell’altra. Va bene un candidato, o una candidata, se viene citata anche l’altra dell’altro schieramento. Si chiama par condicio e, nella pratica quotidiana, sta diventando la morte civile della facoltà (non libertà) di espressione. Già il nostro è un Paese di grande tradizione papalina e cerchiobottista, un paese che cavalca, in preda a un’eccessiva bontà d’animo (Italiani, brava gente si diceva) l’utopia della unanimità, cadendo  ripetutamente in una sorta di sei politico delle opinioni e delle idee. E d’altra parte, si sa, la mediocrità ha almeno il pregio di non scontentare nessuno (o quasi). Mesi fa, un articolo di Alessandra Di Pietro  definiva giustamente una trappola questo desiderio di unanimità. Una proposta indecente, la definisco io, che negli anni ha scoraggiato l’espressione franca delle idee, cancellato ogni possibilità meritocratica, e fatto spazio a una certa difficoltà di accettare la diversità come tale. Volemose bene, insomma. E, se proprio, ti vuoi sfogare, ecco il web, arena delle libere opinioni, che poi si rilegge solo chi le ha scritte. Eppure scegliere apertamente e pubblicamente è importante. Ho appena scritto sul blog di Marina Terragni il seguente commento a un post che, tra l’altro, invitava a votare le donne: «La doppia preferenza di genere è  un’ottima cosa per portare le donne nei posti che contano: in Campania c’è e ha dato ottimi risultati. Ma, fatto salvo che è importante che le donne votino le donne, è ancora più importante che votino quelle donne che, una volta al governo della città, potranno promuovere un patto di democrazia paritaria. Ora, a me la Signora Ciabò è pure simpatica, ma il suo partito (FLI) del cosiddetto 50&50 non ne vuole sentir parlare e nemmeno lo leggo nel suo programma per Milano. E allora? Stare dalle parte delle donne non può essere semplice partigianeria sessista, e se è vero che i principi sono trasversali, bisogna anche vedere che li porta avanti e, conseguentemente, avere il coraggio di appoggiarli». Sperando di essere stata adeguatamente assertiva nell’esprimere la mia opinione, vorrei davvero che il femminismo non si trasformasse in donnismo e che la par condicio non fosse una bar condicio. Perché questo retaggio buonista e acritico, può portare davvero effetti negativi nella nostra vita. A cominciare da una certa frustrazione o da una certa voglia di vendetta repressa. Così, tanto per dire, potremmo magari ridurre il nostro nemico ideale in un cadavere virtuale (tipo Osama Bin Laden), anche solo per evitare un sano, e vero, contraddittorio.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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